Piangere è ancora umano?

Il pianto è forse ormai la unica caratteristica che l'Homo Sapiens al suo passato

di Saro Distefano

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    Data pubblicazione: 14 maggio 2019

 

Probabilmente sbaglio (intanto ho già sbagliato, perché una delle prime e principali regole che insegnavano ai giornalisti era quella di non iniziare mai un articolo con un avverbio. Ma io me ne fotto, anche perché se è vero che trentacinque anni fa sono andato a lezione dai maestri, adesso si dicono giornalisti anche quelli che all’epoca i maestri non avrebbero fatto entrare a casa loro nemmeno per pulire il cesso).
Dicevo, probabilmente sbaglio, ma credo che il pianto sia ormai la unica caratteristica dell’animale Homo Sapiens che lo lega al suo recondito passato, quello, per capirci, di 200.000 anni fa, quando il Sapiens si evolve velocissimamente nella terra dov’era nato, l’Africa Orientale (chi lo dice al Capitano?). Ai maggiori antropologi e zoologi del mondo appare ormai pacifico che siamo l’unico animale a piangere. Le lacrime che ogni tanto spuntano dagli occhi di cavalli e orsi son cosa diversa. Certamente non è il pianto come lo intendiamo noi, ovvero palese dimostrazione di una forte emozione.
Oggi si piange, si continua a piangere. L’uomo (e soprattutto le donne: non è discriminazione sessuale, ma esito di studi di altissimo livello che dimostrano come in media le donne piangano più a lungo e più frequentemente dei maschi e per motivi legati proprio alla sfera della maternità) piange esattamente come faceva quando girava nudo per la savana etiope. Piange, si diceva, a fronte di una forte (il valore dipende dal singolo individuo) emozione. Per dolore, per gioia, per motivi a volte non riconducibili a qualcosa di evidente.
Nel mentre continuiamo a piangere, altre caratteristiche (tipiche e/o condivise con altri mammiferi) le abbiamo abbandonate. Nel 2019 la gran parte degli umani (s’intende quei circa sei miliardi e mezzo su un totale di sette) non digrigna i denti per minacciare l’avversario, non gli urina addosso per umiliarlo, non gli spacca la testa con la clava solo perché ha messo le mani addosso alla femmina che lui ha già coperto.
Non solo, gli umani contemporanei hanno abbandonate anche molte caratteristiche che per molte migliaia di anni li hanno salvati nella savana. Oggi non sappiamo fiutare l’odore del leone quand’è vicino, oggi non sappiamo capire se la pioggia sta arrivando o ci lascerà ancora una volta fuori dal sue benefico effetto, oggi non siamo in grado di strappare con i denti la carne vicina all’osso della carogna che qualche felino ha ucciso per noi, oggi non sappiamo muoverci al buio scalzi e impauriti.
Non sappiamo fare tutte queste cose per il semplice fatto che non ci serve saperle fare: il leone dovrà stare attento lui, perché io ho il fucile, le previsioni meteo sono sempre più precise (tranne a Ragusa dove, per motivi ignoti ai più, quale che sia la previsione piove, e piove…) la carne la mangio cotta e quando voglio prenderla dal frigo, al buio mi muovo benissimo e ho anche il GPS. E allora perché continuiamo a piangere? Non sono in grado di rispondere, se non in maniera surreale: piangiamo perché abbiamo capito quanto abbia perso.