Anno 2032: fuga dal virtuale

La casa del viale degli oleandri - Capitolo Dieci

di Alessandro Manuguerra

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    Data pubblicazione: 14 ottobre 2019

 

La stazione dei treni nel capoluogo del Sud Italia era un posto semiabbandonato rispetto alle tecnologie ammirate nella metropoli, tutto era stato regionalizzato, la Sicilia non disponeva più delle risorse di un tempo. Sembrava di essere a Beirut o forse più esattamente a Nairobi, frettolosi volti scuri di gente poco sorridente si alternavano a quelli sofferenti di chi chiedeva l'elemosina. Gli unici suoni allegri provenivano da alcuni bambini di chiara origine araba che si inseguivano tra i binari in disuso, in una zona interdetta ai viaggiatori e circondata da un nastro rosso e bianco come sola protezione. Nella hall nessuna pubblicità, niente schermi invadenti, spenti i monitor di partenze e arrivi. I privati avevano smesso di investire, persino la pubblicità non rendeva più con l'economia a rotoli e un target di soli immigrati e pensionati. I giovani e le nuove famiglie erano tutti andati al Nord, nelle regioni dove c'erano prospettive di vita e servizi adeguati.
Solo un unico megaschermo nella stazione trasmetteva immagini gigantesche colorando in modo discontinuo i grigi muri attorno e gli unici due luoghi di ristoro per i viaggiatori, un caffè e un bistrot self-service con i tavoli nella hall.
Emilio e Jean-Baptiste si sedettero sulle sedie del minuscolo tavolino del bar ordinando due calzoni al forno con prosciutto cotto e mozzarella e una bibita gassata dolciastra di colore ambrato chiamata spuma. In ricordo di sapori perduti, aveva detto il siciliano all'afroitaliano. Non avevano mangiato nulla nelle 22 ore appena trascorse in treno, non c'erano più servizi a bordo, il vagone-ristorante era un ricordo, o forse solo un topos letterario, forse non c'era mai stato. Ma anche i venditori ambulanti che a Napoli o a Messina una volta passavano sotto i finestrini di impazienti viaggiatori, urlando i loro prodotti "paniniacquamineralearanciatacaffeee" non c'erano più, pochi i treni a lunga percorrenza e ancor più rari i loro fruitori.
Da seduti non si poteva fare a meno di essere catturati dalle immagini che troneggiavano incalzanti. Stanchi e distratti non si erano resi conto inizialmente che si trattava di una serie di immagini tratte dalle dirette Facebook o Instagram del Ministro Plenipotenziario Walter Salvinius.
Salvinius che, inquadrato dal basso in alto, arringa una piccola folla di seguaci in una periferia romana circondato dai suoi fedeli LL in camicia verdeoro (in oro infatti era mutato il giallo del Movimento, sia per ragioni di stile linguistico, sia per un richiamo ad un periodo aureo). Salvinius che senza paura si gettava per primo da un bimotore della Polizia, inquadrato poi mentre fa segno al figlio rimasto a bordo di seguirlo, dando così una lezione di vita e di coraggio al figlio e alla Nazione. Salvinius in primo piano col caschetto giallo in testa che spiega i nuovi progetti di ponti e autostrade a stuoli di ingegneri che seguono silenziosamente ogni dettaglio. Salvinius che cammina in strada circondato da telecamere, giornalisti, microfoni, mentre una folla osannante cerca di toccarlo; i suoi LL mentre fanno largo attorno per far passare il capo politico, distribuiscono le sue fotografie, come fosse un santo, raccogliendo denaro per il partito, la Lega delle Leghe; lui rilascia autografi, è assalito dalle ammiratrici e accetta omaggi floreali.
Emilio non riuscì più a distogliere gli occhi da quelle immagini, mentre il despota completava il campionario delle proprie espressioni: strabuzza gli occhi, impenna il mento, si agita; sventola le braccia e le mani, gongola, accenna a smorfie e batte i pugni incollerito a favore di telecamera, si atteggia a superstar sempre seguito dai suoi gerarchi che lo accompagnano, pallidi riflessi che ne imitano i gesti, cercando l'occasione "social" per distinguersi tra gli altri.

