L'albero con gli occhi

…E sempre ritornò nel suo bosco incantato

di Laura Ciancio

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    Data pubblicazione: 14 marzo 2019


È una sensazione indescrivibile e unica quella che provo addentrandomi in un bosco. Ad ogni passo coesistono in me curiosità e paura, attenzione e stupore. All’istante mi ricongiungo ai retaggi di favole ascoltate mille volte da bambina, immaginandomi di precipitare tra tronchi cavi e grovigli di rami, in una galleria che nasconde nel suo fondo un giardino segreto pieno di meraviglie ed un coniglio impaziente ad attendermi per il tè delle cinque.
Il bosco è vivo.
Creature appartate nelle loro tane percepiscono la presenza umana e sospendono i loro richiami al mio passaggio.
Il bosco è magico.
Le ragnatele intrise di umidità mostrano la loro geometrica trama, tagli di luce illuminano i bottoncini rossi di un pungitopo, prospettive di tronchi e rami affiorano ovunque volgo lo sguardo. Attorno, una nebbia alberata si compone in un orizzonte di colori indefiniti.
Mentre cammino coi piedi immersi tra foglie secche e pezzi di corteccia, il rumore che viene fuori mi sembra amplificato, ruvido e adorabile, allo stesso tempo. Mi piace sentire scrocchiare i miei passi. In alto gli alberi si intrecciano talmente che faccio fatica a vedere il cielo.
Il bosco mi fa sentire una parte immensamente piccola di questo “tutto” che mi avvolge alla perfezione.
Chissà se Tiziano Terzani provò qualcosa di simile nei suoi pellegrinaggi ad Orsigna.
Orsigna, borgo di montagna nel pistoiese, una piazzetta, un vecchio mulino, poche decine di abitanti e sentieri che si inerpicano tra le fronde di una natura selvaggia e seducente.
La sua casa nel bosco è ancora lì, come il piccolo capanno dove ha trascorso gli ultimi mesi della sua vita.

