Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - XV Capitolo

di Carlo Blangiforti

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    Data pubblicazione: 14 settembre 2019

Ernesto Farkas non si perde in inutili giri di parole, me lo ridico. Mi saluta al porto con uno sguardo perduto nel nulla. Corto fissa alternativamente la Montagna dietro le grandi cupole della città e il blu intenso di questo mare che si spinge verso oriente. Lì da qualche parte ci sono i fratelli di Zante, di Salonicco, e più in là quelli chiassosi di Costantinopoli e Smirne. L’shana haba B’Yerushalayim. Anche se non è la Pèsach, non c’è momento più giusto per dirlo, L’anno prossimo a Gerusalemme. Ma io non ci sarò, non potrò esserci. Il mio tempo è finito qui in Sicilia. È ora di tornarmene a casa, nella mia piccola isola, in quel cantuccio che mi sono costruito con pazienza negli anni, tra i miei libri e i ragazzi, i ragazzi che sono l’unica speranza di questo mondo. Ognuno di loro è come una pietra angolare su cui costruiamo, giorno dopo giorno, quel mondo che abbiamo sognato. Lo fisso: il mio ragazzo, il figlio della Niña, non avrò mai più allievi come lui, ne sono certo, ma non bisogna mai, mai perdere la speranza che la luce di rifletta sugli altri, come in un caleidoscopio infinito. O almeno lo spero.

Ci siamo alzati di buon mattino. La cameriera del Rav Farkas è stata premurosissima: ci ha portato acqua calda e pulita, e anche sapone di Marsiglia, poi, con una voce tanto dolce quanto melodiosa, ci ha invitati a raggiungere il padrone in sala da pranzo. Appena l’ho visto, appena ho visto sua moglie, ho subito capito che non è stata una notte semplice. La signora mi ha puntato contro i suoi occhi carichi d’odio. Odio, sì. Ero io la causa di tutto? Certo che sì, ero arrivato a portare nelle loro vite la rovina. Non posso darle torto. Ernesto si è scusato per l’ora così presta, la nave sarebbe partita da lì a tre ore, non c’era tempo da perdere, i nostri bagagli erano già nell’androne. I suoi? Li aveva preparati di notte e li avrebbe portati giù tra poco.

«Ho scordato sicuramente qualcosa. Ogni volta che parto ho questa sensazione...»

Il rabbino tenta di essere sereno, comincia a parlare senza freno e di tante cose, mentre noi, noi tre, sorseggiamo il latte di capra fresco e il buon caffè che si beve da queste parti.

«Ernesto, signora Farkas, sono desolato per il trambusto che ho portato...»

La signora si morde a sangue le labbra, vorrebbe scoppiare in un pianto a dirotto o in una sequela di improperi contro me, il mondo e perfino l’Altissimo, ma un bavaglio invisibile la trattiene. È lo sguardo fermo del marito? È il dovere coniugale? È così.

«Coprendo il suo disappunto, Signora. Non so proprio che dire...»

Il ragazzo mi guarda. Ha ormai imparato a capire dalla mia inflessione e dalle poche parole in italiano che conosce, quando la situazione esige la sua discrezione. Corto tace e guarda.

La signora è nervosa. Fissa il marito con uno sguardo carico di amarezza e rabbia. La capisco, non è facile separarsi da ci si vuol bene, né, tanto meno, da chi si rispetta sommamente. Non ha paura, non conosce i pericoli, se mai reali ce ne fossero, dell’impresa, ha solo una oscura sensazione che le stringe la bocca dello stomaco, che le impedisce di ingoiare quel liquido scuro e amaro.

«Cara, non hai ancora messo lo zucchero nel caffè!»

No, non lo ha messo e non lo metterà. Vuole ricordare questa mattina in tutta la sua amarezza.

Io e il ragazzo scendiamo giù. Lasciamo il tempo a Rav Farkas di salutare come si deve i suoi cari e aiutiamo Benedetto, che nel frattempo è arrivato, a caricare sul calesse le nostre cose. Il cugino è allegro, molto allegro, si muove attorno alla carrozza quasi danzasse. È eccitato.

«Rabbino, non sono mai uscito dalla Sicilia. Sono veramente felice di partire.»

