Fratelli d'Italia… figli di chi?

Viaggio da Modica a Marsala e ritorno

di Salvatore Leopaldi

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    Veduta di Poggioreale – ph. Marina Mongiovì


    Data pubblicazione: 14 agosto 2019

 

Nel 1847 l’allora poco meno che ventenne Goffredo Mameli scrisse Canto degli italiani, l’inno che oggi conoscono tutti gli appassionati di “pallone” e pochi altri. E fortuna che in Italia appassionati di calcio, chi più chi meno lo siamo tutti. Quel fratelli d’Italia che però tagliava corto sulle origini di questa fratellanza; fratelli si, d’accordo, ma figli di chi? Rimane ancora da capirlo.
A noi siciliani, a dire il vero, questa fratellanza dovette subito sembrare ambigua già poco tempo dopo lo sbarco di Garibaldi. A Marsala, si legge nei libri di storia… e questo sbarco a Marsala a me, da siciliano della Sicilia orientale, è sempre suonato esotico come quando nei libri di scuola si inizia a studiare la Magna Grecia e poi scopri, ma si rischia persino di non scoprirlo, che la Magna Grecia eravamo noi e che persino gli ateniesi, invidiosi di Siracusa, vennero per conquistarla e se ne andarono sconfitti. Ma i libri di storia sono così, a forza di secoli di revisionismi finiscono con il raccontare una storia che non si sa bene a chi serva. Eppure la storia serve, serve a sapere chi siamo e a capire dove stiamo andando.
Marsala ad ogni modo non fa parte della geografia ideale dei siciliani del Val di Noto, non vi fa parte nemmeno il trapanese, quello che sempre gli arabi chiamarono Val di Mazara. Sono cose che sappiamo, conoscenze implicite e condivise che apprendiamo sin dall’infanzia. Da Modica a Trapani? Ci vuole la macchina! L’ho persino letto su un sito internazionale di viaggi, non sia mai che qualche turista scopra solo dopo essere arrivato in Sicilia che noi siciliani, si, d’Italia siamo fratelli ma figli, figli di chi? ancora ci rimane di capirlo. Dodici (12) ore di treno, spiegano su quel sito, ma la notizia suona quasi leggendaria, una fake news diremmo di questi tempi, non fosse altro perché non si riesce a trovare qualcuno che quelle dodici (12) ore di treno le abbia veramente fatte.
Quando Garibaldi sbarcò a Marsala i siciliani lo accolsero festosamente. Siamo così noi siciliani. Abituati a così tante dominazioni, abbiamo imparato che è meglio farceli subito amici questi “potenti” e allora la paura si tinge di festa. Un poco come la canzone che più ci rappresenta, Vitti na crozza supra nu cannuni. Ci balliamo allegramente (tralallàllerullàllerullalà) ma è la storia terribile di un morto rimasto non sepolto, però la musica è di festa. A Garibaldi però l’accoglienza piacque e lo notò pure Alberto Mario che in La camicia rossa scrisse «comparivano alla residenza del Generale copiosi doni di canditi, di cotognate, di buccellati, di bocche di dama». Sono cose note del resto, gesti che ripetiamo stagionalmente a chiunque metta piede nella nostra bella terra. Eppure Ippolito Nievo ebbe a notare che già allora, sebbene non ancora formalmente fratelli, già un poco meno figli lo eravamo (figli di chi? Del resto non lo sapevamo nemmeno a quei tempi) e scrisse alla madre «qui si vive in pieno seicento, col barocchismo le raffinatezze e l’ignoranza d’allora. Noi abbiamo il compenso di essere ammirati come Eroi». E già, il sempre atteso eroe che viene e ci salva.
Le cose andarono come andarono. I contadini di Bronte, come andò la campagna garibaldina in Sicilia lo sanno meglio di altri. Ci si credeva democratici e repubblicani, volevamo fare la rivoluzione insomma, e si finì monarchici e moderati.
