Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - X Capitolo

di Carlo Blangiforti

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    Data pubblicazione: 14 aprile 2019

Paolo manda a chiamare un vetturino. Per fortuna avevamo lasciato i nostri bagagli al deposito ferroviario. La stazione del Porto non è lontana dall’ufficio di Paolo, al contrario è vicina, a passo svelto ci vorranno una decina di minuti. A passo svelto, senza il carrettino, se fossi un giovanotto, se non dovessimo guardarci da chiunque non abbia la faccia di un siciliano malintenzionato. Qui e ora bisogna diffidare da quelli ben vestiti, quelli che hanno l’aspetto di bravissime persone, dalle facce pulite. Ora e qui bisogna fidarsi solo di persone dalle facce poco raccomandabili, da tagliaborse, questi sono molto più onesti di carabinieri, poliziotti e impiegati del Ministero della Guerra.

Sono le quattro e quaranta, arriviamo appena in tempo in stazione: mando avanti il vetturino con il tak e il ragazzo, chiedo loro di prendere un facchino e ritirare i bagagli dal deposito, mentre io vado a fare i biglietti.

13 lire e 80 centesimi, più i 2 lire e 10 centesimi per le nostre 2 valigie e il tak. L’impiegato è molto cortese e si dà da fare per venire incontro alle mie richieste. Lo saluto con gentilezza, mentre gli altri viaggiatori si affrettano verso i binario 1. Il treno sta per partire, lo ricorda a tutti noi la voce stridula del capostazione, con il suo berretto rosso da gallo, con i suoi baffi alla Bismarck. “Binario 1. Binario 1.” Mi affretto scansando le persone e sorridendo, ma un gruppetto, appena sceso da una nave che viene da Tripoli, intralcia il mio passo, anche loro si affrettano verso il treno per Catania.

In stazione c’è pochissima gente prima del nostro arrivo: un paio di vastasi annoiati che si passano un mozzicone mezzo spento di sigaro, qualche viaggiatore accaldato, due o tre touristes tedeschi. Ai tedeschi piacciono le pietre vecchie di Siracusa, questi sassi li aiutano a sentirsi migliori. Quando toccano, guardano, annusano le rovine dei greci pare si dicano: “Ecco questa gente è stata capace di creare tutto questo e ora si trascinano come fantasmi senza scopo. Noi, all’epoca, saremmo stati anche poco più che selvaggi, ma oggi siamo un faro di civiltà!” E devono avere ragione se molti dei miei fratelli, che il Signore li protegga, illumini il Signore il Suo viso e conceda loro la grazia, se molti dei miei fratelli vivono e prosperano in Germania.

Quando il treno, sbuffa in modo indecoroso. Il fumo invade tutto. Arrivati appena in tempo, mi fermo e cerco di riprendere il fiato, mentre il nostro facchino, il vetturino e il ragazzo mi guardano quasi divertiti. Mi avvicino sorridendo:

«Per un soffio, eh Santuzzo?!»

«P’un pilu, voscenza… Ma ha’ stari tranquillu, cca nenti parti in orario...»

Ride di cuore mostrando i suoi tre denti ingialliti, mentre si aggiusta un berretto unto e incolore. L’odore della stazione è tanto forte che quasi copre il suo lezzo insopportabile. La mia attenzione, però, è rapita per un lungo istante dal mio giovane amico. Mi sorprende il piccolo Corto. Appena sul marciapiede fissa, come se avesse visto un mostro la locomotiva, quel mostro d’acciaio e vapore con la stessa espressione smarrita del San Giorgio della basilica di Ir-Rabat di Gozo.

«Rav,» – mi dice quasi in trance – «sai, ci andiamo spesso alla stazione a vedere i treni partire io, Karmenu e Agrippino. Treni? Treno. C’è solo un treno a Malta, quello per Mdina. Qui è diverso, ci sono almeno quattro binari, qui!» – li conta divertito, anche se nella penombra ha difficoltà.

«Beh, Corto, dovresti vedere la Franz-Josefs-Bahnhof a Vienna!»

