Roma sparita

Lacrime di una città ferita

di Laura Ciancio

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    Data pubblicazione: 14 maggio 2019

 

Pronto per entrare nel vortice. Ti alzi presto per raggiungere il centro dall’estrema periferia, ti affidi con rassegnazione al mezzo pubblico sovraffollato, carico di sudore e odori stantii di folla raggruppata attorno all’unico sostegno esistente. In alternativa prendi la tua autovettura incolonnandoti tra sbuffi di gas di scarico e semafori perennemente rossi. Devi andare al lavoro, come migliaia, milioni di persone fanno ogni giorno, desiderando con tutto il cuore il momento in cui andrai in pensione. Attraversi la stazione Termini evitando di inciampare su cartoni, schizzi di olio motore dei bus e buste di immondizia straripanti accatastate negli angoli. Quando finalmente hai oltrepassato gli ostacoli c’è comunque un sampietrino dove ti si può incastrare un tacco o, se non hai il tacco, c’è un lucido marciapiede su cui pattinare con la suola nei giorni di pioggia. Ogni giorno in metro assisti a litigi tra persone che si contendono un centimetro quadrato o che spingono per uscire prima degli altri. Qualcuno in un angolo risicatissimo riesce incredibilmente a leggere. I più hanno lo sguardo incollato sugli schermi dello smartphone. Sottoterra, seduta sui gradini verso l’uscita, una donna vestita di stracci chiede l’elemosina e, poco più in là, un duo di ragazzi sudamericani si esibisce alla chitarra. Emergendo alla superficie del livello stradale, la miseria intorno ti colpisce come uno schiaffo. Aiuole e siepi ripiene di tutto. Persone sole che trascinano l’esistenza senza poterla svoltare, frugando nei cassonetti o cercando di vendere le loro merci su teli improvvisati pronti a richiudere tutto e a scappare qualora arrivassero i vigili. Tu osservi e vai via, come tanti. Folla che si urta, andando. Ognuno talmente immerso nei suoi umori interni da non sentire altro. Né i rumori di tazze provenienti dai bar aperti, né l’aroma di caffè che invade i marciapiedi. Folla che cerca di raggiungere prima possibile l’orologio per timbrare il proprio cartellino e compiere la quotidiana alienazione nel lavoro di qualche ufficio.
Ad ogni acquazzone si allagano strade straripano tombini e cadono alberi. Pini secolari. Ne cadono centinaia, per incuria. E non vengono ripiantati. Se prendi l’auto fai la gimcana tra voragini e cantieri di lavori infiniti. Si potrebbe prendere la metro, se solo non avessero chiuso le fermate per manutenzione. Ti rassegni, come tutti i romani, i cittadini più rassegnati d’Italia. Rassegnazione che quasi lascia il passo all’indifferenza. Del resto bisogna pur sopravvivere e farsene una ragione.
Un grande, enorme centro e tante periferie. E’ questa Roma. Una città che assorbe tutto il bene e tutto il male da millenni e che da millenni accoglie tutti, vagabondi e stanziali, senza differenze e senza chiedere nulla in cambio. I monumenti faticosamente ancora reggono ma non troppo, contornati da turisti intenti a farsi i selfie e correre via a vedere altro, per collezionare foto da mandare nel web. Roma, cotta e mangiata. La capitale che era tra le più visitate al mondo scende nelle classifiche dei viaggiatori, rovinosamente verso il basso. Tra i palazzi fatiscenti e la volgarità ostentata dalla gente arrabbiata, un coacervo di contraddizioni, una moltitudine in movimento perenne, all’apparenza inconcludente. Un concentrato di sofferenza e di estrema povertà fa da contrappeso a tanta manifesta o ben nascosta ricchezza, che se la ride godendosi qui e all’estero l’odierna dolce vita. Odori di mafia e di affari.
Cupe e sgraziate ombre nella meravigliosa luce di Roma.

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Perché non esiste una luce come la sua. Ti imprigiona nella sue maglie e non ti molla più. E’ talmente piena di sé che rimbalza sulle cupole i lastricati le gradinate le piazze e raggiunge i vicoli più stretti specchiandosi sulle finestre degli abbaini. Si espande la domenica mattina presto da ponte Milvio a ponte Sant’Angelo, occhieggiando tra le foglie di Villa Ada, rivelandosi tra gli spruzzi delle fontanelle e sui marmi dei colonnati. E tu pensi quali colori potesse declinare prima che edifici lievitassero ovunque, pensi a quando viaggiatori e pittori avvistavano chiese e torri da una semplice altura e scrutavano le sue sfumature ad ogni ora del giorno…
La luce la vedi che riverbera in un grigio cemento multipiano, divenuto un arcobaleno di colori per opera di artisti di strada, la vedi sbattere sui tetti dello skyline osservato dal Gianicolo o dal Pincio o filtrare con i suoi raggi da un vetro smerigliato mentre illumina milioni di particelle di polvere colorata in una chiesa barocca del centro storico.
E puoi scorgerla anche ad occhi chiusi, riflessa inesorabilmente sulla superficie tonda e perfetta di una delle immense lacrime che rigano da troppo tempo la pelle di questo magnifico e decadente ombelico del mondo.