Life in plastic is fantastic

Raccontini di Viaggio

di Filippo Camerini

    img

    Data pubblicazione: 14 agosto 2019

 

Insisto perché Jacopo non prenda un bicchiere in plastica e vado a sciacquargliene uno di vetro. Lui, per innato spirito di contraddizione, replica sostenendo che questo risparmio non ha senso, che un bicchiere in plastica in più o meno ha un impatto assolutamente trascurabile sull’ambiente.
Arrivando a Bissau ti colpiscono i grandi baobab, i colori degli uccelli, le grida delle donne ma pure le montagne di rifiuti. Vi troneggiano avvoltoi spavaldi, vi grufolano maiali felici, vicino casa, sono  perfino spuntate delle piante di cocomero che, nel bel mezzo della stagione secca, hanno prodotto cocomeri. Commercio e beneficienza portano (e smaltiscono) vestiti, scarpe, macchine, giocattoli usati (alcuni donati dalla benevolenza europea hanno pure le pile). Il prodotto tipico al mercato è del tipo più economico che l’industria cinese possa offire, decisamente non progettato per durare;  pronto a evolvere precocemente allo stato di rifiuto. Montagne di plastica si accumulano senza altra destinazione finale se non la combustione o il mare. La mattina, vado a correre e una parte del percorso è costituita dalla barriera che i balanta (una delle etinie principali in Guinea Bissau,  tutti ingegnieri idraulici senza diploma) costruiscono per difendere le loro risaie dal mare. Tra le radici delle mangrovie, al mio avanzare, tutto si muove: perioftalmi (pesci che vivono fuori dall’acqua) si allontanano saltanto sulla superficie delle pozzanghere, granchi violino rientrano nelle loro tane e, immancabili, tra le radici aeree di questo ecosistema meraviglioso, ciabattine, residui di scarpe, bottiglie, flaconi, tappi. Anche sulle spiagge delle isole più lontane, si notano residui di plastica portati dalla marea. Se in Europa ci confrontiamo sulla percentuale di materiali riciclati e lodiamo i comuni ricicloni, il mondo che numericamente conta, non ha altra scelta se non inquinare. Ha ragione lui. Un bicchiere in plastica in più o in meno non cambia nulla.

img


Talvolta visitando le tabanka, i villaggi della Guinea Bissau, la spazzatura è stata accumulata proprio nei pressi dell’area utilizzata come punto di socializzazione. Centinaia di bottiglie ammucchiate nei pressi di un grande albero sacro; una vera porcheria. Si tratta di un’ostentazione di ricchezza; noi consumiamo, che ti credi...?  Il vero consumismo non dipende da quanto compri ma piuttosto da quanto butti. E anche i dreni delle strade e i piccoli torrenti secchi, sembrano tutti aspettare che la stagione delle pioggie li liberi degli strati di rifiuti accumulatisi per mesi. Del resto, anche in Senegal, il paese riferimento per quanto riguarda lo sviluppo (ci si arriva in 3 ore di pessima strada per fare spese oppure per un finesettimana diverso), sebbene gli scarti organici siano compostati, la plastica è ancora bruciata.
Ho conosciuto l’albero delle scodelle (Crescentia cujete) in Nicaragua dove lo chiamavano Jicaro. Nella nebbia della foresta era il supporto preferito per le piante epifite che crescono sui rami sfruttando l’umidità dell’aria e nutrendosi di pulviscolo atmosferico. Nei Caraibi anglofoni era il Calabash tree e i suoi fiori attiravano colibrì meravigliosi. L’ho anche coltivato in vaso sulla mia terrazza  di Roma; trascurato d’estate, seccava fino a sembrare morto ma poi regalava regolarmente nuovi giovani foglie. Fiorendo sui rami maturi (e non in cima ai giovani virgulti come la maggior parte delle nostre piante da frutto) può produrre e sostenere frutti più grandi come cocomeri. Proprio da questi  frutti, in Guinea Bissau, si ricavano semicalotte legnose rigide, leggere, robuste e durevoli molto diffuse per raccogliere e trasportare i prodotti.  Talvolta sono decorate oppure riparate ricucendone le parti rotte (arte pura). Eppure le tinozze in plastica hanno le maniglie, il fondo piatto e possono essere più grandi. E si, Jacopo mio, nel peso di una tinozza, ce ne sono davvero tanti di bicchieri di plastica.

