C'era una volta la società orizzontale

Riflessioni

di Ciccio Schembari

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    Data pubblicazione: 14 marzo 2019

 

C’era una volta la “società orizzontale” fatta di famiglie, di categorie, di maestranze, pressoché statiche e con precise identità, in cui l’individuo contava non tanto in quanto individuo, quanto per i legami col gruppo sociale di appartenenza. Queste identità, nello svolgimento delle attività sociali ed economiche, interagivano tra di loro durante tutto l'arco dell'anno nel modo proprio e particolare di ogni comunità dando vita alla comune identità in cui il paese si riconosceva.
Nella “società orizzontale” i figli ricoprivano un ruolo importante e fondamentale. Attraverso i figli si rinnovavano e continuavano i mestieri, le categorie, la comunità. I genitori, nel crepuscolo della vita, vedevano sopravvivere, attraverso i figli, la loro opera e la loro cultura. I figli erano la continuità e il futuro.
Alla “società orizzontale” si è sostituita la “società capitalistica verticale”, propria della produzione industriale che travalica le dimensioni del villaggio, in cui l’individuo conta solo e in quanto individuo, non per i suoi rapporti orizzontali di appartenenza, ma per la sua collocazione nell’ordinamento gerarchico e verticale determinato dai ruoli e dai redditi di ciascuno.
Nella “società orizzontale” era d’uso chiedere di una persona ri cu è figghiu? oppure ri cu ti riciunu? [di chi sei figlio? qual è il tuo cognome, la tua nciuria, il tuo casato]. Nella “società capitalistica verticale” tale domanda non si fa e, se si fa, può anche risultare lesiva della privacy e magari offensiva.
La “società capitalistica verticale” si caratterizza per la ricerca affannosa della continua ascesa verso fasce di reddito sempre più alte. Andare in su è obbligatorio! Come in una scala mobile, chi non la prende resta tagliato fuori. Non si può star fermi! È un semplice problema di relatività galileana: se tutti vanno su, chi sta fermo va giù, nel reddito e nel livello sociale! Sgomitare è perciò d'obbligo! Sempre e comunque! Ascendere diventa ansia, affanno, brama, conflitto!

C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro modo di vivere oggi. Per trent’anni abbiamo trasformato in virtù il perseguimento dell’interesse materiale personale: anzi, ormai questo è l’unico scopo collettivo che ci rimane. L’ossessione per la creazione della ricchezza, il culto della privatizzazione e del settore privato, le disparità crescenti fra ricchi e poveri. E soprattutto la retorica che accompagna tutto questo: ammirazione acritica per mercati liberi da lacci e laccioli, disprezzo per il settore pubblico, illusione di una crescita senza fine.  Da Tony JUDT, Guasto è il mondo, Laterza, 2011

Anche in economia, nella “società verticale e capitalistica”, si parla sempre ed esclusivamente di crescita economica. È una cosa che non capisco. Faccio un ragionamento di aritmetica elementare: le risorse di Madre Terra, in un dato momento, sono quelle che sono, perciò se da una parte si cresce, da qualche altra parte si decrescerà. Infatti i ricchi diventano sempre più ricchi, più potenti e potentissimi e i poveri sempre di più e sempre più poveri.

«Il solco si è allargato: le fortune dei super ricchi sono aumentate del 12% lo scorso anno, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno, mentre 3,8 miliardi di persone, la metà più povera dell’umanità, hanno visto decrescere quel che avevano dell’11%.  […] L’1% più benestante detiene il 47% della ricchezza aggregata netta. Basterebbe una tassazione anche minima – lo 0,5% in più di oggi – sui patrimoni dei “Paperoni” del globo per evitare che 262 milioni di bambini non possono andare a scuola e 10 mila persone al giorno muoiono perché non hanno accesso alle cure».
Dalla relazione della Ong Oxfam in occasione del “conclave” finanziario di Davos che riunisce l’”Olimpo” del busines mondiale, pubblicata sul quotidiano Avvenire il 22 gennaio 2019

La “società capitalistica verticale” non c'è una struttura orizzontale: famiglia, gruppo, categoria, maestranza… in cui riconoscersi e che al tempo stesso tutela, conforta, sostiene ma anche lega, obbliga, vincola. C’è più possibilità, almeno in teoria, di mobilità sociale. Il figlio del commerciante può studiare e diventare impiegato o professionista, può sposare la figlia del professionista o dell'artigiano. Si è più liberi, più aperti, ma anche più soli, più deboli, più smarriti, più vulnerabili agli stimoli esterni, alle mode e si rischia di essere catturati da mode e modelli imposti da chi ha interesse e potere per farlo.