A ognuno così come gli pare

Europa

di Fabio Pinna

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    Data pubblicazione: 14 gennaio 2019

 

Se quaranta anni fa pensando all’Europa si immaginava soltanto un continente su una mappa, oggi invece, il primo pensiero che ci raggiunge è il concetto di Unione Europea inteso come un immenso “spazio” nel quale possiamo muoverci come cittadini liberi. Ventotto stati membri democratici -chi più chi meno- uniti da una visione liberale e dall’impegno per la difesa dei diritti umani. Sempre chi più, chi meno. Un’esigenza di compattezza nata in seguito alla seconda guerra mondiale per rimettere insieme i pezzi lasciati dai nazionalismi estremi. Dopo varie evoluzioni, e sotto vari nomi, nel 2007 diventa la realtà che conosciamo oggi.

Questi cenni storici (estremamente sintetizzati) ci ricordano il contesto e lo spirito dell’Unione Europea che, per garantire la pace e dare un nuovo inizio a nazioni del periodo post bellico stanche e impoverite, cambia costantemente il modo in cui guarda sé stessa senza rinnegare i suoi principi di cooperazione e di promozione di valori spirituali, culturali e politici. Stabilità, benessere, ordine, maggiore potere commerciale e finanziario. Alcuni benefici dall’avere regole, dal mettersi in gioco insieme. Si potrebbero discutere uno per uno, criticare, elogiare, addirittura negare. Invece vi parlerò di cosa potrebbe e dovrebbe essere, secondo me, l’Europa Letteraria Unita: quella degli autori, degli editori, dei piani per la promozione e diffusione capillare della lettura, quella che a scapito della sovraesposizione dei media può rendere il libro protagonista. In una parola? Opportunità.

Ogni Paese conserva eredità letterarie del passato (leggende, aneddoti, documenti, inchieste giornalistiche, libri, ricerche) di grande valore dal punto di vista storico, linguistico o tipicamente geografico. È importante che vengano condivise nella giusta maniera, fin dalla scuola primaria, per completare il quadro delle competenze, per insegnare i punti di vista, e innalzare il livello di cultura generale delle future generazioni. Google sta digitalizzando più libri che può in tutto mondo, iniziativa encomiabile, dato che alcuni esemplari sono unici e comunque tutti destinati a sfaldarsi dopo qualche secolo. Ma non parliamo di questo.

Rendere disponibile tutta questa conoscenza su internet non è equiparabile al condividerla attraverso i giusti canali, posizionarla all’interno di un percorso o un progetto ambientato in un contesto umano: con un insegnante, una classe, una lezione animata e una conversazione stimolante.

Sarebbe auspicabile una comunicazione tra scuole e università facilitata da un organismo costituito con lo scopo di valorizzare, catalogare e rendere fruibili tutti i vari scritti europei utili ad approfondire specifici argomenti didattici o periodi storici comuni che si studiano in tutti i Paesi. Come hanno vissuto la rivoluzione francese gli scrittori francesi? Quel che il libro di Storia tratteggia a grandi linee può essere ricordato e collocato più nello specifico attraverso testimonianze, libri facilmente accessibili il cui contenuto si può all’occorrenza semplificare. Parliamo della persecuzione degli ebrei? È giusto ricordare l’esempio di Anna Frank, tuttavia sarebbe limitante soffermarsi sulle stesse scelte, anno dopo anno. Attingiamo a libri e copie di documenti che furono delle coalizioni, studiamo gli opposti punti di vista. Questo comporta crescita, maturità. L’Europa Unita dovrebbe unire le nostre Storie perché da esse abbiamo ancora tanto da imparare. È una grande opportunità.

Ma non solo. Anche l’editoria giornalistica messa in ginocchio dal digitale ha dei bei esempi europei a cui ispirarsi per riportare questo strumento dove deve stare, al centro e indipendente. Cosa sta facendo l’Europa perché ciò accada? Ancora una volta Google sta facendo qualcosa, sempre nel campo digitale, e non certo per beneficenza. L’estate scorsa 9 progetti italiani hanno ricevuto oltre due milioni di euro per la Digital News Initiative, per sostenere il giornalismo di alta qualità attraverso la tecnologia e l'innovazione. Inutile dire che i destinatari di questi finanziamenti sono quasi tutti gruppi editoriali grandi e medi che hanno le risorse per sviluppare progetti all’avanguardia.

