Olimpia, le altre e noi

Fantasmi di ieri, fantasmi di oggi

di Maria Cristina Vecchiarelli

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    Targa posta in Via Monserrato, nel rione Regola, a ricordo di Beatrice Cenci dal Comune di Roma nel 1999.


    Data pubblicazione: 14 dicembre 2018

 

La più celebre e vistosa è la Pimpaccia di piazza Navona, che spesso nelle notti di luna piena (e sempre in quella del 7 gennaio, anniversario della morte del cognato Innocenzo X ch'ella tiranneggiò, spadroneggiando sulla sua corte e su tutta Roma, e depredò di ogni avere) erompe con uno schianto dal portone di palazzo Pamphilij su di una carrozza in fiamme condotta da diavoli e trainata da quattro cavalli neri con la quale corre come una furia verso il Tevere, giunge a ponte Sisto e da lì si inabissa nel fiume insieme a tutti i tesori accumulati, mentre d'intorno risuona la risata da arpia dell'insaziabile "Olim pia, nunc impia".
Poi ci sono le altre, meno note e più discrete, pure indissolubilmente legate ad altri punti della città.
Una, la giovane Costanza De Cupis, quasi coeva a donna Olimpia, dimora dietro l'angolo della piazza, in Via dell'Anima. Di lei sbuca da dietro i vetri di una finestra solo una mano, stupefacente per candore e perfezione. Mano recisa, tanto bella quanto maledetta perché cagione della sua morte prematura per setticemia fulminante, principiata dall'infezione a un dito dell'arto di cui per vanità aveva persino fatto fare un calco in marmo, attirandosi così, oltre all'ammirazione, anche la sfortuna, e che s'era rassegnata a farsi amputare troppo tardi, quando ormai la cancrena era divenuta inarrestabile,.
Su Ponte Sant'Angelo, teatro della sua decapitazione, vaga un'altra smembrata, la sventurata Beatrice Cenci, tenendo stretta nel pugno la sua testa mozzata: lo fa ogni 11 settembre, ricorrenza del supplizio a cui fu condannata per aver architettato l'assassinio di suo padre, il turpe despota Francesco - assieme a suo fratello Giacomo a cui toccò quello più brutale e straziante dello squartamento, e alla sua matrigna Lucrezia - da Clemente VII, reso spietato dall'avidità di mettere le mani sui beni dell'aristocratica famiglia romana.
Compiendo poi arditi slalom tra i rioni e i secoli ci si può imbattere a Piazza Farnese in Lorenza Serafina Feliciani, moglie di Cagliostro e complice dei suoi misfatti, che senza pace si aggira tra la casa dove visse col consorte e il luogo dove andò a denunciarlo all'Inquisizione, mentre si sente echeggiare nell'aria il suo nome chiamato da questi con voce imperiosa; a Villa Medici - luogo dove venne uccisa su ordine di suo marito imperatore Claudio - nella lussuriosa Messalina, talvolta avvistata pure al Colle Oppio dove s'apposterebbe bramosa di amanti; e al Portico d'Ottavia nella fedele Berenice, figlia di un Erode Agrippa e sorella dell'altro, che erra alla ricerca di un altro imperatore, il suo amato Tito.
Infine, a bilanciare questa egemonia femminile, ecco il pezzo da novanta, Nerone. Leggenda vuole che abbia infestato così a lungo il luogo dove s'era fatto uccidere ed aveva trovato sepoltura da indurre papa Pasquale II, per scacciare lui e gli spiriti e demoni che gli facevano compagnia terrorizzando i romani, o più verosimilmente per sradicarne la memoria popolare, a far abbattere e bruciare il noce sotto le cui radici era posto il suo sepolcro, gettare nel Tevere la cenere dell'albero assieme a quelle, dissepolte, del folle imperatore, e costruire sopra la tomba una cappelletta, nucleo originario di quella che oggi è la chiesa di Santa Maria del Popolo (sotto le cui fondamenta si trovano effettivamente i resti del mausoleo della gens neroniana, i Domizi Enobarbi).
Come si vede persino Roma, così refrattaria all'esoterico, così intrisa del secolarismo della storia, non s'è potuta esimere dal pagare il suo tributo al culto dei fantasmi. Tributo comunque modesto, ben poca cosa rispetto all'enorme suggestione che il tema ha esercitato nel folklore dalla notte dei tempi, e che continuamente, a qualsiasi latitudine, ha nutrito potentemente l'immaginario popolare con queste presenze di un'assenza, inducendolo a credere di poter vedere o evocare emanazioni di entità che hanno la loro densità in un "altrove".
