Piangete siciliani

"Piangete siciliani, popolo sfortunato, vi racconto la storia di un paese assassinato…"

di Salvatore Leopaldi

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    Data pubblicazione: 14 maggio 2019

 

I pochi viaggi che ricordo di aver fatto durante la mia infanzia li ho fatti in treno. Treno notte, scompartimento a sei cuccette. Si partiva dalla stazione di Siracusa, accompagnati in auto da qualche parente che aspettava sulla banchina fin che il capotreno non faceva cenno al macchinista. Ricordo che io e mio fratello ci piazzavamo nei posti finestrino e guardavamo passare il paesaggio con immacolato stupore di fronte al mondo. Arrivati in Calabria, vista l’ora tarda, ci addormentavamo sfiniti e ci risvegliavamo all’alba. Il mondo per noi finiva a Villa San Giovanni e ricominciava a Roma. L’entrata del treno nel ventre del traghetto era il momento più atteso da me e da mio fratello. Il racconto del “treno che entra nella pancia della nave” a cui ci avevano sottoposto per giorni aveva creato in noi grandi aspettative e tutta una mitologia infantile che ancora oggi mi riempie di stupore.
Di questi viaggi però il momento più stupefacente era, appena usciti da Siracusa, l’avvicinamento a Priolo Gargallo. Quella babele di luci nel bagliore fioco del tramonto, quelle ciminiere che tante volte avevamo disegnato a scuola e che convenzionalmente indicavano “industria” e persino il pennacchio barocco di fumo che azzimava il cielo e lo decorava come uno stucco. Era una visione paradisiaca a cui nessuno ci aveva preparato. Non era il materializzarsi della nave che inghiotte il treno nella sua pancia, era qualcosa di nuovo, di mai visto e che né io né mio fratello riuscivamo a capire bene cosa fosse. Ricordo solo che si sentiva, come un controtempo sul ritmo salmodico del treno, il clik dei finestrini che venivano prontamente richiusi in tutti gli scompartimenti per impedire che l’aria si saturasse di quei fumi. Clik, clik, clik… doveva essere quello, immagino, il suono del progresso.
Fu una ventina di anni dopo, quando, appena fuori Siracusa, a dimostrazione che il progresso è un processo irreversibile, costruirono un grande centro commerciale, che vidi per la prima volta la distesa degli stabilimenti industriali da un punto di vista differente. Dall’alto della collinetta su cui hanno costruito Belvedere si domina la baia, o quantomeno baia dicono che fosse quella che oggi è zona industriale. La baia degli dei la chiamavano in tempi assai remoti di cui non si serba nemmeno il ricordo. Eppure se ci si ferma a guardarla da lì non si fatica ad immaginarsi qualche nave greca che vi cerca riparo dal mare aperto e se si è ostinati si riesce pure ad immaginare come doveva essere senza i centri commerciali moderni e le industrie vecchie già di almeno mezzo secolo o addirittura di più di un settantennio.
Allora si piange. Senza lacrime ovviamente, se non quelle dovute ad un certo bruciore degli occhi che viene quando si rimane troppo a lungo in quei luoghi nelle giornate senza vento.
Si piange nella maniera in cui sono abituati a piangere i siciliani. Ovvero con gli occhi secchi e la bocca asciutta. Con la rabbia e l’impotenza. Con i pugni chiusi nelle tasche. Poco più in basso almeno, al centro commerciale, si fanno buoni acquisti ad ottimi prezzi; basta questo a farci dischiudere i pugni, non fosse altro che per prendere i portafogli.
Si piange, è vero, ma solo perché si è avuta un qualche tipo di speranza. “Padroni e servi del sud.”, scriveva Giuseppe Fava, “Entrambi contadini ed entrambi storicamente vinti e nell’imminenza di un’altra sconfitta sognano l’industria”. Era stata questa la nostra speranza. Sebbene nostra, di chi?  non si sia ancora capito.
