La musica del mondo

Intervista a Stefano Scala

di Antonio La Monica

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    Stefano Scala


    Data pubblicazione: 14 aprile 2019

 

Dobbiamo sforzarci di presentare agli ascoltatori suoni positivi, ricchi di atmosfere di pace, soprattutto in questi momenti di tensione planetaria


Stefano Scala è un ricercatore musicale, musicista, compositore e musicoterapista. Si é sempre interessato di musiche etniche e di ricerche etnomusicologiche. Nei suoi lavori traspare spesso, l'idea del viaggio come conoscenza. Dopo aver militato in orchestre sinfoniche, ha intrapreso una ricerca sempre più verso le radici della musica. Ha suonato in luoghi inusuali, come vivai, grotte, rifugi di montagna, oltre che in teatri ed in chiese. Ha effettuato ricerche sul canto, in particolare verso quello gregoriano, greco ortodosso, tibetano e sullo sciamanesimo siberiano. Ha al suo attivo anni di studio verso le cosiddette musiche extraeuropee e ha negli anni lavorato con diversi musicisti di tutti i continenti.

Quando hai compreso che la musica sarebbe stata parte integrante del tuo cammino?
“Sono nato in una famiglia non di musicisti professionisti, ma ritengo i miei genitori degli amanti intelligenti della musica. La mamma, grande appassionata di opere e di musica francese, ha sempre cantato in casa, mio padre musicista dilettante amante soprattutto di musica jazz che mi ha educato all’ascolto fin da piccolo verso un certo tipo di musica. Ho dei ricordi vaghi dei miei primi anni d’infanzia dove ricordo che percuotevo ogni cosa mi capitasse a portata di mano e che mia madre doveva nascondere pentole e pentolini per limitare la mia irruenza ritmica. Comunque le mie prime batterie giocattolo le ho avute già a 4 – 5 anni. Lo studio serio comunque è cominciato verso i 14 anni con insegnanti privati e presso Conservatorio e Scuola Civica di Milano.
La tua ricca discografia sembra quasi un atlante attraverso il quale viaggiare lungo il mondo. Ci spieghi quale la tua idea di viaggio attraverso la musica?
“Negli anni ho sempre viaggiato in cerca di strumenti e suoni. In ogni viaggio ho sempre cercato di scoprire nuove sonorità attraverso il contatto con persone ed insegnati del luogo che mi potessero far conoscere lo strumento che cercavo, ma soprattutto ho sempre cercato di instaurare un rapporto di rispetto con l’insegnante e lo strumento stesso. Oggigiorno è più facile reperire strumenti, una volta dovevi muoverti per incontrare e scoprire quello che volevi. Adesso ho limitato questa voglia di impadronirmi delle tecniche esecutive tradizionali, spostando la mia voglia di far musica, maggiormente verso l’essenza del suono più che sul modo esecutivo. Da sempre ho cercato di utilizzare strumenti anche naturali provenienti dalle più disperate zone del pianeta. Li guardo, li vivo, li annuso, cerco di entrare in sintonia con il loro mondo, cerco di entrarvi in punta di piedi. Il loro utilizzo negli anni è sempre stato accompagnato da ricerche specifiche affiancato da esperti botanici e biologi. L'idea del viaggio come conoscenza attraverso la scoperta di nuovi strumenti e di nuove sonorità è l’idea che mi ha portato negli anni passati a viaggiare per scoprire molte cose che mi hanno fatto diventare quello che sono adesso soprattutto dal punto di vista artistico e musicale.

La ricerca interiore accompagna, procede di pari passo con quella musicale. In che modo avviene questa alchimia?
“Ritengo di far musica perché credo e spero di poter trasmettere emozioni positive. Emozioni che vivo e cerco di regalare nei miei concerti e nei miei lavori discografici. Ritengo essere un tramite, nel mio piccolo. Lo spero”.

A proposito di "ecologia del suono", di musica che può raccontare l'ambiente... quale la tua idea al riguardo?
“I miei viaggi non sono mai stati legati ad un’idea di ecologia specifica, ma bensì da una ricerca sonora e spirituale. Per me i suoni permettono di creare atmosfere che aiutano alla contemplazione sia esteriore che interiore e dobbiamo sforzarci di presentare agli ascoltatori suoni positivi, ricchi di atmosfere di pace, soprattutto in questi momenti di tensione planetaria. Certi luoghi vanno scoperti attraverso una predisposizione interiore che spesso può essere alimentata con l’ausilio della meditazione. Bisogna cercare per scoprire nuovi modi interiori, aiutati dal silenzio che spesso in certi luoghi vive e si alimenta con la preghiera e la meditazione. Difficile parlare dei luoghi. Bisogna viverli, sapendoli ascoltare. Ovviamente nell’Ascolto si rispetta la Natura e la si ama. La natura dell’Amazzonia ti avvolge e non puoi essere distaccato quando hai la fortuna di incontrarla. Lei, la Natura, ti spinge a creare suoni ed atmosfere magiche. Il Monte Athos è stato per me un voler scoprire nei diversi viaggi fatti in tale luogo quanto quasi per incanto mi indicò mio padre quando ero ancora ragazzino. Fu lui che mi parlò per primo di tale luogo, attraverso libri e fotografie mi fece innamorare spiritualmente di tale posto, un posto magico ricco di tradizioni millenarie, anche se oggigiorno anche lì certi tempi di vita si stanno piano piano spostando verso la nostra modernità e non so se è un bene. Amo molto anche la Cappadocia una zona spiritualmente ricca di atmosfere positive, ma luoghi anche come Assisi e Konya sprigionano una spiritualità da saper accogliere”.

