Titoli di coda

Si ripetono, spesso impuniti, fenomeni più o meno palesi di violenza razzista e fascista

di Carlo Poerio

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    Data pubblicazione: 14 aprile 2019

Piccola introduzione alla riflessione che voglio proporre questo mese. Sono due pensieri che solo apparentemente risultano non collegati tra loro e con il resto di questo breve contributo per Operaincerta. Il primo: il nostro è un Paese dove può accadere che un ex generale della guardia di finanza, sostenuto da un partito con a capo un pregiudicato per frode fiscale e dal segretario di un altro partito dove il tesoriere ed il presidente hanno truffato allo Stato decine di milioni di euro, può vincere le elezioni e diventare, per esempio, governatore di una regione, senatore oppure deputato. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Titoli di coda ed un sentito grazie agli elettori, sempre molto consapevoli e responsabili. Il secondo: considerato il livello di imbarbarimento che tracima ovunque in questo nostro Paese, temo che ci vorranno decenni per ricostruire una società con un grado di civiltà sufficiente a garantire i diritti umani oggi calpestati e, più in generale, il rispetto del prossimo. Per ora il così detto "popolo sovrano", piuttosto compiaciuto e senza provare disagio, si diletta nel manifestare la profonda regressione morale in cui è sprofondato, sedotto dalla propaganda di uno pseudo ministro che quotidianamente e similmente ad un capo dei bulli, ne sollecita gli istinti peggiori. Oggi stiamo assistendo, sembra impotenti, ad un diffuso e sconcertante processo di disumanizzazione della nostra società. Nella stessa si ripetono, spesso impuniti, fenomeni più o meno palesi di violenza razzista e fascista. Politici preoccupanti e miopi, invece, gestiscono il fenomeno migratorio come una semplice questione di ordine pubblico. Titoli di coda ed un sentito grazie al popolo sovrano il quale, similmente all’elettore, è sempre molto consapevole e responsabile. Questa è la pessima realtà che oggi stiamo vivendo. Si potrà immaginare il mio stupore quando, recentemente, ho sentito il neo eletto segretario del Partito Democratico affermare che […] l'Italia non funziona […]. L’ho interpretata come un’autorevole conferma di un timore che già dal lontano 11 maggio 1994 [1] aveva iniziato ad insinuarsi nella mia mente. Con il passare del tempo, lo stesso si è trasformato nell'attuale certezza. L'illusione di poter condividere qualcosa con il neo segretario, tuttavia, è durata il tempo di un battito d'ali di farfalla. Subito dopo e per bocca dello stesso, ho scoperto che i motivi da cui traeva fondamento quell'affermazione erano di natura piuttosto diversa dai miei. Ma procedo con ordine. La novità di questo mese appena trascorso, a parte le mie turbe mentali su elettorato et simìlia, è la nomina del nuovo Segretario del Partito Democratico. Chi auspicava un cambio di marcia nel PD, è stato accontentato. Chi invece sperava in un segretario capace di avviare un processo di ricostruzione della sinistra, può tranquillamente continuare ad attendere ed a sognare. Soprattutto sognare. Il profilo politico di Zingaretti è di quelli facilmente tracciabili: decisamente sbiadito e particolarmente cauto. Ha promesso di cambiare tutto nel Partito Democratico. In pratica ha proposto un non meglio precisato cambio di statuto. Poi ha annunciato il solito retorico elenco programmatico. Nello stesso hanno trovato ospitalità progetti come l'economia verde, altrimenti declinata dallo stesso in “green economy” perché fa più figo; le infrastrutture da potenziare, con un pensiero al solito Tav che se non si realizza saranno file dal panettiere, banche che franano, carestia e invasione di cavallette; poi l'obiettivo di colmare il divario digitale che fa più figo definire "digital divide" e, immancabile, la sanità pubblica che va potenziata ma non si comprende come e soprattutto quando. Insomma, il minimo sindacale per un partito che si sta strutturando e caratterizzando per essere sempre più moderato, a vocazione centrista, disposto al dialogo ma non troppo e del quale, unica certezza, non si comprende la missione sociale. Credo che Zingaretti, diversamente dal suo predecessore, non rifiuterà il supporto delle varie anime della sinistra. Tuttavia non avrà alcun interesse a ricucire la diaspora che ha dilaniato e quasi distrutto il Partito Democratico, proprio perché la vocazione identitaria e politica dello stesso sarà sempre più centrista e moderata. Allo stesso, comunque, vanno riconosciuti due meriti: voler derenzizzare il partito, ristabilendo nello stesso il pluralismo; aver recuperato molti elettori che si erano allontanati dal Partito Democratico per avvicinarsi al Movimento 5 Stelle, disgustati dalle politiche riformiste perseguite dal suo predecessore. Non credo tuttavia che quest’ultimo successo possa ritenersi un chiaro segnale dello spostamento degli orientamenti politici dell'elettorato e, quindi, di un riavvicinamento a quel 40% di preferenze che aveva costituito il trionfo di Renzi. Per ora è un piccolo segnale di ripresa dopo il tonfo renziano, una sorta di recupero di fiducia. Con il tempo vedremo se la stessa rimarrà stabile, se aumenterà oppure se crollerà nuovamente.

