Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - XI Capitolo

di Carlo Blangiforti

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    Data pubblicazione: 14 maggio 2019

La prenderanno male quando alla Stazione di Catania non ci vedranno scendere dal convoglio: li immagino questi poliziotti figli di contadini calabresi e minatori di Castrogiovanni che corrono in tutte le direzioni lungo i binari, entrando e uscendo spaesati come cinesi a Parigi nei cessi e nelle sale d’attesa. Me li immagino chiedere ai viaggiatori («Scusate avete visto un vecchio e un ragazzino con le basette lunghe e ricce?»), e li troveranno gli informatori, non subito, ma li troveranno. Potrebbero chiedere a questa donnetta con lo scialle marrone e un fagotto di tricot di cotone oppure a quell’uomo tarchiato dal collo taurino che sicuramente va in città a perfezionare la vendita di capi di bestiame. Odora di pulito a tre metri di distanza: si è preparato per questo viaggio, barba fatta, capelli e baffi impomatati con il sego. Potrebbero essere loro. Oppure il capotreno, noi non passiamo inosservati: il nostro aspetto li colpisce, non credo abbiano mai visto due ebrei.

«Acquicella, stazione di Acquicella. I passeggeri con coincidenza per Caltagirone, Palermo, Agrigento sono pregati di scendere. Acquicella, stazione di Acquicella».
Non abbiamo molto tempo. Appena si accorgeranno che siamo scesi prima (tra massimo un quarto d’ora) chiameranno il posto di guardia. Dobbiamo fare in fretta. Sul marciapiede riconosciamo un tipo, l’inserviente, che mostra tutta la sua impazienza, passeggia lungo il binario fumando un mezzo sigaro. Di tanto in tanto si ferma e appoggia le spalle alla colonnina della pensilina, appoggia anche la suola della scarpa. È lui.

«Rabbino Toledano?»
Gli rispondo con una formula di saluto ebraica, mi risponde. È proprio l’inserviente.
«Datemi le valigie. Ci penso io, sarete esausti! Il cugino del Rabbino ci aspetta fuori.»
Ci strappa letteralmente di mano le nostre cose, compreso il tak, e le sistema su un carrello di ferro.
«Così sarà più comodo!»
Si apre un piazzale ampio, la luce fioca dei lampioni a gas illuminano i tre cancelli dell’ingresso del cimitero. Benedetto ha avuto l’accortezza di fermarsi dall’altro lato della piazza, lontano dalla stazione, non si sa mai. Appena attraversati i tre quarti del largo, ci corre incontro, ci viene incontro tendendo le sue grandi mani. Mi sorprende, mi aspettavo una persona totalmente diversa: un ebreuccio dall’aspetto tisico, occhi a mandorla e denti sporgenti, invece mi compare un uomo alto quasi due metri, dalle spalle larghe, mani grandi come vanghe, un sorriso ampio e franco, una bombetta.
«Rabbino Toledano, è un vero piacere conoscervi...»
«Il piacere è mio Benedetto, questo è Corto.»
«Lieto di conoscerti, ometto!»
Il ragazzo mostra una faccia dall’espressione contrastante, da una parte pare affascinato dalla bonarietà dell’uomo, dall’altra detesta essere trattato come un bambino. Non è più un bambino, non completamente almeno.
Vediamo qualche carrozza correre incrociando il mio sguardo, con la coda dell’occhio scorgo tre uomini in divisa che a passo svelto entrano in stazione. Non abbiamo molto tempo per i convenevoli.
«Benedetto, dobbiamo sbrigarci. Credo che presto la polizia sarà qui.»
«Certo, rabbino, salite sbrighiamoci!»
Appena in tempo: con la coda dell’occhio scorgo tre guardie confabulare con un uomo di fatica. Quando già siamo partiti, quello indica la nostra vettura. Non abbiamo molto tempo, ormai sanno chi siamo.
«Corto, Rabbino, abbassatevi, non fatevi vedere!»
Eseguiamo il suo invito perentorio, ma faccio in tempo per accorgermi delle tre guardie che risalgono sul loro calessino. Benedetto spiega all'inservientev qualcosa in un siciliano concitato e serrato, riesco ad afferrare sono il nome di una strada “Via Plebiscito”. A quel che mi spiegano non possiamo andare direttamente a casa dei Farkas, è meglio passare da un rigattiere del centro storico e nascondere il tak per qualche giorno, io e Corto potremmo nasconderci a casa del negoziante. Così anche se i poliziotti ci dovessero raggiungere non troverebbero niente di compromettente.
Percorriamo a velocità quella breve distanza.
Appena davanti al negozietto dell’amico di Benedetto, poco più di un deposito, buio e umido, davanti alla cui porta sono ammassati oggetti di tutti i materiali, vecchi, rovinati e di scadente qualità, cominciamo a darci da fare. Facciamo in fretta, non abbiamo nemmeno il tempo di salutare il vecchietto. Poco male torneremo. Scarichiamo i bagagli. Il tak si confonderà alla perfezione, nascosto tra vecchi confessionali tarlati, armadi smembrati e madie impolverate: «Se vuoi nascondere una foglia, nascondila in un bosco in autunno». Mi pare un consiglio più che saggio quello dell’inserviente. Benedetto ci consiglia di infilarci in un teatrino non molto distante mentre lui e l’inserviente si fermeranno con la carrozza davanti ad un caffè, in attesa di essere raggiunti dai poliziotti. Resteranno molto delusi quando si accorgeranno che non c’è nessuna traccia di casse con rotoli religiosi, rabbini e ragazzi dallo sguardo sfacciato. «Chi noi? Sì vero, veniamo dalla stazione. Perché? Abbiamo accompagnato la madre, sua mamma (indicherà mostrando un’espressione sorpresa l’inserviente) che è venuta a trovarlo dal paese? Quale paese? Mineo, brigadiere, Mineo ha presente? Come si chiama? Donna Eupresia Sivillica, una contadina che serve in casa del sindaco Cirmeni. Non conosce don Giuseppe Cirmeni?»

