Uomo fatto

"Iu ciamu pa', cu' mi runa 'u pa'"

di Saro Distefano

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    Data pubblicazione: 14 luglio 2019

Un vecchissimo modo di dire tipico delle mie parti, recita: “iu ciamu pa', cu' mi runa 'u pa'”. Facilissima la traduzione: “io chiamo padre chi mi da il pane”. Un semplicissimo gioco di parole dall’alto significato. Pregno.
Quanto dicevano i miei nonni (e che già mio padre fatica a ricordare, mentre io resisto, cultore di antiche parlate ormai in estinzione, quando non già estinte) aveva un profondo significato, soprattutto in tempi di vacche magre. Ovvero: io ho un padre biologico, come tutti. Più o meno verificato, è comunque quella persona che chiamo padre perché si suppone mi abbia generato fornendo il seme per arrivare ad un ovulo che, questo è certo, appartiene a mia madre. Epperò può succedere (succede anche adesso, a maggior ragione nel passato anche non troppo remoto che in questa parte dell’Isola è stato non poche volte assai tribolato) che per qualsivoglia motivo io perda il padre, s’intende il biologico. A quel punto, tranne che io non sia un uomo fatto e pertanto in grado di provvedere a me stesso, necessito un adulto che mi dia da mangiare, letteralmente. Ci si chiede: ma questo adulto potrebbe essere anche la madre. Certamente. Ma due condizioni fatto propendere, almeno nell’antico motto, a scegliere il padre. Il primo è dato dal fatto che tradizionalmente (alcuni strascichi ancora oggi allignano nella mentalità di molti di noi) a fornire il cibo alla famiglia sia il padre. La madre, al limite, dovrà cucinarlo. Il secondo: per fare il motto, per rendere simpatico il gioco di parole, debbo per forza dire “pà”, forma sincopata sia di “padre” (o di “papà”) sia di “pane”.
Spiegato il perché, della fonetica e della semantica dell’antico motto ibleo (non escludo che si dica anche altrove), mi viene da pensare soprattutto ad un dato, scritto sopra e all’apparenza secondario, che ad una lettura affrettata potrebbe anche essere sfuggito. È il seguente: “… tranne che io non sia un uomo fatto e pertanto in grado di provvedere a me stesso….”.
Ebbene, negli anni in cui si utilizzava il citato motto, per uomo fatto s’intendeva l’essere umano di sesso maschile in grado di procurarsi da mangiare, anche se privo di una famiglia. L’età di passaggio, in genere, era attorno ai dodici anni. E mi viene in mente di un mio zio, che il padre mise su un carretto per andare a vendere caciocavalli ragusani a Catania. Il carretto impiegava poco più di due giorni per arrivare nella grande città etnea. E quando una volta chiesi a mio zio “ma come, a dodici anni tu andavi col carretto, dormivi in stalle dalle parti di Vizzini, avevi a che fare con commercianti catanesi, e coi soldi tornavi a Ragusa viaggiando per altri due giorni?” e lui, seraficamente, rispondeva: “ca quali, e cchi era sulu? Ccu mia c’era 'u ma frati 'u ranni, cca gghià avia siricianni….”.