Gli Scaligeri

L'epopea calcistica dell'Hellas Verona

di Saro Distefano

    imgLa rosa e lo staff tecnico del Verona nella stagione 1984-1985.

    Data pubblicazione: 14 aprile 2019

 

Da bambino ne ero certo: hellas significa (chissà in quale lingua) scala. Certezza che derivava da una semplicissima equazione: la squadra di calcio del Verona si chiama Hellas Verona. Tutti chiamano i giocatori “scaligeri”. Hellas significa scala.
Non ero lontanissimo dal vero. E considerato il mio livello intellettivo e intellettuale (di allora e di adesso) ero molto oltre le aspettative dei miei genitori e di me stesso.
Molti anni dopo ho scoperto che Hellas significa Grecia. E che i giocatori in maglia gialloblu erano e sono “scaligeri” perché quella città fu feudo e capitale della famiglia Della Scala, o Scaligeri appunto, nel periodo medievale. Da ragazzo ne dedussi quindi che Delia Scala (sconosciuta a Carlo Blangiforti e Antonio La Monica ma vera diva per la mia generazione) era di Verona ed apparteneva alla nobilissima famiglia. E che fosse del nord (per un siciliano tutto quanto è oltre lo Stretto è Nord) lo si capiva dalla parlata, e che fosse nobile lo si capiva perché era bionda, bella, simpatica e raffinata, di classe, appunto.
Ma crescendo dimenticai la bella Delia (anche perché si stricava troppo, secondo me, con Lando Buzzanca, che mai ho avuto in simpatia, ritenendolo il prototipo del siciliano eccessivamente tale) nel mentre continuai ad avere simpatia per la squadra. Seppure juventino (scelta di gioia e felicità) mi piaceva quella squadra che a maggio del 1985 vinse il suo primo e finora anche unico scudetto del campionato italiano di Serie A.
Mi attraeva moltissimo il fatto che fosse (e se non sbaglio è tuttora) la unica squadra di una città non capoluogo di regione ad avere vinto uno scudetto italiano. Proprio così, a dimostrazione della singolarità dell’accaduto. Non solo. Quella squadra campione d’Italia era stata costruita con gli “scarti” di tante altre squadre italiane. E due stranieri di livello: il tedesco Briegel, terzino potentissimo e sovente in gol, e il danese Elkiaier, poderoso centravanti grande colpitore di testa.
Gli scarti delle altre squadre erano campioni, s’intende. Solo sfortunati. Si rivalsero con la dea bendata perché vinsero lo scudetto. E se per molti di loro fu anche l’unico, non può esserci dubbio sul fatto che vincere uno scudetto al Verona vale quanto vincerne quattro alla Juventus.
E poi il mio eroe.
Il timoniere, il leader, il faro e riferimento della squadra che guardò tutta Italia dall’alto: Osvaldo Bagnoli. Allenatore dagli schemi semplicissimi: tutti indietro a difendere e, quando possibile, contropiede per fare il gol e vincere uno a zero. Bagnoli, che andava in campo vestito da ragionerie sfigato (quanta differenza coi modelli che oggi siedono in panchina) e nelle interviste non guardava la camera e biascicava a toni più bassi di un re basso.
Un uomo di sport all’antica, quando la gara era tale e non battaglia, quando l’avversario era tale e non nemico, quando la partita era tale e non appuntamento col destino.
I calciatori riciclati che si cucirono sul petto lo scudetto a tre colori vennero poi venduti (con ricavi mostruosi per il Verona che li aveva avuti quasi in regalo dalle big) e lo stesso Bagnoli cambiò panchina. Dalla spensieratezza e dal catenaccio di Verona andò a casa sua, lui nato alla Bovisa, nella società più neurologicamente instabile della storia dello sport italiano. resistete un campionato e mezzo, e poi tornò a guardare le partite alla televisione.