Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - XVI Capitolo

di Carlo Blangiforti

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    Data pubblicazione: 14 ottobre 2019

Non vedo che una soluzione, una sola, un’azione diversiva.

«Ernesto, tu il ragazzo e il tak tra un po’ scenderete con le vostre valigie.»

Lungo il muro c’è un cancello, un’apertura sgangherata alla quale fanno cornice mura screpolate e erbacce, arbusti e piante irriconoscibile. È chiuso con un catenaccio e una catena arrugginiti. Non possono essere un problema.

«Benedetto, secondo te c’è accesso da quella parte!»

Il ragazzotto sorride con il suo sorriso largo.

«Sì, Rabbino, sapete che avete un intuito sorprendente? Da ragazzo, io e gli altri della comarca ci intrufolavano da lì per...» – arrossisce un po’, mentre si sente addosso lo sguardo di Ernesto – «per non essere visti quando prendevano la merce, roba di contrabbando».

Rav Farkas non ha il tempo per arrabbiarsi, è assorto in altro. L’avventura. Valuta rapidamente che con un calcio secco il cancello si può aprire senza particolari difficoltà. Rallentiamo, ma non possiamo andare troppo piano, né arrestarci.

«Fermiamoci là, proprio davanti,» – propongo – «tra l’apertura e quel grosso tiglio. I suoi polloni ci proteggeranno dalla vista dei poliziotti. Ernesto, tu e il ragazzo passate per quell’ingresso, ti aiuto con le valigie e il tak, mentre Benedetto farà finta di controllare i ferri del cavallo e i finimenti. Siamo lontani, non capiranno quanti siamo e cosa facciamo. Voi vi imbarcate, io e lui cerchiamo di distrarli, la cercheremo di tirarla alla lunga, almeno fino alla partenza dello Smyrne

Corto non capisce, sto parlando di proposito molto velocemente, Farkas cerca di obbiettare che lui non può partire senza di me, che non sa dove andare, a chi rivolgersi a Salonicco. Tranquillo, gli dico, al porto ci sarà qualcuno ad attenderlo. Hanno inventato i telegrafi da un pezzo. Io devo fermarmi a Catania, altrimenti la missione salta e tutto questo trambusto è stato solo un maldestro tentativo di giocare con la storia. No, no, Benedetto e io restiamo e prendiamo un po’ per il sedere il Delegato di prima classe Ortensio Viganò, loro passano dal cancello abbandonato e si imbarcano. È l’unica soluzione.

«Ecco i documenti, Ernesto, mi raccomando. Corto ha bisogno di qualcuno di forte accanto.»

Farkas annuisce. Io annuisco. Corto, che adesso ha compreso, annuisce.

«Corto, nibqa ‘hawn Katanja. Int u r-Rabbi tibda minghajr lili. Kun kuraggu, bhal dejjem. Aghmel vjagg tajjeb.»

Certo che saprà essere coraggioso, come sempre: Vjagg bla periklu.

Abbiamo volti sconsolati, non può che essere questa la soluzione. La separazione è sempre dolorosa, ma non c’è altro modo per portare a temine questa cosa. Ernesto ha ormai a cuore, quasi più di me, questa cosa. Alla fin fine deve solo fare una crociera di un paio di settimane con un ragazzo pieno di spirito, in uno dei più bei paesi del Mediterraneo. Sì, diciamo pure così, durante una gita, durante un viaggio di piacere nessuno cerca di ammazzarti, rubarti una vecchia cassa e arrestarti ogni due ore. Ernesto è deciso, ha ormai preso le redini della situazione:

«Su, Ezra, non c’è tempo da perdere siamo quasi arrivati al platano. Benedetto, fa innervosire il cavallo e poi ci fermiamo dove convenuto. L’albero e le erbacce ci copriranno. Mettetevi anche voi tra noi e loro.»

Facciamo così. Il cavallo da segni di nervosismo, Benedetto sa come eccitare questi animali. Ci fermiamo. Come ad un segnale convenuto io e Benedetto iniziamo con la commedia: lui fa alzare la zampa al cavallo per controllare i ferri, mentre io armeggio un po’ con i bauli e le borse, sposto i bagagli di Farkas e di Corto dietro le frasche accanto all’ingresso. E quasi senza che nemmeno noi ce ne rendiamo conto, i due sgattaiolano via e trascinando il tak s’infilano attraverso la vegetazione. Corro loro dietro: «Ernesto, prendi questa. Non si sa mai. Mazel tov».

