Dottor bidello, signor professore

La società italiana e le scale impossibili di Escher

di Salvatore Leopaldi

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    Data pubblicazione: 14 aprile 2019

 

Nel mondo matematico e paradossale di Maurits Cornelis Escher compaiono spesso delle scale, scale impossibili che non si riesce a capire se salgano o scendano e che in genere non portano da nessuna parte. Quando penso alla società italiana contemporanea non riesco a immaginarla se non ricorrendo a quelle immagini. Una scala sociale in cui non si riesce a salire mai di un livello, né a sapere se si possa salire, scendere o quantomeno a capire come usarla.
Nel 2017 furono presentate circa 2 milioni di domande per i 20 mila posti disponibili come personale tecnico amministrativo nelle scuole italiane per il triennio 2017-2020. I giornali del periodo parlarono di un boom di domande, raddoppiate rispetto a quelle del triennio precedente. Soprattutto al sud, a presentare domanda per un posto per il quale era richiesto un diploma di terza media, per la mansione di collaboratore scolastico, o un diploma superiore, per quella di personale amministrativo, furono tanti laureati e in generale tanti «bistrattati» che nell’11,7% dei casi avevano competenze in eccesso e nel 18% erano sovra-qualificati.
Dall’altro lato, il comparto docenti vede un discreto numero di personale privo di laurea; si pensi alle scuole primarie di primo livello, ma anche agli istituti secondari di secondo livello per i quali basta il diploma tecnico professionale per essere inseriti nelle graduatorie di terza fascia. Inoltre, considerando la mancanza cronica di insegnati abilitati al sostegno capita di frequente che i dirigenti scolastici attingano dalle graduatorie incrociate o ricorrano alla chiamata diretta per ricoprire quei ruoli che pertanto vengono affidati a personale privo di specifica qualifica. Il che significa che ad occupare il ruolo di insegnate di sostegno sono spesso docenti “pescati” fuori dalle rispettive classi di concorso: professori di italiano, storia, matematica, inglese o assistenti tecnici di laboratorio privi di laurea.
Non è la norma ma non è nemmeno infrequente, pertanto, che nelle nostre scuole si trovino collaboratori scolastici, i vecchi bidelli, in possesso di lauree, master e altre specializzazioni, di fianco a professori il cui titolo di studio è il solo diploma.
Tale inefficienza, perché di inefficienza amministrativa si tratta, non può che essere addebitata ai modelli burocratici che sono il fondamento delle società moderne. Inefficienza che in Italia o in India raggiunge livelli tali da essere citata addirittura come esempio, ed è il caso di La cultura del nuovo capitalismo (2006) del sociologo Richard Sennett.
I primi decenni degli anni duemila del resto stanno facendo esplodere, rendendoli evidenti, una serie di contraddizioni che razionalmente si fatica a conciliare, dottor bidello, signor professore… ad esempio, che mostrano che la scala sociale e la mobilità sociale si sono sganciate, sempre che lo siano mai effettivamente state, dai titoli di studio e dalle competenze.
In Italia la meritocrazia, il modello secondo cui, in base ad una serie di competenze, persone dotate di certi titoli di studio occupano certe posizioni, non è mai stato alla base della nostra società che, pure fortemente stratificata, non è mai stata in grado di garantire la mobilità di tutti i suoi cittadini sui gradini della scala sociale. Se non, forse, in quel periodo che va dal dopoguerra agli anni settanta.
Ce ne dà testimonianza uno dei testi più stupefacenti della narrativa contemporanea, Terra Matta di Vincenzo Rabito; un testo che ha del miracoloso poiché testimonia la potenza delle parole e la stupefacente volontà dell’uomo di voler perpetuare se stesso e i propri sforzi.
Oggi, che sempre più spesso la scrittura è usata come un mero artificio, che perfino la scrittura creativa è una professione e viene addirittura insegnata in scuole nate all’uopo, il racconto ha perso la sua funzione primaria di tramandare in maniera esemplare un episodio singolare al fine di renderlo universale e, diciamolo pure, si scrive e si legge al solo scopo di intrattenere e intrattenersi.
Vincenzo Rabito no, da analfabeta che di sicuro non aveva il diploma della scuola Holden di Baricco, fatica sui tasti di una vecchia Olivetti per fare il racconto della sua vita. Non si intrattiene né ci intrattiene ma racconta la storia dei tanti “zappatori” meridionali con una sincerità brutale, ed è come se questa storia venisse raccontata per la prima volta perché per la prima volta non ci sono sofismi, tecniche, non ci sono sofisticazioni ideologiche o fini politici: c’è solo il raccontare.
