Un surciteddu di testa sbintata...

Le Favole morali di Giovanni Meli

di Salvatore Leopaldi

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    Giovanni Meli


    Data pubblicazione: 14 marzo 2019

 

Quando mio padre era in età da scuola, la scuola, nel paesino di provincia dell'estremo meridione in cui era nato, serviva ad impartire i basilari rudimenti che gli avrebbero permesso di leggere, scrivere, e fare di conto.
Le lezioni per la mia classe erano nel pomeriggio, mi spiega e quando gli chiedo il nome del suo maestro inizia a ripetermene una sfilza, perché mio padre ha una memoria che avrebbe meritato ben altra istruzione: e comunque, mi dice, non li ricordo tutti. Ovviamente nel peggiore dei casi rimanevano lì per non più di un anno.
Mi chiedo spesso se per lui lo Stato ha dispiegato le stesse forze che ha dispiegato per altri e, io che ho studiato, mi sento ingiusto nei confronti di mio padre che non ha potuto farlo e si capisce che avrebbe voluto. Amava i numeri più di ogni cosa. La matematica, lui l'avrebbe capita, mi dico, dandogli un merito che forse non possiede. Di tanto in tanto lo sento recitare dei versi. Lui che in pratica non ha mai letto. Ce li facevano imparare a scuola, mi dice, ma il più delle volte non glielo domando.
I suoi racconti sembrano venire da un epoca lontanissima, secoli e secoli. E invece sono passati appena sessant’anni. Strappavamo la corteccia ai tronchi dei carrubi e ne leccavamo la linfa zuccherina, mi ha raccontato una volta... ma non sono sicuro fossero carrubi. Perché i racconti sono così, un misto di realtà e di finzione tra i quali, a ben pensarci, poco ci importa tracciare un confine.
È così, una volta, che conobbi le Favole morali di Giovanni Meli. Mio padre a dire il vero Giovanni Meli non se lo ricordava affatto ma mi ripeteva spesso una poesia che cominciava così: “Un surciteddu di testa sbintata / avia pigghiatu la via di l’acitu / e faciva ‘na vita scialacquata…”
Ci vollero anni prima che il mio surciteddu di testa sbintata, parte di un privatissimo lessico familiare, diventasse un tassello di una storia più grande e meno personale. La storia della cultura siciliana della fine del settecento e di un suo pregevole interprete. Privato e pubblico, si sa, a volte si confondono e quando qualche anno fa comprai in un mercatino una monografia proprio su Giovanni Meli fu con patetica commozione che lessi le prime parole della premessa: “Appresi a conoscere Giovanni Meli dalle labbra di mio padre che lo sapeva a memoria e dai contadini che ne recitavano specialmente le favole”. Una storia che pensavo fosse mia e che invece è di molti.
Le favole, si… Favole morali, come se ci fosse bisogno di ribadirlo. C’è un periodo della vita in cui l’utilizzo del termine fiaba e del termine favola avviene indiscriminatamente. Questo periodo si interrompe brevemente quando in un indeterminato momento del secondo anno della scuola secondaria di primo grado impariamo la differenze tra i generi letterari e scopriamo che favola e fiaba sono cose diverse. Poi solitamente quel periodo riprende e prestiamo poca importanza all’uso dell’uno o dell’altro termine.
Scorrendo con il dito i dorsi colorati dei miei volumi di fiabe dal mondo, però, mi accorgo della mancanza fondamentale di un nome che per ognuna di esse funga da autore. Le fiabe non hanno autore, dei curatori semmai che hanno avuto il compito di raccoglierle e trascriverle. Antiche fiabe russe a cura di Afanasjev, le fiabe italiane a cura di Calvino ovviamente, le fiabe polacche curate da Zielinski… Di origine popolare si legge nei manuali di letteratura: ma allora il popolo esiste? Ci si stupisce, vedendo una dietro l’altra quelle fiabe raccolte in volume. Le Favole no, loro ce l’hanno un autore e contrariamente alle fiabe hanno sempre una morale. Forse è per questo, mi dico, che si è pensato di dare un autore alla creazione del mondo…
