Da Amilcar Cabral a Ansu Fati

Raccontini di Viaggio

di Filippo Camerini

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    Data pubblicazione: 14 settembre 2019

È notizia di ieri: Ansu Fati, nuovo astro nascente del Barcellona, ha scelto per quale nazionale giocare. Nato in Guinea-Bissau, trasferitosi presto a Siviglia, ha deciso di giocare con la maglia della Spagna.
Sebbene ospite occasionale, speravo in una scelta diversa che però non sarebbe stata coerente con lo spirito guineense.
Il guineense ama profondamente il suo paese, cerca di presentarlo agli stranieri nel migliore dei modi, la gente è orgogliosa della storia, della guerra di liberazione, la radio trasmette a ripetizione melanconiche canzoni patriottiche, a Bissau si va a guardare il tramonto e respirare la brezza della baia e tutti, tutti sognano di scappare. La via per la libertà passa un visa sul passaporto. Se per noi è la via per entrare in un paese straniero, per il guineense è il modo per uscire dal proprio e lasciarsi alle spalle un non-futuro.
Ottenere un visto non è impresa facile. Il portogallo ne concede un numero limitato per motivi sanitari (la gestione è in mano ad una corrottissima commissione) o per motivi turistici (vi immagino una commissione ancora più corrotta), altre possibilità non ne ho sentite. Partire per studiare, farsi visitare e curare in un ospedale che funziona, visitare parenti o conoscenti o fare affari semplicemente non sono contemplati tra le possibilità per le quali un guineense dovrebbe poter andare all’estero. Quando capita l’occasione, non bisogna farsela scappare. Sebbene non sia certo che altrove vada bene, certamente la percezione comune è che vi siano delle possibilità; qui no.
Tra i tanti problemi che assillano questo piccolo paese, forse il più grave, quello che acutizza tutti gli altri è l’assenza di speranza. Difficile immaginarlo, è una condanna alla sopravvivenza. Se tra i guineensi c’è la rassegnazione che la soluzione non possa venire da questo paese, anche tra gli addetti alla cooperazione stranieri va maturando la convinzione che l’unica soluzione per lo sviluppo sia altrove. Si bisbiglia di governi basati su un mandato internazionale, protettorati, proposte che fuori da questo contesto, nessuno ardirebbe pronunciare. Però dopo qualche mese, appena si comincia a capire come (non) funzionano le cose e lo sconforto è inevitabile.
La resistenza della Guinea Portuguesa contro l’occupazione coloniale comincia nel ’59 con uno sciopero dei lavoranti portuali al porto che si conclude con il massacro di Pijiguiti  da parte della temutissima PIDE (Polícia Internacional e de Defesa do Estado), polizia segreta istituita dal regime Salazar. I partigiani, organizzati nel PAIGC (Partido Africano para a Independência da Guiné e Cabo Verde), si organizzarono nella vicina Guinea Conakry. Tra i fondatori del partito, l’agronomo di Bafatà, Amílcar Lopes da Costa Cabral, ne assume la guida e lavora per internazionalizzare la sua battaglia coinvolgendo le altre colonie portoghesi, Monzambico e Angola.
Dopo una prima fase di attività di sabotaggio, nel ’63 cominciano gli scontri armati. In piena gierra fredda, il PAIGC ottiene sostegno e fornitura di armi da parte di Cuba, Cina e Russia.
Gli scontri coinvolgono anche le isole e nel ’64, l’isola di Como viene ripetutamente perduta e riconquistata (all’Operazione Tridente partecipano congiuntamente aviazione, marina ed esercito portoghesi) ma alla fine è stabilmente occupata dal PAIGC e proprio dall’arcipelago Bijagos comincia la liberazione di tutto il paese. Quando nel 1970, la FAP (Força Aérea Portuguesa) emulando gli Stati Uniti in Vietnam, comincia a scaricare napalm e defoglianti sulla foresta per snidare e distruggere gli avamposti della resistenza, già più della metà del paese è ormai nelle mani dei partigiani.
Nel 1972 si tengono le prime elezioni a suffragio universale. Il 20 gennaio del ’73 Cabral cade vittima di un attentato (uno di quelli che anocra non si capisce il mandante ultimo), il 24 settembre la Guinea Bissau si dichiara unilateralmente indipendente e nel novembre dello stesso anno l’Assemble Generale delle Nazioni Unite riconosce tale stato; la Guinea Portoghese non esiste più.
Anche in Portogallo è tempo di profondi cambiamenti. Il bel film Capitães de Abril (Capitani d’aprile con uno splendido Stefano Accorsi) racconta la rivoluzione dei garofani, il colpo di stato militare che rovesciò la dittatura il 25 aprile del 1974.
Il 10 settembre dello stesso anno, dopo 11 anni di guerra, il nuovo governo del Portogallo riconosce l’indipendenza della Guinea Bissau. Cabral è l’eroe indiscusso del paese, fulcro dell’indipendenza della Guinea Bissau e delle altre colonie portoghesi. La sua uccisione lascia però inconcluso un suo progetto importante: quello della ri-Africanizzazione delle elite, il recupero delle identità culturale, sociale, psicologica originarie e indipendenti. Rimane ancora da scrollarsi di dosso il più grave fardello coloniale, come spiega nel suo discorso alle Nazioni Unite Return to the Source.
Infatti, dopo la liberazione del paese, progressi e crisi si alternano. I dissidi per il comando del PAIGC, unica entità politica del paese creano una situazione che richiede elezioni a brevi intervalli. Questo processo, fisiologico alla creazione del multipartitismo, si svolge però in modo turbolento: un colpo di stato nel 1980, prime elezioni con più partiti nel 1994, una sanguinosa guerra civile nel 1998, un colpo di stato nel 2003, uccisioni, complotti e insurrezioni fino al’ultimo colpo di stato nel 2012. Una situazione che permane stabilmente instabile sino ad oggi. A marzo di quest’anno il PAIGC ha vinto le elezioni (35,22%), e proposto il candidato Domingos Simoes Pereira come primo ministro. Il presidente José Mario Vaz lo ha rifiutato per ben 2 volte (del resto l’aveva già rimosso dalla stessa carica nel 2015). Si temeva fosse nella tentazione di rimanere l’unica autorità e, indotto a prendere una decisione, sotto minaccia di sanzioni da parte della Economic Community of West African States, ha accettato il primo ministro uscente Aristides Gomes. Si è fatto il governo ma tutti aspettano le elezioni presidenziali di novembre: l’attuale presidente ha già annunciato che si ricandiderà sebbene sia stato estromesso dal suo partito di origine (sempre il PAIGC).
Alcuni sono arrivati a rimpiangere il tempo dei portoghesi e a pensare che per questo paese davvero non vi sia una via d’uscita. Altri si fanno rapire dai miraggi del momento. Ora c’è la China National Offshore Oil Corp (Cnooc) che all’inizio di agosto ha acquistato (dall’ australiana Far Ltd) la maggioranza delle quote di un progetto di esplorazione petrolifera al largo delle coste della Guinea Bissau. Purtroppo non esiste un paese africano con risorse petrolifere o minerarie che non sia tormentato da guerre, corruzione, ingerenze straniere. Gli auguro davvero di non trovarla questa ricchezza; il paese non avrebbe difese; altro che salvezza dall’esterno...

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[1] https://www.sahistory.org.za/sites/default/files/archive-files3/amilcar_cabral_return_to_the_source_selected_spbook4me.org_copy.pdf