Fare figli: incubo o favola?

Riflessioni

di Loretta Dalola

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    Data pubblicazione: 14 agosto 2019

 

Per una donna, è un bene mettere al mondo un figlio al giorno d’oggi, è un atto di coraggio, di egoismo, una risposta biologica, una soddisfazione oppure un predestinato fallimento genitoriale? Chiediamocelo.
Riprodursi pare sia un fatto naturale, raggiunta una certa maturità biologica. Un passaggio della vita, avvertito in modo cosciente.  Non un punto d’arrivo, bensì una delle tante tappe che costellano la crescita individuale o di coppia.   Ma essere una buona madre lo è altrettanto? Cosa si aspetta un figlio e viceversa, è un dettaglio che richiede riflessione e coraggio tanto quanto il mettersi a nudo da entrambe le parti per assolversi. Un traguardo e un bilancio raggiungibili se sappiamo distinguere esigenze e conseguenze.
Procreare è una sorta di “premio fidelity card” che la vita offre a ognuno di noi per rispettare socialmente il già stabilito, prescritto, decretato, dalle regole del ciclo vitale, vegetativo e riproduttivo. Ma, l’orgoglio e la soddisfazione di adempiere a tale compito è sufficiente come carburante per le aspettative che ognuno investe in questo ruolo?  Siamo convinte e gongoliamo pensando a quale meraviglioso genitore saremo quando scatta il “adesso tocca a me”. Anche se la paura, di tanto in tanto fa capolino, nel vortice delle emozioni legate alla gravidanza e alla sicurezza dell’esser una madre gioiosa, meravigliosa, paziente, comprensiva e solare ha sempre il sopravvento. E così, ingenuamente o inconsapevolmente annodi il filo che regge la spada di Damocle che da quel momento penderà sulla tua testa. Probabilmente è una cosa orribile da affermare, che non corrisponde al concetto legato alla maternità così esibita e celebrata nell’ambito dell’esistenza umana. Eppure, essere madre oggi, equivale ad addossarsi un carico emotivo inedito che non è mai stato, psicologicamente, così opprimente in nessuna epoca. In passato era una fatica più fisica, perchè mentalmente erano più libere. Donne costrette in casa ma che, dopo aver sfamato e schivato il pericolo delle malattie avevano assolto al loro compito. Non dovevano rispondere all’enorme aspettativa dell’annessa moderna connotazione psicologica della “perfezione” che ha dato come risultato una mole di stress aggiuntivo. Un incarico materno da supereroina destinato a naufragare dentro al semplice postulato di “essere umano fallibile”. Perché l’immagine stereotipata della “brava mamma” non rispecchia la realtà.  Non siamo sempre felici di esserlo. Siamo confuse e incasinate. Abbiamo rimpianti e ripensamenti. Dobbiamo dire addio alla libertà e conciliare la realizzazione professionale con la “professione mamma”. Abbiamo la testa piena di pensieri e il cuore gonfio di ansie nel tentativo di dover fare sempre il meglio. Dobbiamo assumerci gli oneri di una vita quando ancora si sta capendo la propria e le responsabilità che gli errori ricadranno anche sul figlio, direttamente o indirettamente. Come conciliare tutto ciò?

Facendoci un regalo. Riduciamo la “fatica” a quel livello di coinvolgimento e di investimento emotivo che rende le esperienze, tutte, e tra queste anche la maternità, degne di essere vissute. Accettiamo il fatto che non siamo “supermamme” ma che ci siamo autoimpegnate in un “lavoro” che ha un inizio e non una fine, che obbliga a fare i conti con se stesse ma che parallelamente e moderatamente gratifica. Abbassiamo gli obiettivi e allontaniamoci dall’ansia da prestazione perché, quando alle supereroine finiscono le “Duracel” diventano arrabbiate e insoddisfatte. Dimentichiamo il senso di colpa e riconosciamo che possiamo sbagliare, essere umanamente nervose, affaticate e impazienti di uno spazio intimo. Allontaniamoci dall’esser Wonderwoman silenti, onnipresenti nelle vite dei nostri figli, moderne lavoratrici ma ancora custodi del focolaio domestico alla “Mulino Bianco”, con un carico di lavoro triplo delle donne di 50 anni fa e, forse, riusciremo a godere della magia della vita che consente la sopravvivenza della specie, ma che non è tutto il nostro mondo.  È fattibile che, essere una buona madre implichi anche voler bene all’altra parte di se, quella cattiva, imperfetta, che esiste e con cui bisogna fare i conti, perché la felicità dei nostri figli non può e non deve essere la nostra. Non ci appartiene. Il loro futuro è parte dell’essere genitore ma è anche indipendente da noi. Essere madri è imparare a stare sulla soglia, coltivando quel pizzico di rimpianto legato alla memoria di quando erano “cuccioli” per guardare le tigri e i tigrotti che sono diventati, perdonandoci se le cose non sono andate proprio come si desiderava, perché in fondo nessuno insegna come fare e soprattutto, non esiste il modo migliore di farlo. Non c’è una ricetta né tantomeno un manuale. Non servono i consigli o i confronti.  Avere un figlio non farà di te necessariamente una madre perfetta.  Tanto più che fare la mamma, oggi, vuol dire restare in bilico tra la sanità mentale e l’alienazione. Tanto vale allora, sfidare la sorte o semplicemente provare a farlo per scoprire che in fondo un figlio riempie uno spazio che scalda il cuore e che sarebbe stato altrimenti vuoto!