Tra le storie di questo sogno fallito dell’industria siciliana ce n’è una che è stata raccontata meglio di altre: è la storia di Marina di Melilli. Roselina Salemi è colei che più di altri ne ha parlato e continua a parlarne ancora oggi. Ma anche Giuseppe e Claudio Fava su I Siciliani ne parlarono spesso. Persino la stampa nazionale ne serba memoria. Sfogliando alcuni articoli d’epoca del Corriere della sera, ad esempio, si scoprono cose note, è vero, che però a dirle oggi si rischia di venire accusati di qualunquismo… “La Sicilia”, scriveva Renato Bazzoni in un articolo del 1973, “fa da terra di colonia dove si lavora ciò che non si vuole lavorare in patria”. Nello stesso articolo, del resto, e una lacrimuccia la gettiamo anche qui ma più per il gusto del ridicolo che per altro, si dice “Miglior lavoro si sta facendo per la Catania-Gela; al tavolo da disegno fin dall’inizio, siedono ingegneri e architetti: è la prima volta in Italia. Si può già vedere sulle carte il tracciato di massima: è lontano dal mare, sinuoso e armonico”. Almeno, riguardo all’armonia delle forme, qualcosa dai greci l’abbiamo imparata.
A scorrere gli articoli del Corriere della Sera degli anni settanta si scopre che di Marina di Melilli, seppure in trafiletti o in articoletti poco rilevanti, si parla spesso. Si parla del blocco ferroviario del ’77, si parla di Salvatore Gurreri trovato ammazzato ad 84 anni, si parla dei disastri ecologici, si parla delle periodiche morie di pesci e negli anni ottanta si comincia a parlare di cassa integrazione e persino tra gli “amici” dell’industrializzazione inizia la disillusione. “Adesso si fanno i conti con la realtà”, si legge in un articolo intitolato “Esodo della popolazione a Marina di Melilli in Sicilia” del 1979, “e si scopre, ad esempio, che gli impianti dell’ISAB, costati 60 miliardi, mentre erano in costruzione garantivano nel ’74 lavoro a 4.900 addetti e nel ’76 a 1.500 operai. Oggi ci lavorano meno di cento persone”.
Nel 1984 intanto si viene a sapere l’esatta consistenza delle bustarelle pagate affinché l’Industria siciliana asfalti e bitumi potesse insediare la distilleria a Marina di Melilli. Nel famoso “tabulato” accanto ai nomi o alle sigle di partito compariva la cifra: “la più grossa” scriveva Roselina Salemi in un articolo del 1984 “è segnata accanto alla voce DC-Roma: un miliardo esatto”. La lista ovviamente era molto più lunga e conteneva più di 20 voci riguardanti partiti, uomini politici, giornali. In quegli stessi anni Claudio Fava e Miki Giambino iniziano a parlare delle conseguenze degli stabilimenti: degli aborti spontanei, dei nati malformati, delle percentuali di morti per cancro e di tutte quelle notizie a cui oggi guardiamo con indifferenza.
Quel paesaggio ci è diventato consueto, niente di eccezionale; scendendo da Belvedere guardiamo la Baia degli dei e non ci vediamo né la baia né gli dei. Solo stabilimenti. “Tutto il grande sogno dell’industria siciliana finisce lì” scrive Giuseppe Fava, “in quelle cento, duecento ciminiere metalliche che sprigionano fuochi velenosi notte e giorno. Il territorio che cominciava a morire, il mare di piombo senza più pesci, gli esseri umani che cominciavano a morire…”
Clik, clik, clik… doveva essere quello, immagino, il suono del progresso.

 

 

 

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Per una Bibliografia minima su Marina di Melilli
Miki Gambino e Claudio Fava, Ed un giorno decisero: distruggiamo il paese in «I siciliani» n.1 (1983).
Claudio Fava Tecnica della Corruzione al Sud in «I siciliani» n. 3 (1983).
Giuseppe Fava, Industria, fallito il sogno siciliano in «I siciliani» n. 5 (1983).
Roselina Salemi, E vennero a distruggere in nome del progresso in «L’Europeo» n. 4 (2003).
Enzo Signorelli, Marina di Melilli, Siracusa, Morrone, 2007.
Roselina Salemi, Il nome di Marina, Milano, Rizzoli, 2005.
Nino Comito, Il paese che non c'è più. Fondaco Nuovo-Marina Melilli, storie, memorie e parole di chi vi ha vissuto, Siracusa, Morrone, 2015.