Il palloncino rosso

Racconto

di Nick Neim

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    Data pubblicazione: 14 marzo 2019

 

Carletto era un bambino di quattro anni. Ogni fine mese, poiché non avevano a chi lasciarlo, i suoi genitori lo portavano con loro al mercato; il bimbo era felice perché stava vicino ai suoi e poteva aiutarli a disporre la merce, a raccogliere le scatole vuote, a sistemarle nel retro del furgone: si sentiva grande, anche se sbrigava piccoli lavori adatti alla sua età. Un giorno giunse alla fiera un venditore di palloncini, girava fra le bancarelle con il suo carrettino di legno carico di una grande bombola alla quale era attaccato un grappolo colorato di palloncini che si agitava sopra la sua testa. Il giovane, con voce acuta e sicura, infilandosi fra un furgone e l’altro, vantava la bellezza e la resistenza dei suoi palloncini, incuriosendo tutti e accendendo il desiderio dei bambini. Il venditore giunse vicino al furgone del padre di Carletto e si fermò perché aveva notato come il bambino guardava i palloncini colorati. Carletto lo aveva visto fin da lontano, fin da quando aveva svoltato dal furgone del verduraio e lentamente si avvicinava alla loro bancarella. Da un poco guardava il grappolo dei palloncini e gli sembrava che uno fra tutti lo stesse guardando sorridendogli. Si girò verso la madre che lo stava ad osservare. “Mamà, mi compri il palloncino?” e poiché il figlio quella mattina era stato bravo: “Certo, Carlè, tieni i soldi.” Il giovane venditore prese i soldi che il bambino gli porgeva e cominciò a staccare il filo di un palloncino verde ma Carletto gli disse che lo voleva rosso: “Quello rosso in alto, voglio.” E quello rosso ebbe.
Il palloncino fu felice perché Carletto lo aveva scelto e dall’alto del suo filo si godeva la contentezza di quegli occhi che ogni momento si alzavano verso di lui per guardarlo: che gioia per il palloncino, che felicità per il bambino che andava girando attorno al furgone con il palloncino rosso attaccato al filo che Carletto teneva stretto fra le dita. Si dimenticò di considerarsi grande mentre aiutava i genitori e divenne il bambino felice con il suo palloncino. I genitori si fermarono un momento per godersi l’allegria di quel loro figlio che girava gioioso lì intorno.
Da un angolo buio e freddo dietro il boschetto, il vento di maestrale guardava la gioia del bimbo e la felicità del palloncino, prima si angustiò e dopo si arrabbiò, non sopportava la felicità degli altri. Lui non era mai felice, nessuno lo voleva, appena si metteva a giocare in piazza o per strada con i bambini e correva forte fra loro, scappando fra i vicoli per inseguirli o farsi inseguire, le mamme si affacciavano alle porte e li richiamavano privandolo dello spasso e della compagnia, maledicendolo intanto che serravano le porte in faccia allo scapestrato. Quel mattino se ne stava tranquillo a smuovere le foglie del boschetto, vide la felicità di quei due e gli venne voglia di giocare con loro. Corse veloce, spostò teloni e ombrelloni, sollevò cartoni e scatolami, smosse abiti e