Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - IX Capitolo

di Carlo Blangiforti

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    Data pubblicazione: 14 marzo 2019

«Rav,» – Corto pare non stare più nella pelle è agitato, e quell’agitazione la porta con sé: un refolo anomalo di vento irrompe nel bar – «Rav, quei due hanno detto che domani ti arrestano quando vai in questura e che ti rispediscono “a calci in culo fino a Malta e, se necessario, a Londra”».
Annuisco ma taccio.
«Cosa è una questura, Rav Ezra?»
Lo guardo con tantissima riconoscenza. Bravo, Corto. Cominci a detestare le persone che non hanno modi, i volgari e gli arroganti, quelli che si nascondono dietro la violenza del potere per coprire la propria debolezza. Bravo, Corto. Sarai un grande uomo, figliolo. La Niña sarebbe orgogliosa di questo ragazzetto di dodici anni.
«Non preoccuparti!»
«Non è il caso di andare in Questura, anzi, non c’è proprio tempo da perdere. Domattina presto prendiamo il primo treno per Catania. Bisogna partire subito e poi si vedrà. Siamo stanchi: stanotte la passiamo alla Pensione Rosina, è qui vicina.»
Dopo mi rivolgo al professore.
«Paolo, dovrei fare una telefonata urgente. Da dove...»
«Ezra, non preoccuparti, andiamo nel mio ufficio da lì puoi chiamare chi vuoi con calma.»

Piazza Duomo non è molto lontana, malgrado l’agitazione e il carrettino che ci portiamo appresso è anche una gradevolissima passeggiata. La luce taglia di traverso l’aria, si riflette come decuplicata contro il calcare bianco del selciato. Tutto brilla: i nostri occhi, quelli delle servette che si affrettano verso il mercato del pesce il cui odore pungente ammorba l’aria, quella luce rende più belli i ginnasiali dalla peluria appena accennata, perfino i vecchi accattoni che, spalle appoggiate alla pietra angolare del Duomo, tendono la loro mano lercia verso i passanti, tutto è di un bello pieno, luminoso, caldo come la nostra terra che circonda il nostro mare.
Comincio a sentire caldo, non sono più il giovane di una volta, allora avrei trascinato un carro con dieci kantar di orzo senza alcuno sforzo, giovane e vigoroso. Adesso ho difficoltà ad andare dietro a Paolo. Corto saltella, corre a destra e a sinistra e si specchia contro le vetrine dei negozi. Gli piacciono i cappelli e gli stivali. Lo guardo e ne sono ammaliato, osservarlo mi rende la fatica solo un filo più sopportabile. Sopportabile: questo aggettivo caratterizza la mia vita da sempre. Ho sopportato, ho sopportato tanto: i sorrisi di scherno, l’amore non corrisposto che mi ha fatto marciare, non camminare, marciare a passo marziale sul bordo del baratro: “Barukh atah Adonai Eloheinu Melekh ha’olam, ha’gomeyl lahayavim tovot, sheg’malani kol tov”. Salvato, il mio Signore mi ha salvato, ma non del tutto la Niña ha un posto qui accanto al mio cuore, l’odore dei capelli di Corto me la ricordano. Non mi resta che una profonda devozione. Che il Signore mi protegga dai nemici e dai miei pensieri.
“Corto farai grandi cose. Ma oggi, mentre questo vecchio trascina le sue ossa sulle strade lucide e incerate di Ortigia, tu saltella come un passero da un negozio all’altro, punta le tue pupille curiose contro le tendine lise di Madame Cremer, la modista, golose sulle montagne di cassatelle della pasticceria Marciante.”

