Segreto, segreto del mio reame

Quasi un editoriale

di Carlo Blangiforti

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    Data pubblicazione: 14 ottobre 2019

 

Il segreto è un sigillo, il sigillo dell’amicizia ad esempio, quella particella che serve ad affidare ad un eterno silenzio qualcosa di intimo, riservato a pochi. Almeno questa è l’illusione di cui ci nutriamo tutti. Nulla è eterno, tanto meno i segreti: li affidiamo al prossimo, come se affidassimo noi stessi, la nostra anima, la nostra vita, le più intime delle aspirazioni, i sogni nascosti o i timori imbarazzanti. Confessandoli rischiamo, però, di divenire vulnerabili, fragili, passibili di “ricatti” e oggetto di rivelazioni inappropriate. Ma è un rischio da correre se vogliamo dirci umani: misura per misura grazie ai segreti diventiamo migliori, ci fondiamo con il prossimo, diventiamo solidali. Tra amici non ci debbono mai essere segreti? Sì, vero, quasi sempre è così.
Ma anche il trasmettere quanto di più confidenziale possa esserci, ha le sue leggi, le sue regole, la sua sintassi. Per esistere, infatti, il segreto deve avere (come ogni comunicazione che si rispetti) un emittente, un ricevente e un oggetto. Ognuno dei tre elementi può ingannare e tradire. Come scrive bene Ciccio Schembari nel suo contributo, talvolta l’emittente mette in circolo falsi segreti (sia nel senso che fuorviano che in quello che si tratta di segreti conosciuti e risaputi spacciati come cose ammantate da un alone di mistero), talvolta il ricevente svela l’inconfessabile, tradisce la cosa più preziosa, il patto di “sangue”, ma talvolta il problema è nella sostanza della cosa, è proprio l’oggetto in sé che non vale la pena preservare (nel corso degli anni le cose cambiano, fuori contesto si è più disinibiti e si è disposti, come i viaggiatori sul treno, a mettere a nudo quanto di più riservato esista) ché i segreti restano tali solo se sono cose preziose interessanti per l’altro, altrimenti sono solo parole, sono già un’altra cosa.