La lista degli strumenti che suoni nei tuoi concerti e nelle tue produzioni in studio è quasi sterminata. Quale senti essere quello più adatto a raccontare la tua essenza?
“Precisiamo subito una cosa: io mi sento soprattutto un percussionista. Gli altri strumenti li uso a parer mio come un profano e mi sono serviti per realizzare situazioni e lavori diversi. I miei strumenti sono le percussioni in senso ampio. Percussioni classiche, etniche, naturali. Ho negli anni seguito le idee di Maioli pioniere di certe realtà sonore. Ho una mia idea sul suono della percussione soprattutto sull’utilizzo dei colori che con questi strumenti possiamo realizzare. L’utilizzo delle percussioni non solo come basi ritmiche ma come insieme di colori che fanno un quadro, che riempiono una tela bianca, che aiutino gli altri strumentisti che lo sostengono nella realizzazione sonora dell’esecuzione. Un aiuto rispettoso. Amo infinitamente musicisti come Nanà Vasconcelos, Zakir Hussain, Glen Velez, Trilok Gurtu, Kudsi Erguner, Jan Garbarek, Anouar Brahem solo per citarne alcuni, anche se il mio preferito in assoluto è Stephan Micus, per le sue ricerche e per il suo modo di comporre attraverso studi mirati. Poi non potrei dimenticarmi di artisti come Franco Battiato, Juri Camisasca o del Maestro Giusto Pio, persona straordinaria che ho avuto la fortuna di rincontrare dopo tanti anni quasi per caso, negli ultimi anni della sua vita terrena. Con lui sono molto in debito, lui sa il perché”.

Nella tua produzione si nota anche una apertura totale verso mondi sonori lontani. Il tango, il flamenco del tuo ultimo "Compas" è solo una tappa del tuo percorso. Come ci sei arrivato e dove ti sta conducendo quest'ultima ricerca?
“Per me è importantissimo aver esplorato mondi a noi lontani, attraverso le mie ricerche etnomusicologiche, un amore dai tempi dei miei studi classici. Bela Bartok, per me studente di conservatorio, fu una folgorazione. Le musiche etniche le ho cominciate a studiare alla fine degli anni 70, cercando con non poca fatica materiale ed insegnati disposti a divulgare il loro sapere. Cerco sempre in ogni lavoro di rappresentare un mio mondo sonoro attingendo dalle differenti culture incontrate nei diversi anni di studio; per me lo studio delle musiche etniche e dei suoi strumenti è sempre stato un mezzo per arrivare alla scoperta delle persone che abitano in tali luoghi, magari così lontani dai nostri, ma umanamente così vicini a noi, perché non è un colore di pelle che fa la differenza, oppure una cadenza del linguaggio differente, sono altri i paletti assurdi che l’uomo mette per creare le differenze tra i popoli. Hai detto bene, “Compas” è solo una tappa del mio percorso che ho voluto sondare e che è già in cammino verso altre ricerche sonore”.

Spesso si ha l'impressione che il rispetto che nutri verso il materiale sonoro nel quale ti immergi metta in secondo piano il tuo essere autore. E' un'impressione errata? Cos'è per te la creatività?
“In passato era molto più attratto dalla creatività personale, ma adesso non sento più così importante dover creare per forza qualcosa di mio. Mi piace anche scoprire e riscoprire magari cose già sentite e realizzarle secondo una mia idea sonora, rispettandone sempre la creazione del compositore. La creatività va alimentata come ogni talento, ma ritengo che sia inizialmente un dono ricevuto dall’alto che se saputo cogliere nel momento giusto può dare frutti molto buoni”.

Musicoterapia. Un tema ampio e discusso. Vorrei chiederti cosa è per te la terapia della musica?
“Mi sono interessato alla Musicoterapia ancora in anni dove quasi nessuno parlava di tale terapia. Mi sono impegnato in ambiti diversi ma poi devo ammettere che negli anni sono stato piuttosto deluso del sistema e mi sono abbastanza allontanato anche se ho superato esami per l’abilitazione.  La figura del musicoterapista e del musicoterapeuta devono esser fondamentalmente verificate e chi effettua tali interventi deve essere super qualificato. Ecco forse in questi ultimi anni qualcosa si sta facendo, lo spero. Attualmente comunque è un settore che non mi coinvolge più per mancanza di tempo. Sono comunque fiducioso che alcuni professionisti del settore possano ampliare e migliorare oltre che migliorarsi per il bene dei pazienti. Per me la terapia della musica è fondamentale, ma è un discorso molto lungo che ci porterebbe via molto tempo”.

Infine, uno sguardo sul tuo prossimo futuro.
“Ho finito di realizzare un nuovo lavoro su musiche di Philip Glass che dovrebbe uscire entro l’anno e sto preparando altri lavori su musiche di Arvo Part ed Erik Satiè, insieme a musicisti di estrazione classica. In questi lavori cerco di mettere al servizio di queste belle composizioni il mio arsenale percussivo, con estrema delicatezza e rispetto verso il lavoro compositivo di questi grandi compositori. Possiamo dire che in questi ultimi periodi ho avuto “incontri con compositori straordinari” e questo è molto importante”.