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Per quanto mi riguarda, continuo a rimanere scettico. Il motivo? Dicevo dell'affermazione fatta da Zingaretti, riguardo un'Italia che non funziona. E perché non funziona? Secondo lo stesso [...] l'Italia non funziona anche per colpa dei no al referendum, bisogna riaprire un capitolo chiuso [...]. Sembra proprio che il neo segretario abbia la stessa opinione che i renziani ebbero degli elettori, all'indomani della sonora bocciatura della riforma della Costituzione, proposta dagli stessi. Per i renziani, furono gli elettori a sbagliare votando "no" e non loro che proposero una riforma che era imbarazzante e scandalosa. Quanto affermato dallo stesso a proposito della riforma della Costituzione, per giunta, risulta decisamente incomprensibile, considerato che tutto ciò che non funziona nel nostro Paese non ha nulla a che vedere con la nostra Costituzione. Rimango scettico, ancora, perché non passa giorno che lo stesso non tuoni contro il reddito di cittadinanza. A suo dire, il Paese necessita di politiche che incentivino il lavoro e non di sussidi. Come dargli torto? Tuttavia né lui né le varie anime belle del centrodestra, anch’esse quotidianamente pronte a scagliarsi contro quella che a tutti gli effetti può considerarsi una misura di contrasto alla povertà ed alle disuguaglianze, quindi “qualcosa di sinistra”, dicono come e soprattutto con quali risorse economiche dovrebbero vivere coloro che attendono le meravigliose "politiche del lavoro" di cui parlano e, nel frattempo, sono disoccupati oppure sfruttati da datori di lavoro senza scrupoli. Soprattutto, non si comprende perché queste “politiche che incentivino il lavoro” non le abbiano sviluppate loro, quando governavano! Rimango scettico perché non passa giorno che lo stesso non muova critiche contro la così definita "Quota 100", la riforma pensionistica avversata anche dalle solite anime belle del centrodestra. Ovviamente, anche in questo caso si guardano bene dal dire perché sia sacrosanto che un lavoratore debba andare in pensione alla soglia dei 70 anni, mentre i giovani affrontano una vita lavorativa fatta di eterno precariato e sfruttamento economico. Rimango scettico, infine, perché tutta questa comunanza di idee con le anime belle del centrodestra, la ritengo ambigua e oscena.
P.S.: Come ogni mese mi stavo preparando ad inviare questo mio contributo ad Operaincerta, quando da un notiziario televisivo ho appreso dell’inizio di una nuova guerra tra poveri. In quel di Torre Maura, quartiere periferico e popolare di Roma [2], va in scena l’odio condito da saluti fascisti.

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[1] http://storia.camera.it/governi/i-governo-berlusconi
[2] http://roma.repubblica.it/cronaca/2019/04/02/news/roma_tensioni_a_torre_maura_residenti_contro_i_rom-223127493/

Foto tratte da http://pensieriimmaginati.blogspot.com