Fantasmi

Racconto

di Nick Neim

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    Data pubblicazione: 14 dicembre 2018

 

Clelia era attirata da tutto ciò che aveva a che fare con gli spiriti, era fortemente affascinata dalle storie che parlavano di fantasmi. Quando si parlava di spettri, di apparizioni, di luoghi posseduti da presenze soprannaturali si metteva quieta e attenta ad ascoltare come a volersi  bere ogni parola, senza una minima traccia di dubbio, senza che trasparisse dalla sua espressione una lacrima di scetticismo o di sospetto, guardava con quei suoi occhi celesti per comunicare accettazione fiducia consenso. Ama i fantasmi o i così detti patruna ‘o luocu.
“Sei un materialista, non hai fantasia.”
Gli andava ripetendo Clelia ogni volta che prendevano l’argomento, lasciandolo basito e scontento. Non tanto perché lo accusava di scarsa fantasia, quanto perché quegli occhi suoi celesti si incupivano e si sottraevano al suo sguardo, girandosi dall’altra parte per non dargli confidenza. Come fosse offesa.
Da qualche mese Michele era stato stregato dagli occhi di cielo di Clelia e ogni volta che la guardava o che lei guardava lui, vi si perdeva come ci si può sperdere in un lago affatato. Sognava di smarrirsi in quelle acque incantate e non solo in quelle, anche in tutto quello che attorno agli occhi stava. Lui le stava vicino e le andava dietro nella speranza che allentasse le difese. Il massimo che Clelia gli concedeva consisteva in qualche lieve bacio, qualche veloce sfioramento che lasciavano Michele più voglioso di prima: porgeva la guancia o le labbra alla smaniosa bocca di Michele e poi si ritraeva come se il contatto le avesse trasmesso una minaccia che le induceva paura. Così era. Lui, al contrario, non si sentiva minacciato e non avvertiva alcuna paura, si sarebbe volentieri perduto in Clelia. Spesso, per vincere lo sconforto delle negazioni di Clelia lavorava di fantasia e s’immaginava quante profonde e peccaminose potessero essere quegli occhi e tutto il resto: aspettava il momento che gli permettesse di immergersi nelle acque del suo lago azzurro. Non era per un capriccio o per una sorta di scommessa con se stesso che aspettava la capitolazione di Clelia, no, era perché ne era innamorato e come tutti gli innamorati desiderava ardentemente l’oggetto del suo innamoramento.
Quel pomeriggio di fine maggio, seduti al bar della piazza del Municipio, era Guido a raccontare; diceva di quella volta quando, in dieci attorno ad un tavolo, non erano riusciti a bloccarlo a terra malgrado gli sforzi di tutti e dieci, il tavolo si era alzato per quasi mezzo metro, ci era rimasto per una diecina di minuti e alla fine era precipitato sul pavimento come se le forze che lo avevano sollevato e sorretto fino a quel momento, si fossero esaurite d’improvviso: l’attimo prima c’erano, l’attimo dopo non c’erano. Clelia gli era seduta proprio di fronte  e non perdeva una sola parola. Carlo sapeva della passione dell’amica e si divertiva a ingigantire l’accaduto, forzando i limiti e le espressioni, voleva impressionarla. Intanto che raccontava  gli si leggeva negli occhi una lieve luce di ironia e sulle labbra una sottile linea di burla, si capiva che stava esagerando, ma Clelia non se ne accorgeva. O forse non voleva vedere. Fu in quell’occasione che Michele lo pensò, si figurò una situazione che forse lo avrebbe potuto avvicinare a Clelia: era ancora un bozzolo di pensiero quello che gli era fiorito in mente, un filo che bisognava svolgere con pazienza e attenzione cercando di non farlo spezzare. Per alcuni giorni lavorò quella matassa delicata e alla fine il piano fu pronto.
C’è, nella via Manzoni che scende tutta curve e svolte e tornanti giù fino al quartiere vecchio, una casa abbandonata, incastonata fra la roccia e l’antica chiesa di Santa Lucia. Un arco corroso dal vento e dalle piogge degli anni stava sulla via ad indicare che là dietro si trovava una casa antica che si intravedeva oltre lo sgangherato portone. Figurazioni a fogliame, scimmiette, civette e altri animali antropomorfi ornavano la pietra di quella arcata antica: si diceva che potesse essere antecedente al terremoto del milleseicento novantatré. Un pesante portone in legno, corroso e semi abbattuto, se ne stava lì, non tanto per impedire l’accesso, quanto per ricordare che una volta quello era un posto custodito e non accessibile a