«Grazie Benedetto, grazie di tutto quello che state facendo per noi!»
«Sciocchezze, in fondo non abbiamo fatto nulla di particolare. Piuttosto sbrigatevi, infilatesi in quella porta.»
Un’insegna fatta con un legno grossolanamente piallato porta scritto con una scrittura a dir poco insicura: “Tiatro Spettacularissimo dell’Opra dei Pupi”, una bell’occasione per il ragazzo per svagarsi un po’.
Una antro buio: la sala non è molto grande, al contrario è stretta e lunga, nella penombra scorgo le ombre proiettate dai lumi sulle pareti di gesso scrostato, ombre che s’allungano e si deformano come mostri o sagome infernali di ombre cinesi. Il ragazzo resta ammutolito. Ammutolito ed affascinato. Stentiamo a riconoscere le persone sedute in sgabelli di ferula: vecchi e bambini, la maggior parte, qualche ragazzotto non proprio sveglio che continua a battere le mani gridando con voce stridula “Che bello, che bello!!!”. Una volta, tantissimi anni fa, una compagnia di pupari siracusani venne a La Valletta, fu uno spasso per i ragazzetti della scuola talmudica, non capivano molto del retorico declamare di quei siciliani, ma ne intuivano la potenza epica.
«A noi, alle armi superbo Re dei Tartari, la mia Durlindana spegnerà per sempre la tua velleità di possedere la bella Angelica»
«Alle armi, conte Orlando, Agricane di Tartarìa non ha mai indietreggiato di fronte ad alcun nemico. La mia scimitarra saprà rintuzzare le tue smargiassate. Alle armi!»
«Alle armi!»
Sul piccolo palco, tra colori sfavillanti e fragore di lamiere, le due marionette, Agricane e Orlando, si affrontano come fossero di carne. Il ragazzo guarda a bocca aperta, rapito dalla forza irrefrenabile della voce strozzata degli opranti.
Fermati, vile saraceno!» – Agricane scappa via mentre l’orgoglio dei crstiani brandisce la sua fedele spada – «La morte non si fugge scappando e se anche riuscissi a salvarti la vita, il tuo vivere sarebbe una continua vergogna!»
Inutile la difesa del malvagio re. La morte non si fugge scappando. Non si fugge scappando ma in altro modo, vivendo. Corto credo abbia capito tutto. Ha compreso ogni parola.
«La morte non si fugge scappando, ché il vivere sarebbe continua vergogna, ma vivendo a fondo!»