Lo spirito artigianale

Fare bene qualcosa anche se non si riceve nulla in cambio

di Salvatore Leopaldi

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    Data pubblicazione: 14 settembre 2019

 

Mio nonno costruiva muri a secco. Dico mio nonno ma potrei dire centinaia di altri siciliani. Prendeva delle pietre e ne faceva quei muri che oggi sono addirittura riconosciuti come Patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco. Chilometri di pietre pressoché non lavorate che pure necessitavano una grande abilità affinché dessero vita a quello che, indifferentemente, chiamiamo muro. Ma chi li costruiva lo chiamavano mastru. Ce ne rendiamo conto solo oggi, forse, che quelli non erano semplici muri e che per essere costruiti richiedevano specifiche capacità artigianali e competenze. Manodopera specializzata diremmo oggi, laddove il termine manodopera però ha già assunto una connotazione se non negativa quantomeno svilente.
Diciamolo francamente, a noi Millennials (1980-1999) e ancora di più agli iGen (2000- ) il termine artigianato (artigianale, artigiano, ecc.) suona particolarmente pittoresco se non incomprensibile. Abbiamo assistito al progressivo svuotarsi di funzione sociale ed economica dell’artigianato e degli artigiani, così come Baby boomer e Generazione X hanno assistito al passaggio dalla società agraria a quella industriale.
C’è il mercatino dell’artigianato, la fiera, la bancarella dell’artigiano locale in luoghi più o meno esclusivi del turismo di massa ma in generale possiamo dire che l’artigiano non è più un elemento rilevante della nostra società e rientra semmai in circuiti definibili “alternativi” dell’economia reale se non direttamente al di fuori di essa. L’uso dell’aggettivo “artigianale”, del resto, ha assunto funzioni semantiche nuove rispetto ai decenni passati e viene utilizzato, per lo più nel linguaggio pubblicitario, quasi come un sinonimo di “qualità”. Infatti, se si escludono settori elitari del mercato, la fattura e i processi di produzione, pure di quei prodotti venduti come artigianali, rimangono essenzialmente industriali.
Potrà sembrare antitetico che il termine metafisico “spirito” rimandi al termine molto più materico “artigianale” eppure, con una lieve traslazione di senso, quando Walter Benjamin parla di perdita dell’aura dell’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica in parte parla anche di questo.
Quando ci si trova davanti ad un violino di Nicolò Amati noi percepiamo qualcosa che trascende l’oggetto stesso. Oggetto artigianale e non opera d’arte. Questo “qualcosa che trascende” è possibile perché l’oggetto è stato creato sulla base di valori oggettivi affinché abbia valore in se stesso e anche perché, contrariamente alla produzione industriale, si tratta di un oggetto non riproducibile e unico. L’abilità artigianale sta proprio nel “fare bene una cosa per se stessa”, nel creare un oggetto con vita e dignità propria. Noi non sappiamo lo stato d’animo di Amati, di mio nonno o di altri artigiani che hanno contribuito a creare i chilometri di muro a secco che modellano il nostro paesaggio; l’artigiano non esprime se stesso tramite ciò che crea bensì si “limita” a costruire un violino, un muro a secco. Di quel violino e di quel muro però possiamo dire, su criteri oggettivi, sono fatti bene.
Di spirito artigianale parla il sociologo Richard Sennett nel suo La cultura del nuovo capitalismo quando scrive: «questo spirito di oggettivazione può dare anche ai lavoratori di basso livello, apparentemente non qualificati, un certo orgoglio per il proprio lavoro».
Saper fare qualcosa o meglio saper fare una cosa basandosi su criteri oggettivi è il vero spirito artigianale.
La si vede, quella soddisfazione di cui parla Sennett, nei volti ritratti da Giuseppe Leone. Quei volti impressi nella pellicola mentre erano intenti a costruire una cavagna, un paniere, mentre dipingevano o incidevano i legni di un carretto, mentre tessevano, mentre costruivano un muro o battevano su un incudine il metallo. Persone che sapevano fare una cosa e sapevano farla talmente bene che si limitavano a fare solo quella per tutta la vita. Un’idea che cozza profondamente con i valori di flessibilità richiesti dalla società contemporanea in cui invece, come ci ricordano lo stesso Sennett, Bauman, Morin ecc., bisogna essere fluidi, non ancorarsi, non rimanere incagliati in questa o quella mansione e in cui bisogna prima di tutto sapersi reinventare in nuovi ruoli. Ne consegue un certa insoddisfazione diffusa: quello che faccio ha valore solo quando riconosciuto economicamente e socialmente. E quando il riconoscimento non c’è?
«Una persona», ci ricorda Sennett, «può impiegare parole come corretto o giusto per descrivere ciò che fa, solo se crede in un criterio oggettivo al di là dei propri desideri e perfino al di là delle ricompense date da altri. Fare bene qualcosa, anche se non si riceve nulla in cambio è il vero spirito artigianale».
Ecco perché certi vecchi artigiani continuano a creare grossi panieri intrecciando canne o rami di salice, ecco perché le donne artigiane sferruzzano, rintagliano, ricamano magnifici corredi, centrotavola, tende e tovaglie. In loro c’è una soddisfazione che nessun Millennials o iGen potrà mai raggiungere, e l’insoddisfazione di queste generazioni è data da una più complessa combinazione di fattori ma innegabilmente vi contribuisce anche lo spegnersi di quello che abbiamo chiamato lo spirito artigianale. Uno spirito che richiedeva impegno, dedizione e che imponeva di concentrarsi su una cosa, una cosa soltanto… e questo impegno è un lusso che le nuove generazioni non sanno e non possono concedersi.
Un curriculum vitae in cui non sono inserite esperienze e capacità, pure superficiali, ma profondamente differenziate per mansioni e ambienti non è un curriculum attraente. Dunque sai fare solo quello?, vi sentirete dire, e poco importa se state per dire ma lo so fare perfettamente, il vostro interlocutore avrà già smesso di ascoltarvi.