Ascensione al Mont Ventoux

Crisi spirituale di un poeta

di Laura Ciancio

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    Data pubblicazione: 14 settembre 2019

 

A Fontaine de Vaucluse le chiare fresche et dolci acque emergono impetuosamente, trasportate da un misterioso fiume sotterraneo. La gittata, che può andare dai 22 ai 90 metri cubi al secondo, prorompe in un verde abbagliante e spettacolare che si allarga in una conca rocciosa e dà origine al fiume Sorgue.  Dal ventre profondissimo del mont Ventoux sono generate le sue sorgenti. Il distretto di Vaucluse si estende da Avignone, che ne è il capoluogo, ad Apt, a Carpentras e Isle sur la Sorgue.
Aggirarsi tra i borghi provenzali obbliga a riappropriarsi di un ritmo lento e a lasciarsi trasportare dal lilla della lavanda e dal giallo dei girasoli, curiosando tra le scale cromatiche dei mercatini, tra lattiere d’alluminio e specchiere, panchine in ferro battuto e tovaglie ricamate, olio e vino, saponi e candele che emanano profumi capaci di stordire anche un naso raffreddato.
In questi luoghi visse Francesco Petrarca tra il 1312 e il 1353. Nel 1310 il papa Clemente V di Bordeaux stabilì la sede pontificia ad Avignone, dove il padre di Francesco si trasferì, dato che era notaio al servizio del papa. E ad Avignone, nella chiesa di Santa Chiara il venerdì santo del 1327, il poeta incontrò per la prima volta Laura, la sua musa ispiratrice, e se ne innamorò. Sempre un venerdì santo, nel 1336, Petrarca decise di fare il faticoso percorso fino alla cima del mont Ventoux - il monte Ventoso - alto quasi duemila metri
Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso. Così esordì in una lettera indirizzata a Dionigi da Borgo San Sepolcro, monaco agostiniano e teologo. Descrisse l’ascesa al Monte Ventoso compiuta con il fratello Gherardo e la scalata diventò occasione per un esame della propria morale e, al tempo stesso, un modo per tratteggiare la propria autobiografia ideale.
Programmata l’escursione per il 26 aprile al fine di avere molte ore di luce e un clima favorevole, i fratelli arrivarono a Malaucene, alla base del monte, con due giorni di anticipo. Non ci mancava né la buona volontà né la vigoria fisica ma - annotò il poeta - quella gran mole di roccia era davvero scoscesa e quasi inaccessibile.
In un anfratto del monte incontrarono un vecchio pastore che cercò di dissuaderli dall’impresa dicendo loroche cinquant’anni prima provai la giovanil fantasia di salire, ma non ne riportai che pentimento e stanchezza. Non riuscendo a farli desistere, il vecchio indicò loro il percorso da seguire e si prestò a custodire gli indumenti e i materiali che ingombravano inutilmente i due giovani scalatori e il loro seguito. Dopo un primo tratto percorso con lena e agilità, si dovettero fermare a riposare sul ciglio di una rupe. Il fratello salì poi lungo la linea di massima pendenza seguendo una ripida scorciatoia, mentre il poeta si aggirò a lungo in cerca di una strada meno faticosa, ma inutilmente. Anzi, essendo questo un pretesto per la pigrizia, come egli stesso confessò, il girovagare lo portò per ben tre volte molto più in basso, allungando così il percorso e la fatica. Finalmente si decise a salire lungo il pendio più ripido e, ansante, raggiunse il fratello che nel   frattempo si era riposato a lungo. Quando arrivò sul pianoro della cima più alta, il poeta si commosse e stette come trasognato per lo spirar leggero dell’aere e del vasto e libero spettacolo.
Si commosse anche guardando verso le Alpi Marittime e l’Italia. Sospirai, lo confesso, verso il cielo d’Italia, che all’animo, più che agli occhi appariva; e un’ineffabile ardore mi pervase di riveder la Patria. Guardando le Alpi, Petrarca ricordò anche Annibale che, quando attraversò, allo scopo di creare dei gradini o dei piccoli varchi sulle rocce, le faceva surriscaldare col fuoco e poi vi faceva versare l’aceto, come narrato da Tito Livio. Come spesso accade agli alpinisti che approfittano del raccoglimento della montagna per fare un bilancio della propria vita, anche Petrarca ripensò ai dieci anni trascorsi in Francia dopo aver lasciato gli studi giovanili e Bologna.
La lettura simbolica fu immediata: Gherardo, che si incamminava verso il voto monacale, salì senza difficoltà perché libero dalla schiavitù dei beni materiali, mentre Francesco si riconobbe ancora legato ai peccaminosi piaceri della Terra.
L’esame di coscienza del poeta partì proprio dal riconoscimento delle proprie mancanze; quando vide salire agilmente il fratello, Petrarca ammise di essere “mollior” (ovvero, “assai debole e voluttuoso”) e che la via più facile lo affaticava inutilmente, senza portargli reali vantaggi. Fu lui stesso a stabilire il parallelismo tra questa condizione concreta e la propria condizione morale.
La crisi spirituale venne risolta una volta raggiunta la cima, quando di fronte alla bellezza naturale del paesaggio, Petrarca lesse un passo delle Confessioni di Sant’Agostino, che egli aveva con sé in una copia tascabile regalatagli da Dionigi da Borgo San Sepolcro. Qui, con grande sorpresa, Petrarca trovò la seguente massima: e gli uomini vanno ad ammirare le alte cime dei monti, gli ingenti flutti del mare, gli estesissimi corsi dei fiumi, la distesa dell’oceano e i moti delle stelle, e trascurano sé stessi;
Raggiungere la cima aiutò il poeta a rivolgere l’attenzione verso la propria anima.         
Soddisfatto oramai, e persino sazio della vista di quel monte, rivolsi gli occhi della mente in me stesso e da allora nessuno mi udì parlare per tutta la discesa: quelle parole tormentavano il mio silenzio. Non potevo certo pensare che tutto fosse accaduto casualmente; sapevo anzi che quanto avevo letto era stato scritto per me, non per altri.
La vetta del monte Ventoso è un ambiente lunare e glabro con grandi ciottoli bianchi ovunque. In piccole fessure riescono a radicarsi piante basse, i cui semi hanno viaggiato nel vento dal nord Europa per migliaia di chilometri.
Qui con il mistral, il maestrale, che spira da nord ovest tra la valle del Rodano e la Camargue senza interruzione e che può far scendere la temperatura bruscamente anche di venti gradi, si è potuto realizzare il luogo ideale per osservare le stelle.  C’è infatti un osservatorio meteorologico, costruito nel 1882, sulla cui facciata una lapide del club alpino francese del 1936 cita l’impresa di Petrarca come la prima affermazione di alpinismo letterario.