Gli allungo una Remington e me lo abbraccio. Poi mi avvicino a Corto e gli carezzo la testa, prendo la sua mano e seguo la linea della fortuna sul palmo. Mi rassicuro. So che lo detesta ma lo bacio tre volte sulle guance.

Scompaiono alla nostra vista in pochissimi istanti. È fatta. Speriamo che il Signore gli accordi la Sua protezione.

Rimetto sul calesse le nostre due valigie, e faccio segno a Benedetto che tutto è filato liscio. Ci faranno passare? Viganò mi riconoscerà senz’altro e farà storie, probabilmente mi bloccherà il tempo che il piroscafo Smyrne parta, mi farà mille domande, mi chiedera del professor Orsi, o forse no. Lo scoprirò, solo tra pochi minuti.


«Ci rivediamo, Rabbino!»

«È un vero piacere Delegato di prima classe. Elohim, cosa le è successo alla testa?»

«Nulla di grave. Una disavventura. Sa in questa città si fanno strani incontri, specie in certi quartieri popolati da loschi figuri. Capita, ma io sono la legge e la legge serve proprio a regolare questi atteggiamenti… no?»

«Assolutamente nessuno come un rabbino conosce il valore della legge.»

«Su, scendete dal calesse. Caro il mio Toledano, è di partenza? E per dove di grazia? E il ragazzo che fine ha fatto?»

«Scommetto, che lo sa. Ho amici un po’ ovunque, anche a Salonicco. Passerò qualche mese da loro, vado a festeggiare Hanukkah a Slonyq . Se gradisce, al ritorno le porto dei burmelos

«Burme… cosa?»

«Le graffe, o come le chiamate voi in Alta Italia, le krapfen… signor Delegato.»

«E il ragazzo, dov’è il ragazzo?»

«Non credo siano affari suoi!» – do di proposito segni di insoferenza.

«Mi spiace di non incontrare la sua collaborazione, la cosa rischia di farsi lunga. E quando conta di rientrare a Malta?»

«Nemmeno questo credo la riguardi. Ci lascia andare che il piroscafo sta per partire?»

«Quando?» – la sua voce si fa perentoria.

«A gennaio, credo! Salvo imprevisti. Sa gli imprevisti sono imprevedibili e di questi periodi nella Turchia europea, può succedere di tutto, no? E ora ci lascia andare?»

«Gli imprevisti sono inevitabili e purtroppo credo che il suo viaggio inizi proprio con uno di loro! Scendete e seguitemi al posto di guardia… Sarà cosa lunga e mi sa che questo piroscafo lo perderete.»

Protesto lamentandomi in tutte le lingue che conosco, invoco il Signore, mi mostro contrariato, minaccio di chiamare il console onorario britannico. È in accettabile che un suddito della “Sua graziosissima maestà” venga trattato in tal modo. Alzo la voce, recito la parte di chi è profondamente offeso. Accorrono impiegati della dogana, arriva anche il responsabile stranieri del porto. Si crea una grande confusione. Anche Benedetto, nel suo stretto e musicale dialetto catanese, minaccia e batte i piedi. Viganò non lo capisce, ma i suoi uomini e tutti i facchini del porto sì. Gli sbirri ne sono intimoriti. Un omone che si agita è qualcosa di imprevedibile. Anche Viganò, in un primo momento, si mostra sorpreso, poi si rasserena e comincia a temere per la sua carriera, ma poi si fa coraggio, si compiace che far passare il tempo mi innervosisce e che gioca a suo favore, mi obbligherà a non partire. Ma il Delegato di prima classe non sa che sta bene pure a me: perdere questo piroscafo è quanto avevo più ardentemente sperato.

«Brigadiere Giuffrida, accompagni questi due uomini al posto di guardia… Ah, prenda pure i loro bagagli, li perquisiremo con calma, dopo.»

Mi allarmo un po’ e al contempo mi rassereno.

«Voi non avete il diritto di aprire le mie valigie. Protesto, protesto e ancora protesto!»

Viganò pare non curarsi delle mie rimostranze, ma ormai è tardi: un suono cupo e prolungato ricorda a tutti noi che il piroscafo mercantile Smyrne ha già lasciato il porto.

Ora questa storia non è più la mia.