Zen in verticale

Ascesi e ascese di un 'uomo lieve'

di Laura Ciancio

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    Data pubblicazione: 14 aprile 2019

 

“Ero solo; m’ero fermato un momento a guardare di sotto, restando attaccato alla roccia con una sola mano; da quel punto molto esposto si vedeva in fondo, fino al ghiaione, due-trecento metri più in basso. E pensai che era bello sentirsi così, vivi e padroni della propria vita affidata solo ad un appiglio, niente chiodi e altri legami…In quel momento, durato i pochi minuti di un’arrampicata velocissima che pure mi parve immobile, io ero entrato in un ritmo in cui l’azione non era preceduta dall’ideazione, ma era scaturita da sé stessa senza alcun bisogno di pensare e di volere.”
E’ l’esordio del libro ‘Le mani e i piedi del Buddha’ di Luigi Mario, ordinato monaco zen con il nome di Engaku Taino nel 1971 in Giappone e abilitato all’insegnamento dal Maestro Yamada Mumon nel monastero di Kobe. Uno dei tre brevi saggi del testo si intitola ‘l’arte di arrampicare in roccia e lo zen’, dove l’autore, già da giovanissimo, concepiva l’arrampicata come un’arte da vivere con consapevolezza ‘zen’. 
Diventato guida alpina nel 1959, nel 1962 abbandonò il posto fisso in banca e diventò gestore del Rifugio Franchetti sul Gran Sasso (a lui si deve la chiodatura di numerose vie lunghe del Gran Sasso dal 1955).
Persona fuori da ogni stereotipo, Luigi Mario ha portato lo zen sulle montagne, insegnando a concentrarsi sulla respirazione, sui movimenti lenti a terra, con lo yoga e il tai-chi. “L’arrampicata viene dopo, quando si è pronti al movimento naturale delle mani e dei piedi, sulla roccia.”
“Ho cominciato ad andare in roccia all’età di sedici anni, trovando la cosa come la più naturale del mondo, così come i ragazzini si arrampicano sugli alberi e sui muretti, immaginando che questi esistano solo per salirci sopra.”
Fu ad un raduno nazionale di alpini che arrampicavano sulle pareti del Colosseo, che gli si accese una prima scintilla: “scendevano saltellando e scorrendo lungo le corde! Qualche giorno dopo la manifestazione andai in bicicletta con un amico a vedere da vicino il punto in cui erano saliti, dove erano stati piantati i chiodi da roccia. Volevo andare a toccarli! Ero già salito sette otto metri, il mio amico era rimasto sotto a guardarmi.     A un certo punto sentii chiamarmi e vidi che c’era un vigile in bicicletta, una di quelle Bianchi nere e robuste d’una volta. Le parole che mi rivolse le ricordo perfettamente, ce le ripetemmo chissà quante volte col mio amico: “A ragazzì, scenni giù che qui sotto mica ce sta er buro”. E’ una frase che m’è ritornata in mente tante volte, quando la paura di cadere m’ha fatto desiderare che ci fosse davvero il burro sotto di me.”
Luigi Mario continua ad ‘andare in roccia’ ancora oggi, all’età di 81 anni. Conosciuto dai frequentatori delle alte quote e soprattutto dagli scalatori di pluriennale esperienza, Gigi vive da più di quarant’anni in un casolare sulle colline vicino a Orvieto, nella località di Scaramuccia, dove ha fondato nell’autunno del 1973 il Tempio Buddista Zenshin, che ha avuto un sempre maggior numero di frequentatori, e dal quale sono nati altri centri di meditazione affiliati in Italia, Grecia, Spagna, Finlandia.
E’ datato 1967 il suo viaggio in Giappone, dove resta diversi anni e fa un lungo noviziato in un monastero buddista zen rinzai.
La pratica della meditazione, le regole rigide del monastero, il lavoro e il rapporto quotidiano col Maestro, furono gli elementi essenziali della sua formazione.
 “…Mi viene in mente quando sono entrato a lavorare in banca e avevo appena diciassette anni. Dissi a me stesso che non avrei passato la mia vita lì dentro.
Quando andai in Giappone ero guida alpina e insegnavo a sciare ma ero alla ricerca di qualcosa che andasse oltre. E ho trovato i maestri zen. Lo zen è una pratica in cui si riesce a coniugare sia la parte fisica sia la parte mentale, introspettiva. Allora vidi subito, tra la meditazione e lo sport che praticavo, qualcosa che li univa.
…Tornando dal Giappone decisi di trasmettere agli allievi quello che avevo imparato, non solo nella maniera classica, con la meditazione, ma anche attraverso gli sport che conoscevo meglio, l’arrampicata e lo sci. Perché credo che, come è stato per i cinesi, i giapponesi e gli indiani per migliaia di anni, l’attività fisica possa essere praticata in modo spirituale. Non c’è separazione tra le due cose. Abbiamo un corpo e una mente e tutto questo fa parte di un’unità.
…Il rapporto con la natura nello zen è fondamentale. C’è interazione e immedesimazione. La meditazione aiuta a comprendere che la natura è una e che il mondo su cui viviamo è solo un organismo più grande del nostro corpo.
… io vivo insegnando l’arrampicata e lo sci e inserisco spesso, all’interno dei corsi, l’apprendimento della disciplina yoga e del tai-chi, che sviluppano concentrazione e armonia.
…Alla guida, così come al maestro, basta condividere coi discepoli quanto s’è vissuto, da cuore a cuore.
La montagna può essere uno specchio per capirsi, certo. E se uno vede bene sé stesso, non ha più
un rapporto con la montagna fatto di conquista, di sfruttamento. Di vie per capire sé stesso ce ne possono essere tante: io ne conosco una che è stata sperimentata per migliaia di anni, lo zen. E’ la via che ho percorso, per questo posso aiutare chi ha intenzione di fare lo stesso.