Visitando le tabanka degli abitanti delle isole, gli stupendi Bijagos (il popolo dei veri uomini), le mangiatoie per i maiali e i nidi delle galline sono ricavati da gusci di tartarughe, macabri testimoni di un mare ancora ricco e generoso e di un rapporto con la natura ancora forte. Isole coperte di vegetazione lussureggiante, dove giganteschi  alberi arrivano alla spiaggia e le mongrovie si spingono anche oltre. Infatti, il legname è tra le poche categorie commerciali per le quali la Guinea Bissau ha un bilancio attivo. Sebbene la manodopera costi poco (praticamente niente), anche nelle tabankas dei Bijagos, l’unica tavola in legno per lavare i panni che ho visto è quella che abbiamo portato noi dal Belgio. Il mercato è invaso da tavolacce di plastica a basso costo arrivate dalla Cina, onnipresenti tra le abitazioni. Costano poco, durano poco (intere; rotte molto, molto di più).  E ognuna di queste corrisponde a tanti bicchieri di plastica.

img

Noi stessi, per il nostro trasloco, abbiamo riempito un container da 40 piedi di roba generosamente imballata. Un montagna di cartone e plastica che l’agenzia dei trasporti si è impegnata a rimuovere. Sarebbe dovuta venire con un grande camion per portarla via tutta e intanto i giorni passavano, noi scartavamo pacchi e la montagna cresceva. Poi, un agente del servizio della guardiania ci ha chiesto se poteva prendere un cartone e piano piano la cima della montagna ha cominciato ad abbassarsi. I primi a partire sono stati proprio i fogli di plastica con le bolle, poi i cartoni, poi i fogli. Alla fine è arrivato un pick-up e una sola persona che è riuscita a partare via quel che restava.
Difficile pensare ad un mondo senza plastica: è duttile, leggera, resistente (terribilmente durevole), versatile (plastica appunto) e soprattutto economica. È proprio l’economicità della sua produzione che ci ha portato ad abusarne e creato dei costi sociali importanti. Le cosidette bio-plastiche (di origine organica) sono invece costosissime. Derivano da materiali di origine organica decisamente più cari  del petrolio (il greggio è uno dei liquidi più a buon mercato). Alcune bioplastiche possono essere pure bio-degradabili: preziosissime in un mercato che ormai non può più fare a meno dei polimeri ma che vuole contrenere l’impatto ambientale legato al loro smaltimento. La Guinea Bissau è un paese povero, importa quasi tutto e produce poco. I portoghesi hanno scoperto che vi cresce bene l’anacardo e hanno introdotto questa coltura. Si tratta di un albero ben strano: il peduncolo ingrossa in una sorta di falso frutto dolce e profumato (mi piace molto) giallo o rosso sotto il quale è appesa il vero frutto (lo chiamano castagna). Questo è una noce a forma di rene al cui interno si trova la parte che mangiamo come aperitivo o nel pesto (quello industriale non si fa con i pinoli). Me l’hanno preparato i signori della vigilanza. Dopo averlo reidratato in acqua, lo han fatto bruciare. Prende fuoco e brucia violentemente per via di un olio contenuto all’interno: il cardanolo. Questo olio era ciò che interessava i portoghesi che lo tuilizzavano come combustibile (un antenato del biodiesel)... altro che aperitivo. Poi dopo un po’ si spegne, apri la noce e mangi il contenuto. L’olio contenuto nel guscio dell’acanacardo (anche designato con l’acronimo CNSL da cashew nut shell liquid) contiene composti aromatici simili al fenolo e offre la possibilità di ottenere polimeri biodegradabili. Spesso si utilizza in miscela con normali resine fenoliche, per ridurre il tenore in formaldeide. Insomma si tratta pure di plastiche sane, utilizzabili a scopi alimentari e molto morbide, gommose, pregiate anche dal punto di vista industriale. Oggi, Guinea Bissau esporta quasi tutto il suo (ottimo ad onor del vero) anacardo in forma grezza, prevalentemente verso l’India che procede alla lavorazione e all’estrazione delle varie componenti.
Me lo ricordo quando, al primo esame di università, ho imparato una definizione di inquinamento che a tutt’oggi credo la migliore: errata allocazione di risorse. C’è dentro tutto. Chiarisce la responsabilità di un soggetto per avere malamente allocato, spostato, accumulato ma anche apre un ottimistico spiraglio di possibilità: gli inquinanti possono tornare ad essere una risorsa, corregendo la loro allocazione. Un chiodo che tiene un quadro è una risorsa, uno che sta sulla strada e buca una ruota è inquinamento. I fosfati o i liquami organici responsabili dell’antropizzazione dei fiumi potrebbero diventare una risorsa se utilizzati a dosi corrette per fertilizzare. E la plastica? Che la plastica sia una risorsa utilizzabile con giudizio me l’ha insegnato Sabado, la signora che ci aiuta con le faccende domestiche. Puntualmente lava e stende le sacchette in plastica con le quali facciamo la spesa. Usiamo ancora tutte le sacchette con le quali abbiamo portato le nostre cose quando siamo arrivati, le riutilizziamo quando andiamo a comprare il pesce, poi per i rifiuti a casa, poi per tenere la frutta in frigo (e fino a quando Donatella non ha imposto i sachetti di Ikea,  anche per surgelare).  Questo concetto del valore (economico o ecologico) degli oggetti è la chiave. Quando uno dei manici delle bacinelle si è spaccato, Sabado lo ha fatto riparare al costo di 100 XFA (15 centesimi). “Santa miseria”, imprecava a scuola il mio professore di religione. Un oggetto riparato contiene molta più intelligenza di uno nuovo. Chi ripara deve compiere diverse azioni intellingenti: analizzare e considerare le funzioni dell’oggetto, qualificare il danno, elaborare un rimedio compatibile con i materiali e gli strumenti a sua disposizione (o procurarsene), con le sue capacità tecniche e sostenibile dal punto di vista finanziario, metterlo quindi in pratica e infine verificare l’effcacia della riparazione. Tutte queste attività sono intelligenti e richiedono un’elaborazione ogni volta diversa e indipendente. Produrre è diverso: L’unica attività intelligente, quella della progettazione è suddivisa su un mumero enorme di unità e quindi trascurabile rispetto a quella che impiega un riparatore di catini, il ciabattino, ecc... In un oggetto riparato c’è molta più sapienza che in un oggetto nuovo.

