Vivere il segreto

L'ossessiva riservatezza di Lucio Battisti

di Saro Distefano

    imgCharles Lindbergh

    Data pubblicazione: 14 ottobre 2019

 

Gli ultimi anni, almeno gli ultimi quindici, della vita di Lucio Battisti sono avvolti al mistero, quasi del tutto segreti. Almeno per il grande pubblico.
Sappiamo soltanto che uno dei maggiori artisti della storia patria è morto la mattina del 9 settembre del 1998, quando aveva 55 ani di vita. Nato nel Lazio era morto in Lombardia, dove viveva da quasi sempre. Di Battisti non è nota nemmeno la ragione della morte. Sappiamo solo che rimase undici giorni ricoverato in ospedale a Milano. E gli stessi medici al momento di rilasciare un bollettino, scrissero che nonostante tutte le cure il paziente – già presentatosi in una severa condizione clinica – era deceduto.
Dalla metà degli anni sessanta e per un decennio fu il protagonista, insieme al sodale Mogol, della musica leggera italiana. Decine e decine di canzoni “battistimogol” hanno fatto la storia, e s’intende tutta, la storia italiana, non soltanto dell’arte, della musica.
Eppure il segreto avvolge la vita di un genio assoluto genio della musica. E non si discute il valore della composizione fatte di note, che in uno alle parole di Gilio Rapetti hanno rappresentato il massimo per anni e anni e che tuttora sono subito canticchiate, al primo accenno di nota, da tutti gli italiani, tutti, quelli sopra i cinquanta anni.
Se in vita, almeno negli ultimi anni (il 4 luglio 1980 l’ultima apparizione, alla televisione svizzera di lingua tedesca, tra l’altro in play back) non si seppe molto di Lucio Battisti, dopo la morte la situazione, se possibile, si complicò ancora di più. La vedova e il figlio hanno applicato in maniera ossessiva il culto della riservatezza, della non notizia, della guerra legale contro tutti quelli (quelli in totale buona fede e quelli che puntavano al business) avessero accostato la musica di Battisti a qualsiasi evento, manifestazione, programma televisivo.
Apprezzabile, per certi versi, questa loro posizione. Intanto perché ognuno, della propria vita, può fare ciò che vuole, e poi perché non è scritto da nessuna parte che le regole dello show business debbano essere applicate sempre e comunque anche contro la volontà di chi è il protagonista.
Epperò nel caso di Battisti le prospettive cambiano. Lui è stato ed è un patrimonio culturale comune alla nazione. Lui non è un cantante compositore musicale. Lui è il manifesto, il simbolo di un periodo anche lungo della storia italiana. La sua memoria e la memoria della sua opera è bene collettivo, è cultura immateriale tanto quanto l’opera di Leopardi o di Guccione.
Per fortuna è appena giunta una novità: la lunga causa intentata dalla famiglia contro le cosiddette piattaforme online è stata vinta da queste ultime. Tradotto significa che da qualche settimana è possibile ascoltare su Spotify tutte le canzoni di Battisti, comprese quelle entrate nella storia di tutti noi con la formula Battisti-Mogol.
È importante per tutti. Ma soprattutto per due categorie di italiani. La prima, alla quale di diritto appartengo io ovvero i nostalgici; la seconda: tutti gli italiani che, con meno di quaranta anni di età non sanno nemmeno chi fosse Battisti. Con le cuffiette nello smartphone potranno capirlo. Apprezzarlo? Non lo so. Ma intanto ne hanno la possibilità.