Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - XIV Capitolo

di Carlo Blangiforti

    img

     


    Data pubblicazione: 14 agosto 2019

Ernesto Farkas non si perde in inutili giri di parole. È diretto come chi non ha tempo da perdere o chi ha da perdere solo il tempo. Deve averlo ereditato dai suoi: chi scappa da un posto ha dentro il suo cuore la voglia insopprimibile di vivere in uno stato di perenne provvisorietà.

Non è il caso di fermarsi ancora a Catania, forse sarebbe il caso di tornarsene sull’isola dei Cavalieri e abbandonare l’impresa, forse ha ragione, una cosa così semplice, una cosa che poteva interessare solo antiquari e gli uffici alle antichità italiani, ora è diventato un affaire internazionale, una partita in cui giocano troppe persone, senza che nessuno sappia con sicurezza chi sia il proprio compagno. In certi giochi di carte funziona proprio così: all’inizio tutti hanno la necessità di restare nell’ombra, più defilati possibile, anzi hanno l’interesse a fare credere a tutti (avversari e compagni potenziali) di essere altro da chi si è; poi piano piano, quando il tempo screma tante asperità, disperde le nebbie e le strategie di gioco diventano più chiare, gli amici si riconoscono tra loro e riconoscono i nemici, saranno alleati fino alla fine o, almeno, fino alla prossima partita. E qui sta il problema: non per tutti le partite finiscono nello stesso momento, per alcuni una partita dura anche per anni, decenni, secoli. Questa è la fase di studio. Chi sono i nostri alleati? Ce ne sono? Saranno leali fino alla fine della nostra partita? Oggi non c’è modo di saperlo, l’unica è aspettare o tirarsi fuori. Ernesto mi suggerisce la seconda. La sua voce da basso, con una leggerissima inflessione centroeuropea, rende tutto più convincente.

«Rav Toledano, lascia che ti chiami Ezra. Non ne vale la pena, ho una pessima sensazione, potresti finire in un carcere, sono brutti posti le carceri italiane, e del ragazzo che ne sarebbe. Il console britannico non muoverebbe nemmeno un dito per… lo dice sottovoce… per il figlio bastardo di un contrabbandiere ubriacone della Cornovaglia e di una zingara spagnola. Finirà in un riformatorio o, peggio, in un orfanotrofio. Pensaci Ezra, a che pro?»

Ha ragione: “a che pro?”

«Ezra, oppure potresti tornartene a Malta e lasciare a noi di occuparci della cosa?»

«Ernesto, lasciami riflettere. Sono un po’ confuso!»

Forse ha ragione, lasciamo perdere tutto e torniamo a casa. Ma il ragazzo? Il ragazzo non vorrà sentire ragioni. L’avventura ce l’ha nel sangue, ormai è altrove, non tornerà indietro, mai… ma io resto una minaccia, per lui, per il tak, per i fratelli di Salonicco e di Palestina. Io dovrei tornare a casa, Corto no. Deve continuare, se lo obbligassi mi detesterebbe, lo perderei per sempre e con lui anche la Niña. Non sopravviverei. Tornare a casa, una ritirata composta. Domani parte una nave per La Valetta, mi imbarcherò e alla stesa ora un mercantile del protettorato di Cipro salperà con il tak e il ragazzo per Salonicco.

«Ernesto forse hai ragione, è il caso che torni a casa, rischio di mettere in pericolo tutta la cosa. Ma ad un patto, che il ragazzo venga con voi. Voglio che venga con voi… lo so… è rischioso… ma lo sarebbe per lui e per me di più se lo costringessi a tornare a Malta. Mi detesterebbe per sempre e io non riuscirei a tollerarlo. Ti prego Ernesto portate con voi il ragazzo.»

Rav Farkas mi guarda con un’espressione piena di comprensione, se così vuole l’Altissimo...

«Così vuole l’Altissimo ne sono certo.»

«Allora andrò io con il ragazzo. Andrò io. Pensavo di mandare qualcun altro, mio cugino Benedetto da solo, ma ora non è il caso, partiamo tutti e tre, tutti e tre e il tak