Insegno ad andare in roccia parlando di respirazione. Le filosofie orientali sono cose che si praticano, non cose di cui si parla.”

Negli anni ottanta ho frequentato i corsi di sci di Gigi, tra l’Abetone e la Val d’Aosta. Piccoli gruppi, sistemazione spartana e tutto il giorno sulle piste con lui. Impossibile non imparare. Si iniziava al mattino con le prime partenze degli impianti e si terminava alla loro chiusura. Con il maestro i miei movimenti insicuri diventavano fluidi sul manto nevoso. La paura sui muri dell’ovovia si scioglieva ad ogni curva che percorrevo dietro le tracce lasciate dai suoi sci. Ogni volta che lo vedevo scendere mi sembrava che fosse tutt’uno con la montagna, aderiva e assecondava il suolo con semplicità e sapienza. Scesa dalla seggiovia delle Regine, il vento freddo mi congelava il viso e il paesaggio mi regalava cime e abetaie a iosa. Poi la discesa era rumore di sci, ritmo nelle curve e attenzione. Duecento metri più in basso, il maestro si fermava ad aspettarci e osservava i nostri imperfetti movimenti, spronandoci a migliorare. Con lui si sciava nelle giornate di sole, di nebbia o mentre nevicava. Ghiaccio o neve fresca. Era sempre “un buon tempo per sciare”.
Noi, giovani allievi, eravamo affascinati dal suo modo di essere. Si percepiva quanto grande fosse la sua libertà interiore e il suo profondo senso etico.
Osservandolo nelle figure del tai-chi, mi colpiva la sua assoluta concentrazione e la perfetta assonanza dei movimenti del corpo.
A Roma, nelle serate invernali dopo la lezione, lo vedevo andare via con i sandali ai piedi, mentre noi eravamo bardati di tutto punto e ci meravigliavamo che non sentisse freddo.
‘Uomo lieve’ lo definì Dino Buzzati quando lo conobbe in montagna negli anni sessanta, per la profondità dei suoi pensieri e la serenità del suo essere e per quella sua maniera di parlare priva di retorica e didascalie.
Ed è forse proprio quel suo modo di trasmettere la leggerezza, con il suo esempio e le parole giuste, senza clamori, senza mercificazioni, senza la volontà di ottenere facili guadagni, che ha reso e rende tuttora il suo insegnamento più prezioso di tante verbose lezioni di teoria di blasonati istruttori.

“Dell'esserci.
Qui a Scaramuccia, fuori è stellato, la campagna odora di pace, di natura, sì anche quella di Buddha.
E ringraziare il Buddha e tutti i maestri.
Che importa che ci sia un allievo in più o in meno, anche venti alla sesshin?
Che importa la forza, la salute, i soldi, il successo?
Io posso sedermi dentro lo zendo o fuori sotto le stelle. Che altro?
Dovrei forse pensare a come sarebbe se…
È giusto essere, esserci, e basta.”
Pensieri sparsi 1989-90 – Engaku Taino
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Le frasi virgolettate sono tratte dai seguenti libri di Luigi Mario: Le mani e i piedi del Buddha, L’illuminazione nella vita quotidiana, Lo zen e l’arte di scalare le montagne, Con gli scarponi e la corda legata in vita e da un’intervista fatta dall’autrice a Luigi Mario e inserita in ‘Roma Rivista’, pubblicazione del 1992 a diffusione amatoriale, diretta da Paolo Restuccia.
Approfondimenti: Folco Quilici – il Dio sotto la pelle, https://vimeo.com/8078462 - Il luogo dell’anima, https://vimeo.com/9628651