Quel che eri sarò

La metafora della nuora e della suocera

di Saro Distefano

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    Data pubblicazione: 14 agosto 2019

 

Nora a statu, sogghira addivienti. Facilissima la traduzione letterale dal siciliano all’italiano: sei stata una nuora, adesso diventi una suocera.
Come sempre un po’ diversa quella letteraria: non meravigliarti quando passerai dalla condizione di nuora a quella di suocera. Quand’eri nuora avevi poca simpatia per tua suocera, soffrivi le raccomandazioni, soprattutto quelle rivolte a tuo marito (ma in realtà indirizzate a te), ovvero il figlio maschio e sovente prediletto della donna che era allora la tua mal sopportata suocera, e sbottavi alla presenza sempre troppo ingombrante di quella donna che riteneva il figlio ancora “u picciridu” da accudire, anzi adduvare e si lamentava (non sempre in maniera sommessa e/o educata/discreta) di come cucinavi, di come tenevi la casa e financo rispetto ai metodi educativi utilizzati verso i tuoi figli.
Ma siccome gli antichi iblei non perdevano occasione per citare il vecchissimo adagio “a maravigghia arriva finu nte ghigghia”, adesso sei tu che, diventata suocera, ti ritrovi ad essere uguale, forse anche peggio, rispetto alla tanto odiata suocera.
Adesso comprendi che l’amore materno verso il figlio maschio, foss’anche uno dei tuoi otto figli maschi, è tale e tanto che tu novantenne e lui – tuo figlio – sessantacinquenne, sarete sempre “a mammuzza” e “u picciridu”. Capirai, adesso che sei suocera, che la madre del figlio maschio guarda alla donna che lo ha sposato come ad una strega che lo ha mitridatizzato, lo ha rapito, ne ha fatto un autonoma grazie all’arte magica appresa in generazioni e generazioni di majare (posto che tua madre e l’intera tua ascendenza matrilineare è evidentemente come se non peggio di te).
Adesso che sei suocera capisci bene, benissimo, che una moglie è la padrona a casa sua, e che gli ospiti sono intrusi, anche quando hanno il patrimonio genetico identico a quello del maschio che trenta anni fa hai voluto a tutti i costi, anche quando tuo padre ti diceva che secondo lui, a guardarlo bene, era “cciù ammincialutu ca pissuasu” (e me ne fotto della traduzione).
Adesso comprendi benissimo che la vita è un ciclo, e che per percorrerlo in salute e leggerezza surfando tra le onde tipiche dei cicli, è ben consigliato un portabagagli pieno della celebre pillolina, la “minifuttu”, chè altrimenti – a dare un calcio ad ogni pietra – finisci le scarpe e nulla ottieni, se non rovinarti il fegato.
Sarebbe invece il caso, raggiunta l’età e la maturità che s’impone ad una suocera, di godersela, di fare le cose belle di quella età: accudire ai nipotini, badare al giardino, andare alle conferenze culturali, fare bei viaggi, scopare l’idraulico (non l’elettricista), dire sempre si al marito se ancora vivo e soprattutto volere bene a tua nuora.