Non questa famiglia

L'ombra cupa del patriarcato

di Laura Ciancio

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    Data pubblicazione: 14 luglio 2019

 

Le aberranti proposte del disegno di legge del senatore Pillon sull’affidamento condiviso hanno preso ispirazione dalle teorie dello psichiatra americano Richard Gardner.
Nel 1985 lo psichiatra sosteneva l’esistenza di una malattia di cui soffrono i figli delle coppie separate: la cosiddetta PAS, la sindrome di alienazione genitoriale. Sarebbe una sistematica denigrazione da parte di un genitore (prevalentemente la madre) nei confronti dell’altro genitore (il padre) per indottrinare il figlio, portandolo dalla propria parte. Le sue speculazioni non sono mai state dimostrate e accettate dalla psichiatria ufficiale. Egli riteneva che fosse necessario affidare il bambino al genitore «alienato» (ovvero al genitore che era stato messo in cattiva luce dall’altro) e che il bambino dovesse essere curato in una struttura chiusa fin quando non veniva meno il rifiuto verso quel genitore. Sosteneva inoltre che le critiche alla sindrome da lui proposta venissero da coloro che in qualche maniera avevano interesse a che questa cosa non avvenisse. Inoltre, lo stesso psichiatra in un suo libro (L’isteria collettiva dell’abuso sessuale) esponeva la tesi che le donne provino piacere ad essere picchiate e violentate e ci sono passaggi dove scriveva che “la pedofilia può aumentare la sopravvivenza della specie umana avendo finalità procreative”, giustificando la pedofilia perchè “si fa così in molte culture”.
Nel disegno di legge attuale, non ancora discusso nelle commissioni parlamentari, si parla di alienazione parentale e, per rimediare a questo, si obbliga la coppia che si vuole separare ad una mediazione a pagamento di sei mesi, anche in casi di violenza domestica. E’ prevista poi una bigenitorialità equivalente in maniera aritmetica, in cui i figli sono rimbalzati tra due case, eliminando l’assegno di mantenimento. Quando il genitore non si comporta in modo adeguato si può decidere, per recuperare la bigenitorialità, di mandare i figli in una casa famiglia, ipotizzando che il genitore adempiente (solitamente la madre) abbia provocato nel figlio il rifiuto dell’altro (il padre).
Fino agli anni sessanta del secolo scorso, l’ossessione dei padri era quella dell’obbedienza. L’educazione spesso scimmiottava quella militaresca ricevuta nelle scuole frequentate durante il ventennio. Si indirizzavano i figli secondo le proprie aspettative e guai ad opporvisi. Difficile per un figlio intraprendere una strada diversa. Del resto si era usciti da un regime totalitario talmente capillare che non c’erano altri modelli da seguire e nel dopoguerra era preponderante riappropriarsi della sussistenza e della tranquillità. Gli uomini provvedevano al mantenimento della famiglia e le donne esclusivamente alla cura della casa e dei figli. Scardinare questo ordine familiare è stato uno degli obiettivi delle rivolte dal sessantotto in poi, ma solo con il femminismo si è arrivati ad una riflessione più approfondita e alla ribellione contro i tradizionali ruoli sociali e familiari dell’uomo e della donna, contro la violenza di genere e contro le decisioni che limitavano l’autonomia delle donne. Le associazioni, le piazze, i movimenti con la loro voce hanno conquistato pezzi di democrazia irrinunciabili. Negli anni sono nate, non senza conflitti e contraddizioni, nuove figure genitoriali. Senza generalizzare, nei decenni successivi, c’è stata una progressiva perdita di autorità della figura paterna, compensata da una maggiore presenza e partecipazione nel lavoro di cura. Molti padri hanno condiviso e condividono l’accudimento dei figli piccoli anche se in Italia non sono ancora la maggioranza, come avviene nel nord Europa, dove il welfare sostiene realmente i genitori e il padre ha diritto a molti giorni di congedo alla nascita del figlio e dove, per dare modo di partecipare alla vita familiare, gli uffici chiudono nelle prime ore pomeridiane.
Ad oggi, una parte di chi siede in Parlamento si sente autorizzata a demolire passo dopo passo i diritti civili conquistati e a cancellare il diritto di famiglia, norma approvata nel 1975. Come primo passo si cerca di rendere difficoltoso il divorzio, si lavora per minare la legge sull’aborto, così come contenuto in un altro disegno di legge che vuole dare all’embrione capacità giuridica fin dal concepimento. Parimenti, si alimenta il contesto omofobico in ogni dove per abbattere la legge sulle unioni civili.
Se hanno ragione i ‘terrapiattisti’, allora ci troviamo nella parte capovolta del mondo a testa in giù e stiamo quasi per cadere in uno spazio vuoto senza aria per respirare. In questa anticamera soffocante, le donne vengono apostrofate in modo irripetibile sui social e non solo, e frasi orrende rimbalzano sul web, incoraggiate da vari politici: l’aborto ha impedito la nascita di due milioni di bambini, meglio uno stupro dell’aborto, la famiglia eterosessuale non si tocca ed è indivisibile, le donne devono rimanere a casa per accudire i figli. Per non parlare del razzismo, una volta strisciante e ora gridato sfacciatamente ogni momento ad ogni angolo di strada.
Prove generali per un futuro ritorno al ventennio?