Gesù, figlio di Giuseppe

Riflessioni

di Ciccio Schembari

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    Bartolomé Esteban Murillo, Sacra Famiglia dell'uccellino (1650 ca)


    Data pubblicazione: 14 agosto 2019


Gesù era figlio di Dio. Il Dio degli eserciti, il Dio geloso e perciò unico: non avrai altri dei oltre a me. Un padre rigoroso e inflessibile che punirà non solo chi non lo ama, ma anche i suoi discendenti fino alla terza e alla quarta generazione e avrà bontà  solo per coloro che lo amano e osserveranno i suoi comandamenti. Un padre che pronuncia solo proibizioni.  Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non attestare il falso contro il tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo.
Mi fa pensare a certe mamme ai giardini verso i loro figli: non correre, non sporcarti, non giocare, non cadere… e ricordo una mamma che ha dato una sberla al bambino perché, cadendo, s’era sporcato il vestitino.
Un Dio che impone un giorno per santificarlo e obbliga a onorare il padre e la madre e che non ha parole e attenzioni verso i figli. Non solo, ma arriva a chiedere ad Abramo, come prova della sua fedeltà, il sacrificio del figlio Isacco. 
Un padre così meglio perderlo che trovarlo! Con un padre così si rischia di diventare autoritari, normativi, prepotenti, prevaricatori se, non anche, assassini e sterminatori.
Gesù invece ha intenso fervore verso i bambini e reputa riprovevole scandalizzarli, ha parole di amore verso il prossimo e pronuncia un solo comandamento: Ama il prossimo tuo come te stesso. È un comandamento di doppio amore: ama te stesso e ama il prossimo tuo come te stesso. Non è scontato che ognuno ami se stesso. Amarsi è un “mestiere” da imparare. C’è chi non sa amarsi, non sa trovare in sé stesso il suo star bene. Non trovandolo lo cerca dagli altri e perciò riversa loro l’affetto e la cura che non sa dare a se stesso aspettandosene altrettanto e finisce per opprimerli e soffocarli. Non è guidato dalla gratuità dell’amore ma dall’interesse. Spesso è questo il caso di certi genitori troppo affettuosi.
Totalmente e pienamente gratuito è, invece, l’amore del comandamento di Gesù. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché il sole sorge sopra i malvagi e sopra i buoni, e piove sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete?
Come fu possibile che da una cultura così normativa e oppressiva, quale era quella ebraica, scaturissero parole d’amore?
Dobbiamo ricordarci che Gesù non aveva un solo padre (Dio).  Il padre intransigente, che impone le sue leggi, richiede vittime, lontano, invisibile, irraggiungibile di cui occorre “che sia fatta la sua volontà”.
Le sue prime esperienze Gesù le fece con un altro padre, Giuseppe, il quale non si metteva in mostra, proteggeva e amava il bambino, lo incoraggiava, lo metteva al centro della sua esistenza, lo serviva.
Deve proprio essere stato questo Giuseppe, dotato di vera modestia, a offrire al bambino un criterio di misura per la verità e a trasmettergli l’esperienza dell’amore. Perciò Gesù fu in grado di smascherare l’ipocrisia dei suoi contemporanei. Un bambino educato secondo i principi tradizionali, che dalla sua nascita non conosca null’altro, non può smascherare l’ipocrisia, perché gli manca un metro di paragone. Chi conosca sin da bambino soltanto questa atmosfera, la troverà ovunque normale e forse ne soffrirà, ma non sarà in grado di riconoscerla per quello che è. Nel caso in cui da bambino egli non abbia sperimentato amore, ne avrà struggente desiderio, senza sapere bene però di cosa si possa trattare.
Gesù invece lo sapeva, e lo sapeva perché Giuseppe con i suoi atti e col suo esempio gli aveva insegnato l’amore.