Non c’è molta strada da fare. Ci sentiamo più sereni, l’incontro con Viganò e i suoi scagnozzi mi ha messo un po’ d’agitazione e, per quanto Paolo ancora non lo dia a vedere, ha scosso anche il mio amico. In fondo lui detesta le cose complicate, il suo è un mestiere che esige chiarezza, linearità, lucidità e semplicità. Nessuna complicazione e avere a che fare con i Servizi non è mai cosa semplice, nemmeno quando si tratta di due evidenti idioti manovrati come burattini da qualcun altro. Non vedo l’ora di parlare con Farkas, lui saprà darmi qualche indicazione.
Varchiamo l’ingresso. Chiedo al ragazzo di rimanere sotto nell’androne a guardia dei rotoli, sbuffa scocciato quasi non volersene stare da solo, ma la verità è che ne ha abbastanza di fare da garzone, di eseguire ordini che non capisce.
«Rav, quando partiamo?»
«Domattina presto, Corto, il tempo di fare una telefonata e metterci d’accordo con Rav Farkas, e poi andiamo a cenare e in pensione… Stasera ti faccio mangiare una cosa deliziosa e unica: gli arancini...» – il ragazzo mi guarda incredulo e disorientato – «Come dire… larinġ żgħir
«Rav, sei molto stanco. Cosa c’è di unico in delle piccole arance. Nel giardino della scuola ci sono tre alberi di arance, uno di limoni e uno di mandarini, ricordi, Rav Ezra?»
«No, non sono piccole arance, ci assomigliano ma sono a punta!»
«Arance a punta? Laring bil-ponta? Ma che dici, Rav?»
«Blalen tar-ross, palle di riso fritto con dentro salsa di pomodoro, formaggio, carne, Corto!» – mi sembra contento dell’idea – «Dai, resta qui con il carretto, non impiegherò molto tempo. Poi il professor Orsi ci accompagnerà in una trattoria e poi in pensione.

Saliamo le scale a passi decisi. Torniamo nello stesso ufficio che qualche ora prima ci ha accolto. I mobili non riflettono più la luce del mattino, sono oscuri, tutto è più buio, il sole è già oltre i Climiti e quei pochi raggi che passano attraverso le tende non riescono a dare vita alla stanza.
«Puoi chiamare da quell’apparecchio...»
Mi avvicino alla scrivania di noce, massiccia e scura, per un istante scorgo una luce inquieta nel professore. È preoccupato. Afferro la cornetta, ma prima di mettermi in contatto con il centralino riaggancio, tolgo la kippah, non lo faccio mai, mai, ma ho bisogno che mi guardi come un uomo, non un rabbino, non un ebreo. Io e lui, uno davanti all’altro.
«Paolo, cosa c’è?»
«Ezra, questa storia non mi piace, non mi piace per nulla… I poliziotti non ti aspetteranno in Questura. Questi domani mattina alle sei bussano alla porta della Pensione Rosina
Capisco. Riprendo la cornetta e do due giri secchi alla manovella dell’Ericsson.
«Buonasera, può mettermi in contatto con il 754, Catania… sì. Grazie mille.»
Resto in attesa qualche lunghissimo minuto, mentre fisso il mio amico. È inquieto, barba e baffi iniziano a tremare come se un’improvvisa folata di vento avesse spalancato le finestre.
«Buona sera, vorrei parlare con Rav Farkas. Certo aspetto in linea» – dall’altra parte del filo sento uno scalpiccio e porte che cigolano, poi i passi giovani di Ernesto Farkas – «Shalom aleichem. Ho con me quella cosa… Sì, domani mattina… Qualche problema, cose che abbiamo risolto... Funzionari della polizia per conto del Ministero della Guerra... B’ezrat HaShem, sono d’accordo il vostro ministro Mirri non è “adeguato”… In che senso? Dici che è meglio così? Va bene, va bene… Sì, ho capito… Grazie»
Mi rivolgo a Paolo certo di dargli una bella notizia che sa di cattivo:
«Era Rav Ernesto Farkas, mi ha consigliato di partire con l’ultimo treno della sera...»
«Ernesto Farkas è una persona saggia.»
Vorrà dire che Corto mangerà le arance a punta, le laring bil-ponta. Quelle buonissime blalen tar-ross a Catania, prima di addormentarsi a casa dei Farkas.