Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - VII Capitolo

di Carlo Blangiforti

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    Megillah di Ester


    Data pubblicazione: 14 gennaio 2019

«Corto, credo che tu abbia ragione a voler sapere. Ti ho omesso alcune cose e ti ho raccontato qualche bugia...» – scorgo un ghigno sarcastico sul volto pulito del ragazzo. Paolo, invece, pare annoiato mentre giocherella col bicchiere di fernet.
«Il Purim di Siracusa è un Purim minore, locale, un Purim qetannim, è la commemorazione di un fatto miracoloso, un pericolo scampato, successo qui cinque secoli fa...»
Gli racconto la vicenda, forse riesco a far confusione con i nomi dei re di Sicilia, ma è molto attento, aguzza gli orecchi mentre parlo con il mio solito tono da maestro di scuola. Paolo invece sorseggia distrattamente l’amaro e di tanto in tanto annuisce.
«Si narra che al tempo del re Martino c’era l’usanza che quando il re rendeva visita alla Giudecca...»
«All’epoca c’erano cinquemila ebrei qui a Siracusa, un sacco!» – aggiunge Paolo.
«… quando visitava il quartiere tutti gli uomini e i capi spirituali, in segno di sottomissione, si recavano in processione verso il re, portando, in segno di rispetto, i rotoli della Torah. La comunità seguì questa pratica per dodici anni, ma poi si decise, per rispetto del Libro, di presentare a re Martino le custodie vuote. Ma un ebreo converso, un traditore (chissà quanti ne incontrerai in vita tua!) che si chiamava Haim Šami e che aveva preso il nome di Marco, andò dal re e denunciò la cosa. Il re volle assicurarsi di persona del fatto. Sarebbe andato il giorno dopo, il 17 del mese di Ševat, nella Giudecca senza preavviso e se le custodie fossero state vuote avrebbe ucciso tutti gli ebrei di Siracusa. Ma la notte (presta attenzione qui viene il bello, più o meno come nella storia di Ester) il profeta Elia apparve al custode della sinagoga e lo avvertì. I rotoli della Torah furono riposti nelle custodie, il tak, cosicché quando Martino volle vederli gli furono mostrati. Il re fece giustiziare il delatore Marco (proprio come Amàn) e il sovrano accordò favori e benevolenza agli ebrei della città.»
Per un attimo cala il silenzio, un silenzio spesso come catrame.
«Quello che i due stavano cercando i rubare è qualcosa di preziosissimo: è il tak con i rotoli originali, quelli della storia del Purim di Siracusa. Li ha trovati Paolo in un incavo (sì, un aron) nei pressi di un bagno rituale a Ortigia. Me li ha dati per mandarli a Salonicco, dove dopo il 1492 la famiglia Saragusi fondarono la sinagoga di Bet-Aharon, e annessa una delle tre scole della Sicilia. Le altre di Salonicco sono Sicilia vecchia e Sicilia nuova...»
«Scole siciliane, come quella di Roma?»
«Esatto, le Qehilot Qedošot! Perciò tra le tante comunità della della diaspora che si stabilirono a Salonicco una era quella siracusana e ha tramandato il festeggiamento del Purim di Siracusa. Capisci, Corto, che per questa comunità è molto importante questa festa?»
Corto mi sembra convinto. Mi fissa come voglia chiedermi altro. Lo vedo trattenersi. Si morde il labbro. Lo so, mi rimprovera per non avergli detto tutto e subito, per avergli raccontato la panzana del Bar Mitzvah. È combattuto: quelle tardive confessioni da una parte pare lo lusingano, dall’altra lo inquietano: non è più un bambino, perché non dirgli tutto e subito? Non posso. Ho giurato di proteggerlo, dal mondo, da tutti, e soprattutto da se stesso, dal germe che lo rode dentro. Avventura. Sua madre lo sapeva bene, come negli occhi del padre, il marinaio dai capelli rossi, aveva visto in quel bambino il fuoco indomito di chi non ha casa, o meglio di chi ha mille case, di chi ha per casa il mondo intero. Non posso raccontare tutto, non per il momento. Questa storia dei rotoli coinvolge troppa gente, giochi che si svolgono sulle nostre teste. C’è in ballo l’equilibrio di questo Mar Mediterraneo. Ma qualcosa devo pur dirgliela.
«Rav Ezra, dobbiamo andare a Salonicco!?»
Non è una domanda, il suo tono è assertivo, assoluto: “Dobbiamo andare a Salonicco noi due assieme!”
«No, non possiamo, dobbiamo tornarcene a La Valletta dopodomani. Siamo qui solo per incontrare il professor Orsi, Rav Furkas a Catania e per mangiare una vera granita...»
«Rav Ezra, io ti rispetto più di un padre, ma che sciocchezza stai raccontan...»

 

Non arriva al metro e sessanta, ha i baffi ben curati e biondi, non è più un giovanotto. Si avvicina uno passo incerto tenendo in mano una paglietta scolorita dal sole, accanto altri due molto meno curati nel vestire e scomposti nel muoversi. Ce l’hanno scritto in fronte “Militari”.

«Il professor Orsi?» – fa rivolgendosi a Paolo.
«Sì, lei è…?»
«Ortensio Viganò, sono un funzionario del Ministero della Guerra.»
Assomiglia al ministro Mirri, non ha l’accento di queste parti, verrà dall’Alta Italia. Quando parla con il mio amico si alza sulle punte dondolandosi in avanti.
«E tu, vecchio, sei Ezra Toledano, ebreo e suddito britannico?»
Mi punta il dito con disprezzo. Ricambio con un cenno che non lascia equivoci. I due tirapiedi fanno un passo avanti con fare minaccioso, mentre il ragazzo sardonicamente li manda a quel paese usando due o tre parole apprese nelle taverne del porto. Paolo Orsi con calma olimpica poggia il fernet sul tavolinetto e, sorridendo, invita a sedersi Ortensio Viganò, solo lui, agli altri due non li degna di uno sguardo. Torna la calma.
«Mi dica!»