stoffe giungendo di corsa vicino a Carletto, lo circondò con le sue braccia d’aria, prese per mano il palloncino e girò vorticosamente assieme a loro. Il bimbo perse l’equilibrio, gli sfuggì di mano il filo e il suo palloncino rosso volò via con il vento che ancora stava giocando. Carletto lo vide salire nell’aria, “Il mio palloncino, ” gridò e poiché non ritornava a terra, ma si allontanava sempre di più, pianse disperato per aver perso il suo bel palloncino rosso fuoco. La mamma tentò di consolarlo ma Carletto fu inconsolabile: voleva il palloncino rosso fuoco.
Per conto suo il palloncino sarebbe voluto tornare indietro, gli si spezzava il cuore a sentire il pianto di quel bimbo di quattro anni che alzava le braccia al cielo come a volerlo raggiungere, ma non poté farlo, il vento lo aveva preso e, senza accorgersi di quello che stava combinato, lo sollevò e lo portò sempre più in alto. Per un poco il vento continuò a giocare con il palloncino rosso, alla fine, stanco e annoiato perché quello si era intristito e l’altro non era venuto, lo abbandonò in cielo, alto e lontano dal mercato. Il palloncino non è fatto per navigare nell’aria da solo, lui ha bisogno della mano di un bimbo che lo guidi, perciò continuò ad andare senza sapere dove: era diventato un puntino che vagava nell’aria. Alla fine giunse in una porzione di cielo sereno e privo di correnti d’aria, lì poté fermarsi. Gli girava la testa, era stanco per tutto quell’andare, si adagiò su una nuvoletta ombrosa e stette con il capino reclinato come un uccellino al riparo di una tegola del tetto. Quando si risvegliò, si guardò intorno. Si trovava in un angolo di cielo appartato, dimenticato quasi, lì la luce solare arrivava attenuata e l’aria non si era ancora riscaldata a dovere: faceva quasi fresco. Prese a vagare in quello spazio, si sentiva leggero, privo del gonfiore che lo aveva cominciato ad affliggere giù a terra fin da quando il giovane lo aveva stiracchiato un paio di volte con le sue forti dita per slabbrarlo, per poi imboccarlo nella cannula della bombola gigante piena di ossigeno e così, senza alcuna delicatezza o attenzione, con un getto di gas prepotente, lo aveva riempito in un attimo. Che rigonfiamento!
Adesso girovagava in quell’angolo di cielo in attesa di capire come poter tornare sulla terra. Si guardava intorno, soltanto azzurro e qualche sbuffo di nuvola bianca, nient’altro. Il tempo trascorreva. Poi guardò verso mezzogiorno e vide il sole che viaggiava veloce per la volta celeste, era adagiato sul sedile posteriore di un cabriolè rosso arancio – l’autista era un giovanotto arrossato dal calore e dalle vampate e guidava l’auto a grande velocità – e proseguiva per raggiungere il punto più alto della salita per poi prendere la discesa: da come andava, si capiva che aveva premura. Stava così, imbambolato a guardare la corsa dell’auto sportiva del sole, quando vide venire nella sua direzione una grossa palla, proseguiva rimbalzando e, gli sembrò, fischiettando. Notò subito che era un pallone da calcio il quale si accostò salutandolo con un piccolo tocco.

