I Segreti di Isabella

L'eclettismo velato della primadonna del rinascimento

di Laura Ciancio

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    Data pubblicazione: 14 ottobre 2019

 

Chi arriva a Mantova dal ponte di San Giorgio può tracciare con lo sguardo il profilo delle sue torri, dei campanili, dei merli del castello in un solo colpo d’occhio. Percorrendo la ciclabile poi, ci si avvicina man mano allo splendido agglomerato del centro storico, facendo un salto indietro nel tempo di cinquecento anni. All’epoca era insediato nei suoi palazzi il marchesato della famiglia Gonzaga, che divenne poi ducato grazie alle abilità politiche e alle ambizioni di Isabella d’Este.
Isabella, figlia del duca di Ferrara, ebbe un’educazione di altissimo livello, nonostante appartenesse al genere femminile. Studiò lettere antiche, arte, poesia, musica e danza. Sposò giovanissima Francesco II Gonzaga e fu da subito un’appassionata collezionista di oggetti d’arte. A diciassette anni creò il suo studiolo, usato già dalla sua famiglia d’origine e una grotta dove riporre, come in uno scrigno segreto, il suo tesoro consistente in oggetti preziosi, opere del periodo greco-romano e di artisti contemporanei. Si serviva della sua influenza e di una vasta schiera di intermediari, letterati, agenti, per procurarsi ‘le cose antique’ e placare il suo ‘insaciabile desiderio’ di possesso.
Nella sua grotta erano custoditi dipinti di Mantegna, Perugino, Costa, raffiguranti allegorie e figure mitiche, esaltazioni delle virtù della conoscenza e delle arti, denigrazione del vizio e della lussuria. Isabella cercava instancabilmente di unire antichità e modernità attraverso la trascendenza. Amava circondarsi della bellezza, che era il suo vero leit-motiv.
Alla morte del marito, Isabella si trasferì dal Castello al Palazzo ducale, in corte vecchia. Qui fece decorare il suo nuovo studiolo, facendolo rivestire in legno intarsiato con la rappresentazione delle arti e riempiendolo di continue acquisizioni, gemme, camei, ori artistici, monete. La grotta era sempre più traboccante di quadri di artisti dell’epoca e molti personaggi le facevano visita per ammirare le sue magnifiche collezioni.
Nel 1502 Francesco Malatesta inviò una lettera a Isabella informandola della possibilità di acquisire i vasi in pietra dura appartenuti alla collezione di Lorenzo de’ Medici. La marchesa fece stimare questi oggetti da Leonardo, spinta dal desiderio di assicurarsi una sua opera che non riuscì peraltro mai ad ottenere, salvo il cartone preparatorio per un ritratto, ora in esposizione al Louvre di Parigi.
Mi aggiro nello studiolo vuoto chiedendomi dove potessero alloggiare tutte queste opere d’arte. Tra le mura del suo appartamento, filtra dalle grate di una finestra la luce naturale del giardino segreto, circondato da colonne e nicchie dove alloggiavano le statue antiche, ora scomparse. Un pugno di verde era il suo spazio profumato di riflessione e di lettura. Qui crescevano alberi da frutta, gelsomino, fragole, mughetto, rose, maggiorana e menta.
A questa piccola oasi e al giardino dei semplici del palazzo ducale Isabella attingeva per creare le sue essenze.
Nel suo laboratorio si dilettava personalmente nella creazione, attraverso segretissime ricette, dei profumi, richiestissimi dalle corti principesche dell’epoca. A Palazzo, tutto emanava aromi: bruciaprofumi per gli ambienti, bracciali, fazzoletti, ventagli, cinture e bottoni ma, soprattutto, guanti. Isabella voleva i più pregiati, quelli spagnoli conciati con le più rare essenze, che faceva preparare lei stessa. Regalò due paia di guanti profumati all’olio di cedro alla regina di Francia, che poi gliene ordinò altre dodici paia.
Dalla sua corrispondenza con le corti dell’epoca, emerge una fitta rete di contatti, una ragnatela dai fili intessuti di profumo: eterei messaggi, che cementavano amicizie regali meglio di ogni artificio diplomatico.
Ambra grigia (all’epoca si chiamava “ambracane“) e muschio erano le essenze predilette da Isabella, ma anche benzoino e incenso, procurati da fornitori di fiducia insieme ad acque odorose come la damaschina, a base di rosa damascena, o la nanfa, a base di fiore d’arancio.
Attivissima la sua relazione con Venezia, famosa nel Rinascimento per l’arte dei suoi profumieri e per gli scambi con l’Oriente.
Donna colta, intratteneva dialoghi nei suoi epistolari con molti poeti e letterati. Tra questi, Ludovico Ariosto che le consegnò una copia dell’Orlando Furioso, dedicandole un verso in un Canto.
Di lei, sono state censite 15.500 lettere, la maggior parte delle quali scritte tra il 1519 e il 1522, anni difficili per le relazioni diplomatiche, con le signorie italiane e con gli Stati nazionali europei. Il 1519 è l'anno in cui muore il marchese Francesco, lasciando il dominio al primogenito Federico e la reggenza alla moglie Isabella. Sotto la ceralacca impressa sulle lettere di Isabella, si celavano segreti di corte, politici e personali. Dalla corrispondenza è venuta alla luce la sua brama di possesso, i suoi costanti sforzi di aggiornamento culturale, i suoi tormentati rapporti con gli artisti, ma anche le sue sconfitte femminili, le sue ansie e le sue delusioni, soprattutto nel rapporto con il figlio Federico. Federico, pur essendo sposato, ebbe apertamente una relazione amorosa con una donna, Isabella Boschetti, che vedeva costantemente a palazzo Te, fatto costruire da lui per i suoi ozi e svaghi, dov’erano le vecchie scuderie.
Le collezioni di Isabella d’Este si potevano configurare come un vero e proprio museo, con gli oggetti rigorosamente catalogati e ordinati. Il suo gusto e la sua conoscenza dell’arte operarono come setacci finissimi prima di far entrare un pezzo nelle raccolte. Questo vasto museo è stato in parte perduto, nonostante le sue disposizioni testamentarie. Si sono salvate solo le opere vendute e portate all’estero.
I successori usarono questo immenso patrimonio per pagare gli enormi debiti dovuti al lusso e alla brama di potere. Dall’inventario rinvenuto, nel palazzo ducale erano collocati 1800 quadri e 20.000 oggetti preziosi. Da ciò che si sa, due opere di Mantegna furono cedute tra il 1627 e il 1629 al cardinale Richelieu per il suo castello di Poitou, da dove furono prelevate nel 1800 per il Museo Napoleon di Parigi.