Torniamo al vecchio giornale che si sfoglia, i finanziamenti dei partiti o la pubblicità non sono gli unici metodi per tenere in vita i quotidiani. Mi piace molto l’esempio Norvegese, lì la circolazione dei quotidiani è di 607 copie per 1.000 abitanti, la più alta al mondo. Come hanno fatto?

Il governo assegna dei contributi ai giornali delle minoranze.  Non viene prestato alcun aiuto economico ai giornali che distribuiscono i dividendi agli azionisti, piuttosto un fondo comune nazionale aiuta la diffusione dei piccoli giornali, quelli da poche migliaia di copie per intenderci. Sono sostenuti esattamente come i giornali primi nelle vendite nella loro stessa zona.

Anche gli aiuti ai grandi quotidiani nazionali di riferimento sono equi: parliamo del 2-3% del fatturato annuo della stampa. Quindi meritocratici. Tutti i giornali sono esenti da Iva. Perché? Perché hanno capito qualcosa che molti altri Paesi, e l’Europa Unita, non hanno compreso o voluto concretizzare: che la varietà di opinioni sulla stampa, e quindi l’accesso facilitato ad essa, rappresenta un punto d’inizio cruciale della condizione della democrazia. Un punto fermo. Non i video su Youtube, non la propaganda sui social, non le fake news online ovunque, non i giornali di chi se la canta e se la suona, non i giornali di quelli che scrivono per sopravvivere anziché per informare.

Questo modello è stato applicato anche all’editoria dall’Arts Council, organismo nato per sostenere arte e letteratura in tutta la Norvegia, in particolar modo per colmare le differenze tra sud e nord, il quale è scarsamente popolato. Sostanzialmente si è deciso, e l’idea non è nuova, di fornire agli editori un livello minimo di vendite sui titoli, mediante l’acquisto da parte del tabellone e donando alle biblioteche pubbliche. Disparità simili di natura commerciale esistono anche in Italia e in altri paesi. Soluzioni coerenti e integrate in maniera equa in tutta l’Europa rafforzerebbero tutto il sistema editoriale globale.

In Francia il Lir è un programma che prevede la concessione di un marchio alle librerie indipendenti che si sono contraddistinte per la qualità del loro lavoro sul territorio. Una specie di “segnalato su Trip Advisor” o presente nella “Guida Michelin 2019”. Quel marchio però non è un adesivo, è un riconoscimento che concede a quelle librerie importanti agevolazioni fiscali. 

C’è poi anche il discorso dei diritti d’autore per chi ha pubblicato un libro e la rimunerazione dei traduttori. Troppa disparità tra Paesi, parametri non sempre chiari e coerenti dato che le leggi sono nazionali. Quanti libri mal tradotti avete letto? Probabilmente diversi. La traduzione non è un aspetto che può essere lasciato completamente all’autonomia dell’editore che ha acquistato i diritti e che a volte risparmia sulla qualità della traduzione. Questi aspetti non uniformi creano gap difficili da colmare nel momento in cui si deve accedere al libro: abbiamo che in alcune nazioni i libri hanno un costo elevato e la qualità del prodotto e la distribuzione sono limitate, questo frena la crescita e la vendita. Meno libri entrano nelle case.

Abbiamo parlato di condivisione ordinata del sapere per la didattica, di incentivi fiscali agli editori, di un sostegno meritocratico e controllato, di un equo compenso per il diritto d’autore per tutti gli autori a prescindere dal Paese in cui risiedono, di una limatura delle grandi differenze che ancora esistono in Editoria che frenano il libro.

Europa: ruba i modelli che funzionano del passato e crea nuove regole, organismi, o sistemi nuovi per promuovere cultura nel rispetto dell’uguaglianza e dell’indipendenza. Forse non servono tanti soldi, ma tante piccole idee la cui realizzazione sia alla portata degli stati membri.

Non è futuristico. Abbiamo l’obbligo di guardare al futuro prima che coincida con il presente. La creatività e la pluralità delle idee contribuirà alla nascita di un Europa letteraria Unita e del nostro relativo e più consapevole “Così e se vi pare”.