The Spirit of Saint Louis

La sorprendente impresa di Charles Lindbergh

di Saro Distefano

    imgCharles Lindbergh

    Data pubblicazione: 14 settembre 2019

 

Spirit of Saint Louis è un nome che tutto il mondo conosce. Fu così battezzato un aereo che nel 1927 permise ad un aviatore americano, tale Charles Lindbergh, di battere un record: volare da New York a Parigi senza scalo e in solitaria (è necessario specificare, perché il volo transatlantico in realtà era già stato compiuto, nel 1919, da due francesi, ma Lindbergh fu, appunto, da solo, e in quegli anni di pionierismo assoluto non era dettaglio da poco).
La vicenda è talmente nota che non perdo tempo a riferire. E non solo il volo vero e proprio, ma anche le curiosità, alcune delle quali però sono assai interessanti: Lindergh era di Detroit (figlio di immigrati svedesi) e morirà poi a Maui, nelle Hawai, a 72 anni. Il suo aereo venne costruito a San Diego in California e battezzato Spirito di San Luigi per il fatto che i soldi per costruirlo furono donati da imprenditori di quella città del sud degli Stati Uniti. Insomma, un classico melting pot americano.
Tra le altre note che è possibile assumere leggendo qua e la nella rete intorno al record che fece diventare Lindbergh un divo a livello planetario, ce ne è una che mi colpisce molto. Faccio riferimento al tempo di percorrenza dell’americano nella tratta dal campo d’aviazione vicino New York e fino a Le Bourget, l’aeroporto (all’epoca una lunga striscia di terra battuta) nei pressi della capitale francese. Il Ryan Spirt of Saint Louis (questo il nome completo della macchina metà legno e tela e metà metallo, senza radio e coi soli finestrini laterali per permettere di avere sul muso, vicino al motore a stella a 9 cilindri, un grande serbatoio di benzina per aumentarne la autonomia per arrivare in Francia) decollò il venerdì 20 maggio 1927 alle ore 7,52 (ora di New York) e toccò terra a Parigi il giorno dopo, sabato 21 maggio, dopo esattamente 33 ore, 30 minuti e 29,8 secondi. Velocità medi di 188 kilometri l’ora.

Ovviamente inutile fare paragoni con l’aviazione attuale: il record per i voli commerciali con aerei di linea, sulla stessa tratta, oggi, appartiene ad un Boeing 787 della Norvegian Airlines che ha impiegato 5 ore e 13 minuti. Per tacere dell’aviazione militare che si avvale di aerei supersonici.

Epperò mi lascia perplesso un dato: 33 ore, 30 minuti e 29,8 secondi. Posto che a misurare il tempo, all’epoca, ci pensavano cronometri meccanici e manuali, e considerato che non si sta parlando di una gara di sprinter sui cento metri, mi chiedo: come mai non si è stabilito – e perpetuato – il record di Lindbergh in 33 ore, 30 minuti e 30 secondi? Aggiungere quei due decimi di secondo non avrebbe modificato il record, sarebbe stato molto più facile da ricordare (ed è importante?) e soprattutto avrebbe scagionato l’anonimo cronometrista da una accusa che io mi sento di fare, postuma: come hai fatto a far partire il cronometro a New York e poi bloccarlo a Parigi? Mi si dirà: il cronometro lo ha fatto partire e poi stoppato lo stesso Lindbergh. E allora mi chiedo e replico: e come ha fatto Lindbergh a far scattare il cronometro esattamente quando il carrello si è staccato dall’erba americana e, allo stesso modo, stopparlo esattamente quando le stesse ruote hanno toccato il prato francese? Io, da siciliano, avrei detto e scritto: trentatre ore, trenta minuti e trenta secondi.