A Marsala ci sono arrivato in treno. Da Modica a Marsala, come per dimostrare che non di fake news si tratta e nemmeno di leggenda. Ci ho impiegato un giorno intero ma non ci vuole solo molto tempo a raggiungerlo, il luogo dello sbarco, ci vuole ostinazione e pazienza, perfino coi controllori di Trenitalia (eccola ricomparire l’Italia) che si lasciano sfuggire uno sguardo tra l’ammirazione e la pietà quando leggono la tratta sul biglietto e qualcuno te lo dice pure, ma con gentilezza. Guidano treni del dopoguerra che, adeguatamente segnalati, potrebbero diventare il più grande museo diffuso della nostra terra. Del resto, già nel 1861 in tutta Italia esistevano solo 1.829 chilometri di linee ferroviarie (17.000 chilometri in Inghilterra, come a ricordarci che si è sempre il sud di qualcuno e fratelli magari sì ma figli, figli di chi?). Di quei 1.829 chilometri ben 802 erano in Piemonte e appena 242 in tutto il centro sud.
A pensarci bene, qualche dubbio a noi siciliani sarebbe già dovuto venirci quando a Marsala attraccarono le due imbarcazioni su cui viaggiavano i mille; i marsalesi che quel giorno guardavano l’orizzonte poterono leggerne i nomi: si chiamavano Piemonte e Lombardo. Lo si può ancora vedere l’enorme vessillo di tela del Lombardo con la scritta in bei caratteri scuri su fondo a strisce bianche e rosse; si trova al Museo Regionale Agostino Pepoli di Trapani proprio di fianco alla ghigliottina borbonica e alla divisa da garibaldino con la camicia di non so che colore ma non certamente rossa. Ma probabilmente a Marsala, a quella data, a saper leggere i nomi scritti sui due vessilli dovevano essere ben pochi.
A Marsala ci arrivo con due (2) ore di ritardo su di un pullman sostitutivo, dopo avere perso una delle cinque coincidenze programmate e dopo aver atteso per più di un’ora alla stazione di Castelvetrano ironicamente (credo) presidiata da carabinieri in divisa. Come a ricordarci che lì, in latitanza da non so quanto tempo, probabilmente ci vive Mattia Messina Denaro.
Che poi a questa storia di Garibaldi proprio non ci avevo pensato nell’organizzare il viaggio. Quella Marsala dello sbarco dei mille di cui avevo letto nei libri di scuola non poteva certo essere la stessa Marsala verso cui mi stavo recando. Avevo in testa Mozia e il “giovinetto”, il Satiro a Mazara, la città di Lilibeo di cui fu questore Cicerone nel 76 a.c., la battaglia delle Egadi, i greci, i fenici, i romani, gli arabi nell’827 d.c.
Mi è sempre venuto più facile immaginare i popoli mentre fatico a immaginarmi le nazioni, forse perché i popoli sono qualcosa di reale mentre le nazioni un’invenzione moderna. Chissà i siciliani, penso, se fanno popolo a sé (Fratelli d’Italia, si, ma figli di chi?). Sciascia riconduce l’identità siciliana proprio all’827: «indubbiamente», scrive, «gli abitanti dell’Isola di Sicilia cominciano a comportarsi da siciliani dopo la conquista araba». La nostra identità di siciliani. Ogni tanto ci penso e mi viene sempre da sorridere quando mi viene in mente che uno dei siciliani più famosi nel mondo è Luigi Pirandello. E allora il concetto stesso di identità svapora: uno, nessuno, centomila.
Ad ogni modo, con tutti questi pensieri in testa, no, proprio non mi aspettavo di andare a Marsala e farmi monopolizzare da Garibaldi. Già durante il viaggio (partenza alle 7.41, arrivo previsto 18.06, arrivo effettivo 20.11) l’idea che, sebbene fratelli, tutti ugualmente figli di questa Italia forse proprio non lo fossimo inizia a rombarmi in testa come salmodiata dal frastuono assordante della vecchia automotrice. Ma del resto chi lo ha detto che fratelli significhi tutti uguali? Ci pensavo, da figlio, durante gli anni universitari trascorsi in “continente”. Colleghi toscani che, se non proprio in casa, studiavano e rimanevano a lavorare nella propria terra e poi c’eravamo noi, i siciliani e come i siciliani c’erano i sardi, i calabresi, i lucani. Cu nesci arrinesci, ci dicono sin da bambini, forse per convincerci di una sorta di ingiustizia del destino. Sono figli pure questi siciliani, questi sardi, questi meridionali, fratelli d’Italia certo, ma figli; forse lo sono un po’ di meno.
