Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - XIII Capitolo

di Carlo Blangiforti

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    Data pubblicazione: 14 luglio 2019

È un donnone simpatico. Ci accoglie con un gran sorriso. Capelli neri a incorniciare un viso largo e bonario, labbra rosse e carnose che si riflettono, per contrappunto, nelle large sopracciglia corvine. Una donna che malgrado la stazza non riesce a celare la sua giovane età.

«Accomodativi. Che bel ragazzo, che occhi…» – una carezza carica d’affetto la trasforma in una zia dolce e materna – «Hai fame, vero? Ecco. Siediti. Brodo con i pizzalori, ti piaceranno, e poi c’è un po’ di carne e il biancomangiare con i savoiardi e il marsala. Lo so sei piccolo, non dovresti bere il marsala, ma un goccio che fa? Che dice, rabbino, glielo diamo un po’ di marsala? O forse è meglio il rosolio? Vuoi il rosolio? Comunque un po’ di alcol non ha ucciso mai nessuno. Ahahahaha, anzi, fa bene. Ragazzo, sei un po’ gracilino e il marsala irrobustisce. Simone, te lo ricordi me lo diceva anche il dottor Fragapane, ti ricordi, quando ho avuto l’anemia, ti ricordi “Signora Celestina, vedrà che un bicchierino di marsala a sera, prima di andare a letto (se vuole ci può sbattere anche un uovo), è un ricostituente portentoso. Portentoso.” Ti ricordi, Simone? Su, non restatevene impalato sulla porta e che le sembra che non abbiamo sedie, siamo poveri, ma le sedie ce le abbiamo, ché me le ha lasciate la buonanima di mia madre, vero Simone? Rabbino, si segga, qui accanto a mio marito. Lui, sa, ci tiene che gli spiti si mettano a capotavola. Ora vado a calare la pasta nel brodo che ha tre ore che bolle, cinque minuti ed è pronto. Nel frattempo, Simone, facci bere qualcosa, un po’ di vino, l’acqua… insomma ti devo dire tutto io, ché non sai trattare gli ospiti di riguardo?!»

Un fiume irrefrenabile. Le parole della padrona di casa rimbalzano come grandine sulla pietra lavica, sulla tovaglia di lino (“Anche questa, senza dubbio, dono della buonanima per il corredo della figlia!”), riflettendosi contro i bicchieri di vetro di grossolana fattura, i piatti di ceramica di Caltagirone, la brocca di terracotta con l’acqua e il carrateddu con il vino.

«Grazie, per me è un onore,» – le rispondo sorridendo alla genuina bonomia della signora – «mi spiace solo esserle di fastidio, piombarle a casa così… senza…»

La signora Agata ribatte quasi senza riflessione – «Che sciocchezze!»

L’espressione del rigattiere si fa severa, severa e imbarazzata, per le parole della moglie – «Agata, che modi sono questi, rivolgersi così al rabbino Toledano!»

Inizia così una concitata discussione in stretto dialetto catanese di cui intuisco solo il senso, e come potrei non comprendere, i catanesi sono mimi nati, attori fin dalle fasce, sanno rappresentare con smorfie e toni di voce ballerini tutti gli stati d’animo dell’uomo. Continua con silenzi e sguardi pieni di tensione. Afferro alcune parole “figlio”, “carcere”, “anarchista”, “Gesù Gesù”. E poi, dopo quaranta secondi di baruffa, come iniziato l’alterco finisce. La fragorosa risata della donna, fa apparire tutto una pièce di Feydeau. Lo sguardo di Lo Presti un dramma di Ibsen. Per Corto siamo ancora dentro il teatro dei pupi, dove le schermaglie tra saraceni e paladini hanno preso la forma di un battibecco tra coniugi. Io mi godo lo spettacolo.


Abbiamo finito di mangiare, quando sentiamo bussare alla porta. Quelle stanze in cui solo pochi minuti prima sembrava essersi scatenata una guerra boera, quelle stanze piombano in un silenzio che ha il profumo inquietante della paura. Ci guardiamo l’un l’altro quasi a chiedere una parola di conforto, una parola di salvezza. Nulla. Lunghi secondi che paiono secoli. Bussano ancora, e ancora, e ancora. Non è un bussare nervoso, non è perentorio, quasi discreto, deciso ma discreto. Ce ne accorgiamo solo ora.

«Non sono i poliziotti. Non sono così educati!»

«’O talìu!» – Agata si allontana, con la coda dell’occhio la vedo abbassarsi e sbirciare dalla gattaiola – «Un minutu ca vegnu!» – grida allontanandosi dalla porta e poi avvicinandosi a noi, quasi sussurrando – «Non sono poliziotti e manco carabinieri. Non hanno stivali, ma scarpe di vitellino. Sono due».

Penso al funzionario Ortensio Viganò e ai suoi uomini, in tutto tre non due; penso ai due giovani turchi:

«Signora Agata, ha visto solo i piedi?»

«Sì, dal jattarolo solo quello vedo!»

«E com’erano i pantaloni?»

«Com’erano? Giusti, neri o grigio scuro, stirati freschi, la riga era perfetta!»

No, non sono i turchi, non credo abbiano avuto il tempo o la lena di cambiarsi d’abito.

«La prego vada ad aprire, sono amici!»


Il rabbino Farkas mi viene incontro tendendo le mani con una tale cordialità da lasciarmi senza parole.

«Rav Toledano, vi chiedo scusa, ma ho preferito non andare in giro con la kippah

«Rav Farkas, è un piacere, un onore per me incontrarvi.»