Tace ammaliato e sognante (“Un giorno, un giorno chissà”), poi riprende:

«A me piacciono molto i treni, sai Rav Ezra. Mi piacerebbe attraversare il mondo in treno, in treno e in nave. Ma in treno di più: da qui fino in Cina in treno. Ti immagini Rav Ezra?»

“Vorrei avere i tuoi occhi, Corto,” – mi dico – “spalancati sul mondo come la carta assorbente per l’inchiostro… avere ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare.” – Se fossi un poeta, delle mie parole ne avrei già fatto un’aria d’opera, mi dico.

Sono quasi le cinque meno un quarto, faccio segno al facchino di portare su nel vagone i nostri bagagli e il tak. Chiedo al vetturino di riportare indietro il carrettino al Museo, dal professore Orsi. Se la prendono comoda, al punto che fanno appena in tempo prima che questo drago reumatico cominci a sgranchire le sue ruote. Subito dopo il treno muove i suoi fianchi di ferro, dondolando come una vecchia kelba[1] del porto. “Che brutti pensieri questa terra mi fa fare!”

L’odore di fumo e di carbone invade il nostro scompartimento, mentre il treno si allontana. È proprio un bambino, Corto. Affacciato al finestrino saluta Santuzzo. Quello neanche se ne accorge, è intento a contare le lire che ho fatto scivolare nel suo taschino. Ma non lo sto guardando, in realtà fisso i tre uomini che discutono indispettiti alle sue spalle, due di loro gli si avvicinano e lo strattonano, il terzo se ne sta in disparte: Non arriva al metro e sessanta, ha i baffi ben curati e biondi, una paglietta scolorita dal sole sulla testa. Viganò, non sembra averla presa bene. Non ho resistito, lo saluto con la mano mostrando il sorriso più stupido che ho. Infantile? Senza dubbio, ma non ho saputo resistere. Mi punta addosso i suoi occhi di gelo. Non me la perdonerà: «Arrivederci, carissimo Delegato di prima classe Viganò. Spero di incontrarla in situazioni diverse...» – grido. Non credo gli siano arrivate le ultimissime parole, ma credo abbia afferrato abbastanza per capire che il mio italiano è, senza dubbio, molto meglio del suo.

Corri veloce treno, i raggi rossi del sole che muore rimbalzano sulle onde come fossero ciottoli lanciati da un bambino capriccioso, corri treno, non fermarti.

Il ragazzo non smette di guardare il paesaggio: terra a sinistra, mare a destra e davanti la Montagna, Mongibello, Mons Gebel, che protegge e opprime la dolce città di Catania.

Il Delegato di prima classe si sarà precipitato al telegrafo: «urgente treno da siracusa stop trattenere vecchio ebreo et ragazzo ufficio pubblica sicurezza stazione catania stop questione sicurezza nazionale stop».

Bisogna fare attenzione, mi sa che il comitato di accoglienza non sarà dei più cortesi: nella migliore delle ipotesi ci saranno una decina tra carabinieri e agenti di Pubblica Sicurezza, arrabbiati e pronti a sbattermi in cella di sicurezza.

Ringrazio le parole di Rav Ernesto Farkas.

«Aleichem Shalom. Sono io. Bene, Rav Ezra. Quando conti di venire a Catania?... Tutto bene a Siracusa?... Che problema, spero nulla di grave?... Militari? Idioti e Mirri è un cretino!... Si risolverà tutto con l’aiuto del Signore… Però non li sottovalutare?… So che ci sono strani movimenti, cerca di venire prima possibile a Catania. Stasera stessa è meglio. Fai una cosa, Ezra, non scendere alla stazione centrale. Alle otto e venti il treno farà una fermata alla stazione di Acquicella. Mio cugino Benedetto sarà là ad aspettarti con un calessino verde-bottiglia, mando l’inserviente, lo riconoscerai, ti aiuterà con i bagagli. Hai capito?… Tranquillo andrà tutto bene!»

 

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1 In maltese prostituta.