Questo "altrove" non è necessariamente soprannaturale: le visioni spettrali possono provenire dal mondo dei morti o promanare da un corpo vivo, come nel caso delle miracolose bilocazioni attribuite ai santi o agli asceti buddisti e induisti. Sempre però di fantasmi si tratta: di riverberi, aloni impalpabili, tracce di individualità rimaste impresse nella psiche collettiva per avervi inciso tanto profondamente a causa di straordinari carismi o di destini particolarmente tragici. Tracce talmente marcate da riuscire a rimanere percepibili nella solidità del mondo materiale: ombre che restano a segnare il punto dove prima c'era una luce.
I resoconti di proiezioni astrali, i racconti di bilocazioni, le storie di fantasmi tramandate di generazione in generazione presuppongono tutti la stessa premessa: una sovrabbondanza di energia vitale in grado di generare una sorta di ricordo persistente di qualcuno che, per suo magnetismo personale, per l'eccezionale qualità del suo vissuto, per la sua capacità di suscitare affetto e rimpianto, riesce a "comparire" pur essendo scomparso.
I nostri tempi paiono aver messo in crisi, insieme a molte certezze che si credevano consolidate, anche questo modello archetipico, semplicemente perché esseri di questo calibro sembrano una razza estinta. Politici, letterati, artisti, uomini di spettacolo, filosofi e maestri del pensiero ad ogni titolo, se li si passa in rassegna non c'è uno degli evanescenti protagonisti dell'attuale mondo occidentale che non sembri una figurina. Qualcuno azzarda, forse per non sentir venir meno la fiducia, l'ipotesi che la nostra sia una nuova epoca assiale, un momento cruciale per la storia dell'umanità. Per cui auspica che questi siano i prodromi ad una nuova "primavera del pensiero", come fa il professionista della comunicazione Pierluigi Fagan: "l'Età assiale (nel termine coniato dal filosofo Karl Jasper per indicare il periodo di rottura epocale di dissoluzione delle civiltà precedenti che lui colloca tra l'800 e il 200 a.C., ndr) non fu scevra di guerre devastanti, di sofferenze ed ingiustizie diffuse ma proprio ed in reazione a questo "momento di massimo disordine creativo", uscì quella impressionante catena di pensatori e di ispirati che condizionò poi la Storia delle civiltà dei secoli e millenni successivi. Alla fine del secondo millennio, le onde cavalline che hanno corso a lungo per arrivare a lambire tutto lo spazio umano del pianeta, hanno incontrato il loro obiettivo. Ora, c'è da aspettarsi il loro rimbalzo, il ritorno dell'eco che dice che il mondo è un ente finito e la nostra vita ha limite in questo ed in quello che ci pone l'Altro. Speriamo con il Vico, nei corsi ma anche nei ricorsi storici. Speriamo senza certezze, di essere alla vigilia di una nuova primavera del pensiero che s'interroghi su come stare al mondo, in quel mondo che è diventato qualcosa di profondamente nuovo e diverso da ciò che è stato nel passato." Speriamo anche noi che sia dovuta a questo la sensazione di star dentro ad una situazione rovesciata in cui i fantasmi che oggi più che mai dilagano tra noi non sono più risonanze di una potenza esistenziale passata, ma abbozzi incompiuti di esistenze, entità deboli, fioche, incorporee per carenza sostanziale; tracce di un vuoto, incapaci di lasciare traccia.
Anche perché in fantasmi, e di questo nuovo tipo, sembrano essersi anche tramutati i valori fondanti della democrazia e i diritti sociali novecenteschi. Sulla carta esistono ancora, nessuno li ha formalmente messi in discussione o ha apertamente professato la volontà di abiurarli. Anzi, moltissimi se ne riempiono in continuazione la bocca, dichiarando di volerli difendere e promuovere: c'è un dibattito attorno ad essi come forse non è mai avvenuto in passato. Sono però stati svuotati progressivamente della loro forza e dei loro elementi essenziali, e il risultato è lo stesso: si sono ridotti a mere immagini, affievolite di senso, private di sostanza.
E anche noi, in ultima analisi, stiamo diventando fantasmi. La nostra consistenza svanisce poco a poco nella quotidiana mancanza di interazioni complete coi nostri simili. L'uso pervasivo dei social sta modificando in maniera irreversibile la nostra struttura psichica e mentale, rendendoci sempre più evanescenti, alieni, inafferrabili gli uni per gli altri, e per conseguenza forse anche a noi stessi. A cosa assomiglia di più il movimento silenzioso di un cursore lampeggiante su una fredda superficie di pixel, la comparsa, dal nulla di un "aldilà" virtuale, di parole e frasi, a cui noi assistiamo in solitudine, se non ad una scrittura fantasma?