A Marsala mi imbatto casualmente nella presentazione di un libro, Gomito di Sicilia di Giacomo Di Girolamo. Sento l’autore raccontare la storia della costruzione del Monumento ai Mille (ancora con ‘sto Garibaldi, penso, ma sono proprio fissati questi, mentre sono intento a fotografare il portone da cui uscì “la giumenta bianca” che gli donò Sebastiano Giacalone e che Garibaldi chiamò Marsala). Il libro in questione lo porto con me durante il viaggio di ritorno Marsala-Modica (partenza alle 12.31, arrivo alle 22.20), in treno, manco a dirlo.
Inizio a leggerlo ed è s/consolante sapere che questo libro parla di me, di noi siciliani e che Val di Noto o Val di Mazara, ahinoi, la sostanza non cambia.
«Quando hai detto che volevi andare via, sorella mia, per frequentare l’università a Roma/Bologna/Pisa/Berlino, per un attimo i nostri genitori si sono guardati negli occhi, negli occhi passava lo stesso pensiero: non sono cose che si fanno ad un genitore. Poi più lucidi: ma cosa ci restiamo a fare noi qui? Perché non chiudiamo casa e ci trasferiamo anche noi a Roma/Bologna/Pisa/Berlino, dovunque ci sia un futuro per questi figli […]. In tanti già lo stanno facendo, prima andavano i figli a studiare fuori, adesso va tutta la famiglia, tanto già sanno come va a finire. Tutto è fuori: il lavoro, lo zito, i nuovi amici».
Siamo ridotti a questo in Sicilia. E se non siamo noi quei figli che partono, allora a partire sono i figli nostri. Mentre scrivo, vengono diffuse le anticipazioni del Rapporto sull’economia e sulla società del Mezzogiorno elaborato dallo Svimez: dalla Sicilia, dicono, dal 2002 al 2017 se ne sono andate per non farvi più ritorno 852 mila persone. Come un disastro silenzioso, una catastrofe senza clamore che pure è più reale di certi disastri. Come nel ’68 quando il disastro fu reale e tangibile, il terremoto del Bélice lo chiamarono i telegiornali, come se con le scosse si fosse spostato anche l’accento. Solo che nel Belìce (era così che si chiamava quella valle, Belìce con l’accento sulla seconda sillaba) il disastro non fu solo il terremoto ma ancor di più quello che venne o non venne dopo. Nel 1976 pensarono di sollecitare il Parlamento facendo scrivere delle letterine ai bambini della prima e della seconda elementare: «Caro onorevole Giulio Andreotti le scrivo da Santa Ninfa»; «Caro onorevole Sandro Pertini, noi non sappiamo nemmeno come è fatta una casa»; «Caro presidente Leone, qui sono i miei sogni».
I nostri sogni… Ovviamente nessuno rispose a dire Cari fratelli d’Italia, voi siete figli… figli di chi? E allora sono passati altri 25 anni e qualcuno ha pensato bene di rintracciare quei bambini e chiedergli di provare a riscrivere quelle lettere d’allora. In pochi hanno aderito, tra questi una signora che non chiede più il tetto per la sua baracca, per quello si saranno già arrangiati da tempo, «Signor Presidente», scrive, «noi le chiediamo questo: siamo stanchi di vedere i nostri figli andare via».
Ottocentocinquantaduemila!
Bisogna dirlo, però, di soldi per il Belìce negli anni ne sono stati investiti tanti, per il Belìce come per altri interventi straordinari degli ultimi sessant’anni; i finanziamenti nazionali, i milioni della Cassa per il mezzogiorno, i soldi della Comunità Europea più di recente… e allora? Forse che, per usare le parole di Ungaretti, noi siciliani “siamo anche indegni di sperare”.
Eppure sono qui, io come altri, sopravvissuti a questa catastrofe silenziosa; siamo qui e continuiamo a leggere, a scrivere, a cercare di lavorare, a sperare e a viaggiare su automotrici del dopoguerra che per raggiungere una località che in linea d’aria dista poco più di trecento (300) chilometri ci impiegano dodici (12) ore e non costano solo i 23 euro e 10 centesimi del biglietto ma anche amare riflessioni sulla nostra terra.

 

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Doveroso citare Giacomo Di Girolamo, Gomito di Sicilia, Roma-Bari, Laterza 2019 a cui sono debitore per alcune delle informazioni meno convenzionali contenute nel testo. Ringrazio Marina Mongiovì per la foto che correda l’articolo… e per tutte le altre.