Si incamminarono sulla stradella non asfaltata, bianca di una polvere compatta, appena resa granulosa dal rado brecciolino, disponendosi ciascuno da un lato delle due corsie formate dal passaggio delle ruote. In qualche punto il fondo stradale presentava degli avvallamenti, cedendo alla pioggia, al vento, alle auto o ai trattori gommati, avvallamenti da evitare perché in quel periodo dell'anno rimanevano sempre fangosi sul fondo. Dopo aver superato il grande magazzino a metà percorso, la stradella curvava leggermente svelando il viale incastonato tra gli oleandri che portava alla porta ovest del Baglio Rubino. Gli oleandri in gennaio erano quasi del tutto privi di fiori, i rami curvati verso il passante dai pesanti baccelli oblunghi, ma la visione del camminamento sopra le mura del baglio che appariva al di sopra della massa degli alti cespugli vegetali manteneva tutto il suo fascino, almeno agli occhi di chi ne serbava un ricordo lontano, quasi leggendario.
Fecero in fretta, la chiave di casa della nonna Libera era sempre lì, sotto il sasso accanto alla cucina esterna, dopo la stalla. Entrarono nel corpo centrale del fabbricato ottocentesco, la casa padronale, cercando qualcosa, un indizio, un segnale che permettesse loro di decifrare un codice, qualcosa che riattivasse la memoria lacunosa di Emilio. Nello studio, la stanza a sinistra dell'ingresso, trovarono carte e libri dimenticati. Emilio controllava dentro un grande armadio con due ante dai vetri colorati e ondulati a quadrotti, zeppo di libri antichi, di quaderni con copertina nera ma dai profili colorati lilla, arancione, giallo, di raccoglitori di cartoncino. Jean-Baptiste guardava nei due cassetti della scrivania che era riuscito ad aprire. C'era da perdersi in mezzo ai ricordi di qualcun altro.
I quaderni si rivelarono per essere quelli degli appunti scolastici di nonna Libera, scritti con bella grafia, che parlavano di Kant, di Hegel, di un tempo che fu, quando diligenti alunne di una classe femminile del liceo classico credevano nella scuola, osando scambiarsi dei messaggi con la compagna di banco solo nell'ultima pagina, dietro la copertina ("Puoi uscire oggi pomeriggio?" "Sì, per un'oretta, dalle 5 alle 6." "Allora alle 5 a Porta Palermo.")
Decisero di forzare il terzo cassetto della scrivania, se era chiuso ci doveva essere un motivo. Un piccolo senso di colpa sfiorò un momento Emilio che si apprestava a fare violenza sui cimeli di famiglia e sui divieti della nonna, ma il tentativo portò dei frutti. All'interno del cassetto trovarono una grande pergamena con tanto di medaglia al valore, un'onorificenza che assegnava la Medaglia di bronzo al Valor Militare
a PIRRELLO Gaspare
di Vincenzo, nato ad Alcamo (TP) il 18-07-1920, tenente dell’esercito, della 1 Div. Alpina GL e della 3 Div. GL Langhe in qualità di comandante di Btg, nome di battaglia Nik. Fucilato il 27-03-1945 a Bene Vagienna (CN).
"Comandante di brigata, nome di battaglia Nik" disse incredulo tra sé Emilio. "Comandante Nik" concluse Jean-Baptiste, "Ma... non sei tu?" chiese poi. "È il nickname che ho sempre usato sul web" gli rispose pensieroso Emilio, "però non ricordo bene perché, né quando ho iniziato ad usarlo". Rimase qualche minuto sovrappensiero mentre l'amico cercava altri documenti, tirando fuori dal cassetto tutto quello che c'era e spargendolo sulla scrivania. "Qualcuno forse mi chiamava così da piccolo…" stava riflettendo quando sentirono il rumore di un'auto che entrava e si fermava dentro il baglio. Cercarono di rimettere in ordine in fretta e alla meno peggio coprire la pergamena vergata oro della Repubblica Italiana, ma capirono che era troppo tardi, le chiavi stavano già aprendo la vecchia porta d'ingresso di casa della nonna.
Si ripararono dietro l'anta aperta dell'armadio, pronti a scagliarsi addosso all'intruso nel caso fosse pericoloso, tutti i sensi in allerta per cogliere i segnali provenienti dalle altre stanze.
Qualcuno doveva essere entrato nella sala da pranzo, i passi decisi si erano allontanati, poi lentamente stavano tornando indietro. L'intruso tentennava proprio lì a fianco, nell'ingresso, quindi aprì la porta dello studio e mentre quello arretrava per la sorpresa, Emilio si rese conto che nascondersi dietro le ante dell'armadio non era stata un'idea geniale: il vetro rivelava la loro presenza più di quanto non la celasse. Venne fuori a mani alzate, mostrando di non avere cattive intenzioni e contemporaneamente nascondendo all'altro la presenza di Jean-Baptiste. Sull'uscio della stanza si trovò con sua sorpresa di fronte Franco La Rosa, il suo più vecchio amico, sparito dal web e dai social da settimane.