Insomma Jacopo con il suo bicchiere aveva maledettamente ragione. Un bicchiere in più o in meno non cambia niente perché il problema non è nel bicchiere di plastica, né singolo, né molti. Il problema è nella disinvoltura con la quale si fa ricorso a materiali così pesanti (costosi) per l’ambiente. Se chi vive in tabanka non ha colpa, noi occidentali dovremmo pensarci 2000 (duemila) volte prima di imballare, buttare, spedire e regalare. Il diritto allo spreco, di potere allocare malamente risorse è un’illusione. Un’illusione che è rafforzata dalla possibilità di esportare il nostro inquinamento lasciando ad altri l’incombenza di accumulare, bruciare o buttare in mare i nostri rifiuti. Leggo su sito della CNN[1] che la Malesia continua a respingere container (stiamo parlando di migliaia di tonnellate) di rifiuti non riciclabili e plastiche non riciclabili provenienti da Stati Uniti, Australia, Giappone, Cina, Arabia Saudita, Bangladesh, Olanda, Spagna e Singapore. È realistico desumere che dal 2018, quado la Cina ha cessato le importazioni di rifiuti plastici, sia cominciata una movimentazione di container di rifiuti verso paesi dove è facile sbarcare in modo incontrollato, paesi dove regna la corruzione e la disorganizzazione istituzionale. Che la Guinea Bissau sia uno di questi se n’è accorto Marco Magrini su La Stampa.[2] Infatti, sebbene  la Guinea-Bissau abbia formalmente introdotto delle restrizioni sull’uso delle plastiche e abbia aderito (assieme a altre 180 nazioni; gli USA non sono tra questi) a tracciare e limitare i traffici globali di plastica come richiesto dalla convenzione di Basilea, gli effetti non si vedono.  Ma il mare, l’aria sono gli stessi per tutti.   
Osservo i  pezzi di plastica che si accumulano tra le mangrovie;  sono contenitori che sono stati ri-tagliati, ri-usati, ciabattine logore (una volta ho notato in una tabanca un signore indossare sandali di tipo diverso). Il bicchiere di Jacopo, che, non degradabile, si usa ad un solo pasto (talvolta una sola volta), se confrontato alle ciabattine, al secchio, al contenitore, alla boa che hanno avuto tanto più tempo per ammortizzare il loro potenziale inquinante, ha un impatto assolutamente più pesante.  Le disposable plastics sono davvero un assurdo; mi ci ha fatto riflettere il mio amico Orlando (montanaro, rugbista e acquerellista): per realizzare oggetti usa-e-getta, abbiamo scelto il materiale più durevole che esiste. Il rapporto tra tempo utile e tempo dannoso è tutto a nostro sfavore.

Penso alle fontanelle chiuse a Roma, a quando, fino a poci anni fa, scendevi in una stazione, ne trovavi sempre (non credo di essere mai sceso a stazione Termini senza regalarmi una sorsata... almeno fino a quando le fontanelle erano attive), alla proliferazione delle bottigliette di plastica, alla desolante distesa di plastica sulle spiaggia di Ostia dove il Tevere riversa le offese infertegli dai romani.  E anche in una bottiglietta di pvc di bicchierini ce n’è un bel po’. Qui in Africa l’acqua si vende in sacchetti ovviamente di plastica;  mordi un angolo, succhi e poi butti. Però, qui di fontanelle per la via ce n’è ben poche.
Il bicchiere, Jacopo mio è il simbolo di un’errata – abberrante, direi- allocazione di risorse. E proprio in quanto simbolo merita un’opposizione simbolica anche se di fatto le cose non cambiano.
Guardo i bambini divertirsi pattinando sull’asfalto con ai piedi incastrate bottiglie di plastica o lattine schiacciate, penso alle tante vite che  Sabado regala ad ogni sacchetto di plastica e credo che abbiamo molto da corre,gere e imparare.

____

Note:
[1] Tonnes of plastic waste duped in Malaysia will be returned to UK, US and others. By Ushar Daniele and Helen Regan.
[2] https://www.lastampa.it/2019/03/16/scienza/africa-un-continente-invaso-dalla-plastica-XEhFUzyhYOdJ9C3hdpUOMN/premium.html