Ha ragione partire, viaggiare, conosce c’è forse qualcosa di più bello nella vita?

Corto sembra comprendere a pieno lo stato d’animo del giovane. Poi s’incupisce, s’incupisce perché il cugino di Ernesto si arresta di colpo e voltatosi verso di noi, con i tratti del viso contratti, si fa serio serio.

«Vengo da casa del rigattiere. La polizia stamattina è tornata a casa di Lo Presti e lo ha picchiato. Non ha parlato, non ha detto nulla. Celestina, la moglie, si è messa a gridare come un’ossessa. Da una tipografia lì vicino sono accorse le lavoranti, una mezza dozzina di donne che si sono messe a gridare e hanno richiamato tutti. Carrettieri, macellai, fabbri e, perfino, perdigiorno si sono messi a inveire contro quei mascalzoni in divisa, glielo hanno strappato dalle mani a forza di strattoni e sputi. C’era uno, un continentale, che ha tirato fuori una rivoltella e si è messo a sparare in aria. Ma quelli niente, non si sono lasciati intimorire e già sputi e male parole. L’idiota non ha capito niente: “Selvaggi, siete selvaggi! Bestie, animali. Io sono la legge e dovete rispetto per le legge!” Tra la folla si è fatto largo don Piddu Spampinato… voi non lo conoscete don Piddu, e come potete conoscerlo. Si è spostato con il pollice destro la bombetta sulle ventitré, si è avvicinato al brigadiere, uno di qui, una uomo alto quasi due metri e che pesa almeno un cantaro e mezzo, e gli ha detto qualcosa all’orecchio. Il brigadiere ha preso di peso il continentale e lo ha trascinato sulla vettura. Sono spariti. Questo del Nord ha fatto in tempo ad affacciarsi, mostrando minaccioso il pugno e gridando “Bestie, non finisce così. Oggi in questa merda di città è arrivata la Morte!” Qualcuno gli ha tirato contro un sampietrino, lo ha colpito in fronte, la sua faccia sembrava una maschera di sangue e una delle operaie della Tipografia Campione gli ha gridato: “E si vede… Ma quella che stampiamo noi sui tarocchi è più bella” E giù tutti a ridere. Quello ha bofonchiato qualcosa e don Piddu gli ha gridato distintamente “Ma vidi cu t’a ficca, cugghiuni!”, poi ha aggiunto “Brigadiere Giuffrida, ma chi è ca ccà ’nni niatri ’un ci n’erunu testi ri cazzu, ma unni ’u jistivu a truvari stu minchiuni, a’a fera r’e scecchi r’a Punta?” E tutti a ridere come a carnevale.»

Un po’ viene da ridere anche a me, ma dura poco.

«E il signor Simone come sta?»

«Meglio, si è ripreso, è venuto il dottore e dice che ha solo qualche contusione e qualche graffio. Non c’è da preoccuparsi.»

Torna al cavallo lo sistema, mentre ormai è ora di partire verso il porto. Il bastimento ci aspetta.

Con passo svelto Rav Farkas scende per le scale, è più sereno, evidentemente è riuscito a tranquillizzare sua moglie.

«Su, sbrighiamoci, non c’è tempo da perdere. Benedetto hai lora raccontato tutto? Temo che saranno al porto ad aspettarci, bisogna fare cautela.»

Mezz’ora di strada mi sembrano un’eternità. Sono preoccupato per il tak e per Corto, non vorrei la sua avventura finisse ancor prima di iniziare e in malo modo. Le strade sconnesse della città ci rendono il tragitto una specie di odissea. Non ci aiuta nemmeno la folla che si accalca attorno al calesse cercando di venderci frutta e verdura. Non abbiamo tempo, anche se l’aspetto invitante dei melograni fa splendere di una luce inattesa gli occhi del ragazzo. Benedetto non dà tregua al cavallo, bisogna fare in fretta.

Il nostro respiro si ferma all’ingresso del porto: il grande piroscafo con le sue tre canne si staglia contro la luce di un giorno ormai fatto, mentre da lontano scorgiamo un gruppo di carabinieri e dietro loro, bendato da una vistosa fascia di cotone bianco, il volto pallido come un cencio del Delegato di prima classe Ortensio Viganò.