  • - Ciao, palloncino, che ci fai qui?
  • - Sono sfuggito dalle dita di un bimbo.
  • - Ah! Capisco. Sempre così, desiderano tanto un palloncino ma poi sbadatamente lo lasciano andare.
  • - Oh! No. Carletto non l’ha fatto apposta, è stato un colpo di vento.
  • - Io invece mi trovo qui a causa di una grande pedata. Il centroavanti della squadra di calcio di Vattelapesca, giunto davanti al portiere, sicuro di fare gol, ha calciato così forte che mi ha fatto sfondare la rete, superare la curva sud ed entrare in orbita. Ho viaggiato per quasi due giorni e alla fine eccomi qua.
  • - E perché non torni sulla terra?
  • - Non è mica facile. Ci vorrebbe un altro calcione come il primo. E qui, dove lo trovo un centravanti così potente!
  • - Allora neanche io ho speranza di tornare?
  • - Credo proprio di no. Chi sa, forse se ti sgonfi, potresti riuscirci. Ma poi, quando sei a terra, di un palloncino sgonfio che se ne fanno i bambini? 
  • - Già, che se ne fanno.

Concluse il palloncino sconsolato. Stava cominciando a sospettare che non sarebbe stato per niente facile tornare a terra. Continuarono a chiacchierare e a vagare per quello spazio azzurro, non sapendo cosa fare. Ormai era pomeriggio inoltrato, il pallone di calcio e il palloncino se ne stavano sconsolati sopra una nuvoletta e ogni tanto guardavano il cabriolet rosso arancio che filittiava nel grande azzurro, aveva preso la discesa e adesso andava ancora più veloce, forse voleva raggiungere al più presto l’orizzonte proprio sopra il limite del mare che cominciava a diventare rosso come un peperone arrostito. Di sicuro, giunto al bordo del mare, si sarebbe tuffato nell’acqua perché si capiva che i due giovanotti, a portare tutto quel fuoco e a stare tanto vicini alle vampate, dovevano essere veramente accaldati: un bagno era quello che ci voleva.
Fu proprio allora che videro venire nella loro direzione un gruppo di sfere, – uno stormo sembrava – procedeva come giocando. Si sfioravano, rimbalzavano lievemente e intanto proseguivano eseguendo una danza, una sorta di valzer quasi, che faceva capire quanto fossero leggere. Nella danza c’era qualcosa di gioioso che le faceva sorridere e il loro sorriso risultava aperto e amichevole. Giunsero tutte, li circondarono, in qualche modo li agganciarono e li trasportarono in alto con loro fin quando non pervennero a una specie di bolla più grande, un’enorme cupola di vetro – la volta del cielo sembrava – dove si chetarono. Intanto il sole era giunto all’orizzonte e proprio in quel momento un coro di canti si levò da quelle sfere lucenti: stavano salutando il sole. La luce aranciata che inondava a ponente sembrava vibrare. La splendente auto giunse al bordo, sembrò fermarsi sul ciglio e poi si tuffò decisa nel rosso del mare che appariva proprio oro fuso. Ecco, il sole si era tuffato.
Le voci si zittirono ma l’armonia sembrò vagare ancora per qualche minuto nell’aria della cupola.  Poi dall’oriente spuntò lentamente la luna, era rotonda – luna piena – e splendeva con la sua luce bianca, accanto aveva la verde Venere e più indietro il rosso Marte. I tre astri andavano lentamente come se il percorso fosse in salita e loro non avessero premura: la tranquillità invase la natura e giunse fino a quella porzione di cielo color cobalto. In quel colore che già sembrava nero, lentamente iniziarono ad accendersi delle lucette, alcune sfolgoravano di più altre di meno, dei piccoli balenii che sembravano bucare la volta celeste e apparire da dietro un sipario. 
Il palloncino guardava estasiato ogni cosa, per lui tutto era nuovo, tutto meraviglioso, non si saziava di osservare, e più il cielo scuriva, più stelle si accendevano. Poi nella cupola dove stavano radunate tutte quelle sfere, avvenne qualcosa, alcune diventarono più luminose e, prima lentamente poi sempre più velocemente, si spostarono all’esterno sperdendosi nello spazio: stavano trasformandosi per diventare stelle come tutte le altre stelle.

  • - Ma stanno diventando stelle. - Sussurrò il palloncino.
  • - Quando i palloncini arrivano quassù, prima si trasformano in sfere e poi, dopo un poco di tempo, si trasformano in stelle. - Rispose una sfera.
  • - E quanti giorni ci vogliono?
  • - Quando ormai il bambino che ha perso il palloncino non pensa più al suo regalo perduto ed il suo dolore è scomparso, allora la sfera può cominciare a trasformarsi. - Concluse la vocina accanto a loro.
  • - Allora diventerò una stella anch’io?
  • - Sì. Però per te penso che ci vorrà molto tempo perché il bambino che ti ha perso non si dà pace, ti pensa troppo.

Sapere che il bambino Carletto non si rassegnava lo rese triste.

  • - E io? - Chiese il pallone di calcio.
  • - Anche tu diventerai una stella, addirittura più luminosa. - E per la gioia quello rimbalzò facendo voltare tutte le sfere.

Piano piano il cielo si riempì di punti luminosi, stelle, pianeti, la luna giunse al punto più alto del suo cammino e il silenzio celeste invitava a dormire. Il palloncino si guardò attorno e vide che tutte le sfere e il suo amico pallone di calcio si erano quietati e si erano adagiati per riposare. Anche il palloncino si adagiò e prima di chiudere gli occhi pensò: ‘Anch’io sarò una stella, però non sono contento perché le stelle sono l’effetto delle lagrime dei bambini.’