Capita raramente che ci venga concesso il racconto veritiero di un evento, come quando Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale racconta il suo imbarazzo nell’usare per la prima volta la latrina all’aperto insieme ad altre persone. Uno pensa alla guerra, all’eroismo, semmai alla sofferenza, a tutti quegli aspetti che proprio la narrazione ha reso mitici e poi si scopre che la tragedia per un diciannovenne abituato ad usare in privato il gabinetto è quella di sedersi sulla latrina in compagnia di altri commilitoni. Ed ha perfettamente ragione se ci si pensa, ma nessuno ci aveva concesso il lusso di scriverlo in un romanzo. Così fa Rabito e lo fa raccontando una vita che dipinge, quantomeno per l’Italia, il “secolo breve” meglio di quanto non abbia fatto Hobsbawm nelle sue 712 pagine di saggio.
La vita “disgraziata” di Rabito però ha un unico scopo, quello di fare in modo che i figli non subiscano la sua sorte. “Però io, quello che mi capitava e capitava, io non mi impressionava mai. E qualunque malavita che faceva, per me era sempre perfetta, perché il mio scopo era uno solo: quello di essere promosse i miei figlie […] a quoste che mi avesse venduto magare li pandalune. Perché io penzava che a causa di non essere mantato alla scuola, perché padre non ci n’aveva, sono stato tante volte maletrattato dai desonesti che comanteno e offatto una vita troppo maletrattate. E quinte, per questo, devo per forzza fare studiare ai miei figlie.”
In quell’Italia Rabito vede per i figli la possibilità di salire i gradini della scala sociale, e questa possibilità gli viene data dall’istruzione. Rabito addirittura vende la casa pur di mantenere il figlio Turiddo a Roma dove studia ingegneria. “Io aveva una crante soddisfazione: avere il figlio ingegniere laureato a 24 anne e 10 mese…” dice alla fine e quella fu la fortuna della famiglia.
Chissà se oggi, Turiddo sarebbe ugualmente riuscito a laurearsi e intraprendere la carriera di ingegnere con successo. Nel 2014 Giovanni Solimine pubblicò in un libro intitolato Il costo dell’ignoranza in Italia una lunga serie di dati che danno un supporto statistico alle chiacchiere da bar, alle lamentele dei “falliti”, ai commenti degli insoddisfatti, dei choosy, dei neet, dei tanti laureati che hanno fatto domanda per ottenere un posto da bidello e che vengono continuamente stigmatizzati perché, come ci ricorda Ulrich Beck, adesso ci si aspetta che gli individui trovino soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche.
Solimine ci racconta un’Italia in cui i posti rilevanti della scala sociale sono occupati da persone prive di una adeguata qualifica. “Se osserviamo i dati dell’ISCO (International Standard Classification of Occupation) relativi a legislatori, dirigenti pubblici, amministratori e dirigenti di aziende, possiamo verificare che mentre in Francia e Spagna il livello di qualificazione è cresciuto in modo impressionante negli ultimi quarant’anni (in queste categorie la quota di laureati sfiora ormai il 90%), in Italia esso è in forte declino (era del 31% tra i dirigenti nati negli anni cinquanta, è scesa sotto il 20% per i nati negli anni sessanta, ed è del 15,4% tra i nati negli anni settanta).”
In Italia, dunque, ad occupare i piani alti della scala sociale abbiamo una classe dirigente sempre meno titolata e presumibilmente altrettanto poco competente, il tutto a fronte di un gran numero di persone qualificate e competenti costrette a ripiegare su lavori non qualificati.
Maurizio Franzini nel suo Ricchi e poveri. L’Italia e le diseguaglianze (in)accettabili (2010) sulla base dei dati analizzati ci dice che “un ingegnere figlio di un ingegnere guadagna più di un ingegnere figlio di un operaio”, a parità di titoli di studio il reddito dei figli è ancora legato a quello dei padri. In Italia insomma, sempre per usare le parole di Franzini, “domina, se si può usare questa espressione, il capitale relazionale”, che è senza dubbio una formula elegante per dire che la possibilità di salire i gradini della scala sociale è preclusa a chi non ha relazioni con chi già occupa quei gradini. E di certo queste relazioni non li ha il figlio di un impiegato, di un operaio o di un disoccupato.

Vincenzo Rabito è stato l’eroe tragico di un tempo che non c’è più, un tempo che non si sa se valga la pena di rimpiangere o di condannare. Certo è che oggi gli sforzi di Rabito per portare almeno uno dei suoi figli ad occupare un ruolo sociale ed economico migliore del suo sarebbero stati probabilmente maggiori e dal risultato più incerto. Anche lui probabilmente sarebbe finito sulle scale disegnate da Escher.