Proveniva da una famiglia modesta dei sobborghi di Firenze, il padre era meccanico e la madre casalinga. Nella sua casa non giravano libri e lo zio rilegatore ogni tanto gliene prestava qualcuno da leggere. Quando frequentò le scuole medie, un professore si accorse che Tiziano aveva passione e facilità di apprendimento. Parlò quindi con i suoi genitori per convincerli a fargli proseguire gli studi al ginnasio. L’Università poi la frequentò a Pisa.
Ad Orsigna capitò per caso da bambino. I medici dissero ai suoi familiari che lui aveva bisogno di aria di montagna ed eccolo lì in estate a sgambettare per il paesino e nei sentieri.
Si arriva ad Orsigna dopo aver percorso una strada tortuosa e stretta, circondata da fusti di castagno e faggio. Non è zona di passaggio, ci devi proprio andare di proposito.
Quando decise di metter su famiglia e iniziò a lavorare come giornalista, Terzani comprò lì un pezzo di terra e iniziò a costruire la sua casa, simile alle altre intorno. E tornò sempre, dopo ogni difficile viaggio intrapreso.
Orsigna mi ha messo la poesia nella vita, ci sono venuto da ragazzo, questo rimane il posto del mio cuore e rimane il mio rifugio. Dovunque sono stato nel mondo, qualunque cosa mi succedesse, tranne l’incontro con la Signora dal mantello nero, avrei potuto rifugiarmi all’Orsigna…”
Come corrispondente dall’Asia di Der Spiegel, cambiò varie volte la sua residenza, da Singapore, che fu la sua base di partenza per il Vietnam, a Hong Kong, da Pechino, dove fu il primo giornalista occidentale ammesso, a Tokyo, da Bangkok a New Delhi. E ogni volta portò con sé moglie e figli, che frequentavano le scuole locali. In Cina provò un grande senso di tradimento quando scoprì la realtà di quel Paese. Avendola poi raccontata senza peli sulla lingua, il governo cinese lo arrestò e lo espulse dal Paese.
Nel 1976 un indovino gli disse che non avrebbe dovuto prendere aerei nell’anno 1993, perché avrebbe potuto avere un incidente mortale. Lì per lì non gli diede molta importanza ma quando venne l’anno fatidico, Tiziano iniziò a viaggiare evitando di volare, prendendo auto, treni, navi tra paesi e città.
L’Asia con le sue pianure, montagne e fiumi, vista alle stazioni ferroviarie e nelle strade infangate, in taxi, in corriera e in traghetto. Era un occhio diverso quello che nel 1993 osservava, tra gli spazi infinitamente grandi e lontani dalle città, le facce sorridenti o sofferenti degli abitanti locali.
“… La profezia era la scusa. La verità è che uno a cinquantacinque anni ha una gran voglia di aggiungere un pizzico di poesia alla propria vita, di guardare il mondo con occhi nuovi, di rileggere i classici, di riscoprire che il sole sorge, che in cielo c’è la luna e che il tempo non è solo quello scandito dagli orologi. Questa era la mia occasione e non potevo lasciarmela scappare…”
Ma ciò che vide attraversando l’Asia lo sconvolse. Lo descrisse come un continente straziato dalla mercificazione, dal turismo sessuale, dalla prostituzione. Sentì una condanna a morte per l’intera umanità, lì dove un tempo c’era la sacralità dei templi e della natura.
Un giorno del 1993, seduto scomodamente in un autobus strapieno, sudato e di cattivo umore mentre pensava di tornarsene a casa, scoprì che l'elicottero sul quale sarebbe dovuto salire insieme ad altri giornalisti era caduto… Una terrificante coincidenza!
Dopo che nel 1999 gli diagnosticarono un cancro, passò diversi mesi a New York per cercare una cura. Ma sentiva un forte richiamo dall’India, dove già era vissuto. Andò come ospite in un ashram e tentò di farsi curare con la medicina ayurvedica.
Dopo aver provato diverse terapie, decise di non resistere più alla malattia. Il viaggio sull’Himalaya indiana lo cambiò profondamente. La spiritualità di questa terra lo affascinò al punto da provocare in lui una profonda rinascita spirituale e un enorme rispetto per la natura.
Volle isolarsi in una baita ed entrare in contatto con il mondo dei Sadhu, asceti induisti che vivono sulle montagne tramandandosi una saggezza millenaria. Da solo, con tante domande sulle guerre, sull’umanità e sulla sua malattia, intraprese il suo percorso interiore cercando pace e distacco dal caos del mondo abitato. Avvolto nella sua coperta saliva ogni mattina a salutare le montagne, partendo da quello che era ormai da cinque anni l’eremo delle sue sempre più frequenti meditazioni, a 2400 metri d’altezza.

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“Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo. L’esistenza qui è semplicissima. Scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l’acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco – a volte anche un leopardo -, faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il fiammifero usato. Qui tutto è all’osso, non ci sono sprechi e presto si impara a ridare valore ad ogni piccola cosa. La semplicità è un enorme aiuto nel fare ordine.”
Dopo aver trascorso un intenso periodo di elaborazione spirituale, decise che fosse arrivato il momento di tornare al suo amato rifugio e di trascorrere gli ultimi mesi di vita insieme agli affetti più cari.

C’è un cammino nel bosco di Orsigna, ribattezzato ‘Il sentiero di Tiziano’, che va dalla Casa Cucciani all’Albero con gli occhi. Una volta era un ambiente frequentato solo da pastori, taglialegna, carbonai.
Alla fine del percorso si è accolti da una terrazza naturale, un grande ciliegio e l’aperta vista della valle. Sul tronco dell’albero, ci sono ancora due grandi occhi di ceramica che Terzani aveva messo sulla corteccia.
“Noi pensiamo sempre che gli alberi sono cose che si possono tagliare, che si possa fare la legna. Allora a questo ho messo gli occhi. Sono indiani. Li mettono sulle pietre, perché se Dio è dovunque per renderlo visibile ad una mente semplice bisogna che abbia degli occhi, che sia come un umano.
Ho portato dall’India questi occhi e li ho messi all’albero.
Li ho messi per mio nipote, così che gli potevo spiegare che questo albero ha vita. Ha gli occhi come noi, non è che lo si può tagliare così, impunemente, che lui ha una sua logica di essere qui, che ha tutto il diritto di vivere. E se proprio un giorno andrà tagliato perché cade sulla casa, o qualcosa, bisognerà almeno parlargli, chiedergli scusa.” 

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Le frasi virgolettate sono di Tiziano Terzani, tratte dai libri La fine è il mio inizio e Un altro giro di giostra.
Le foto sono liberamente tratte da internet