Qualche anno fa rimasi stupito dal senso che la parola favola aveva presso i latini. Fabula è la parola latina con cui si traduceva il termine greco múthos sia in epoca romana che durante il medioevo e il rinascimento. Così fa ad esempio Giovanni Boccaccio nella sua Genealogiae deorum gentilum. Sarà solo nella seconda metà del XVIII secolo che si comincerà ad usare il termine mito di diretta derivazione greca. Il fatto che sorprende però è che sia múthos sia fabula non hanno nessun riferimento alla sfera del fantastico né indicano un preciso genere letterario. Entrambi hanno una etimologia che rimanda piuttosto ad un “dire autorevole” ad un discorso pronunciato da sovrani o guerrieri, a qualcosa di estremamente serio insomma, e non è un caso che nel corpus di testi di greco arcaico il termine non viene mai usato per indicare discorsi pronunciati da donne, ritenute prive di autorevolezza.
Oggi invece il termine favola ha subìto un completo rovesciamento di senso e prima ancora che come genere letterario, viene usato per indicare un discorso fantastico, menzognero, poco credibile o incredibile del tutto. Come genere letterario poi si caratterizza per la presenza di animali e altri esseri dotati di fattezze e fare umani. Le favole morali di Meli infatti hanno come protagonisti gli esemplari più vari della fauna isolana e non. Surci, Babbaluci, aceddi, ma anche orsi, castori, ragni.
Giovanni Meli nacque a Palermo nel 1740 e lì studiò presso i gesuiti, e non sarebbe potuto essere altrimenti. Intraprese la carriera letteraria che, come si sa, procura ben pochi guadagni e per mantenersi seguì la strada della medicina facendosi medico.
Le favole morali vennero pubblicate per la prima volta nel 1814. Meli era ben conscio delle ingiustizie sociali e della decadenza morale di Palermo ma, da uomo mite quale era, il suo sdegno non si tradusse in una irata accusa o in una protesta eclatante. Il suo sdegno si tradusse in poesia ed in particolare in una serie di favole in cui vari animali finiscono col rendere evidenti vizi e virtù della Palermo del tempo.
La pratica di utilizzare gli animali come avatar caricaturale di vizi e virtù degli esseri umani non era certo nuova né verrà abbandonata nemmeno in seguito. Con lo stesso intento delle Favole morali di Meli venne pubblicato a Parigi nel 1842 il volume Scene della vita pubblica e privata degli animali. Sulla prosa di alcuni autori più o meno dotati di talento, tra i quali spicca soprattutto il nome di Honoré de Balzac, il caricaturista Grandville crea un mondo fantastico tramite una serie di splendide incisioni in grado di dare vita agli animali che popolano i testi.
In entrambe le opere possiamo leggere un vademecum di ingiustizie, di piccoli e grandi prepotenti, di usurpatori, di presunti vincitori ma soprattutto di vinti. Le favole hanno questo di miracoloso, portano fuori di noi i nostri vizi e le nostre virtù e, da fuori, ce li fanno vedere meglio.

Li surci

Un surciteddu di testa sbintata
avìa pigghiatu la via di l'acitu,
e faceva na vita scialacquata
cu l'amiciuzzi di lu so partitu.

Lu ziu circau tiràrilu a bona strata,
ma zappau l'acqua, pirch'era attrivitu,
e di cchìu la saìmi avìa liccata
di taverni e gazati piritu.

Finalmenti mucidda fici luca;
iddu grida: Ziu-ziu, cu dogghia interna;
so ziu pri lu rammaricu si suca;

poi dici: "Lu to casu mi costerna;
ma ora mi cerchi? chiaccu chi t'affuca!
Scutta pri quannu jisti a la taverna."