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Intorno al 1626 Vincenzo II Gonzaga, che si trovava in grave difficoltà economica, vendette gran parte della magnifica quadreria di Isabella, acquistata per la cifra irrisoria di 30.000 sterline da Carlo I d’Inghilterra, il quale volle dotarsi, come monarca moderno, della preziosa raccolta d’arte.
Nel 1630 il duca di Mantova e la famiglia furono costretti ad abbandonare la città, con i Lanzichenecchi alle porte. Dopo sei mesi di resistenza, le truppe imperiali penetrarono in città e la misero a ferro e fuoco. Torturarono e uccisero gli abitanti e tutto venne saccheggiato e bruciato. La reggia dei Gonzaga, ambita preda dei comandanti, venne circondata e spogliata di tutti i tesori artistici che la dinastia aveva accumulato nel tempo. I soldati strapparono dalla cornici le bellissime tele, opere di artisti famosi, deturparono gli arazzi delle Fiandre e le opere d’arte e depredarono gli oggetti preziosi. La biblioteca, che era una delle più ricche dell’epoca e vantava numerosi trattati di zoologia e di botanica, venne completamente spogliata dei suoi libri e saccheggiata.
I capolavori d’arte venduti e barattati per i debiti contratti dai Gonzaga, eredi di Isabella, sono sparsi nei musei e nelle collezioni di tutto il mondo.

Mi sono interessata ad Isabella d’Este durante un viaggio a Mantova della scorsa primavera. Mi ha incuriosito il suo interesse per l’arte, la sua vivacità culturale, la ricerca della bellezza in ogni sua forma: materiale come la scultura e il dipinto, o eterea, come il profumo e la poesia. La reggia di Mantova mi è sembrata come un grande teatro vuoto, dove tutto è già successo ma dove si respirano ancora le battute dei protagonisti. La storia è tra le volte, i labirinti azzurri dei soffitti, i giardini nascosti, lo studiolo e gli affreschi del palazzo. Il copione recitato è rimasto segreto ma resta visibile e inalterata la sua impronta e il chiaro invito a prendere la vita così come viene, come si legge in un’iscrizione in corte vecchia, ‘senza illusioni e senza timore’, ‘Nec spe nec metu’.