tutti. Adesso non più. È facile penetrare all’interno, il portone non oppone nessuna resistenza o impedimento. Superato l’arco si entra in un cortile interno pieno di erbacce e carte svolate dal vento e depositate lì: nessuno s’era mai presa la briga di tagliare le erbe divenute ormai frasche, di togliere le cartacce e di dare una ripulita. Seguendo il cammino creato da visitatori occasionali fra le frasche del cortile, si arriva al portoncino d’entrata della vecchia casa, anch’esso sconquassato e privo di ogni funzione: a guardarlo risultava chiaro l’attuale ruolo di quel relitto: segnalare la presenza di una scala di accesso alla casa. Attraverso una gradinata ancora ben conservata, che porta al piano rialzato, si accede alle stanze e agli ambienti abbandonati, custodi senza parole dei segreti della gente che in quella casa era vissuta. E di segreti ce ne dovevano essere fra quelle mura, dietro le sgangherate finestre, negli angoli segreti, nei corridoi trasversi, nei sottoscala, nelle nicchie, nei pertugi che sui muri andavano slargandosi col tempo, nelle tende ormai stracci appesi cariche di polvere.
Da ragazzo, assieme ad altri coetanei smaniosi di crescere e di esplorare, Michele aveva frequentato quel cortile e quelle stanze per rifugiarsi a fumare di nascosto, a guardare riviste per soli uomini e farsi eccitare dalle nudità delle prosperose donne ritratte sulle pagine patinate. I racconti sui fatti misteriosi che lì dentro accadevano – si parlava anche di fantasmi che di notte percorrevano il luogo – non procuravano loro alcuna esitazione: per loro quelle storie non valevano, loro di giorno andavano e i fantasmi soltanto e sempre di notte si muovevono. Di questo erano sicuri. Crescendo non ebbe più senso rifugiarsi in quelle stanze, era più seducente tallonare la vita per le vie della città che andava svelando i suoi segreti e mostrando i suoi tesori. Fu importante correre la città.
Sono le otto di sera, la luce dell’ultimo giorno di maggio sta pittando d’arancio la facciata dell’antica casa nella discesa di via Manzoni. Il bagliore carico di colore taglia ombre nette tutto intorno, è come se avesse un affilato rasoio col quale incidere pareti, archi, aperture, fessure creando contrasti e annullando l’armonia dell’oro del tramonto. Clelia è vicino a me, anzi poco appresso e mi tiene la manica della camicia con la sua mano sinistra alla ricerca di un appoggio; camminare sul sentiero sconnesso non è sicuro e lei cerca un sostegno per mantenere l’equilibrio. O un contatto, io spero. Si è convinta a venire con me. Anzi, visto che io mi dimostravo poco propenso a condurla di notte nella antica casa abbandonata incastrata fra la chiesa di Santa Lucia e la roccia, alla fine è stata lei a pregarmi. E fin qui il mio piano aveva funzionato, finalmente è lei che viene appresso a me. C’è ancora sufficiente luminosità, non è necessario accendere la torcia che ho portato e che tengo in mano.
“Stai attenta, Clelia, potresti inciampare, appoggiati bene a me.”
Lei ascolta il consiglio e, lasciata la camicia, infila lestamente il braccio sotto il mio prendendomi sottobraccio. Per questo mi si avvicina: un brivido di piacere. Abbiamo superato il cortile e il portoncino scardinato della casa, siamo ai piedi della scalinata. Cominciamo a salire, Clelia non lascia la presa. Non credo che sia per paura; sono convinto che se dovessimo trovarci alla presenza di un fantasma o di qualche spirito, lei sarà di sicuro più coraggiosa di me. Ma incontrare fantasmi non è possibile, io non ci credo, per me i fantasmi non esistono. Per lei invece esistono ma non li teme, ne è affascinata e non vede l’ora di fare l’incontro con lo spirito che vaga da secoli nelle stanze dell’antica casa. Questo le ho fatto credere, rassicurandola che diversi anni fa io stesso l’avevo visto. È stata questa mia rassicurazione sulla certezza della presenza del fantasma, rafforzata dalla certificazione dell’amico Vittorio, che l’ha convinta a seguirmi. Sino a qui è stato tutto facile da mettere in atto, è il seguito che sarà un poco più complicato. Intanto che saliamo la scalinata mi guardo intorno, cerco i segni del passaggio di Vittorio. Spero che lui sia arrivato prima di noi, come eravamo d’accordo, e soprattutto che non faccia lo stronzo mettendosi a ridere intanto che dovrà danzare e volteggiare ricoperto da un bianco lenzuolo. Se, come temo, si dovesse fare  scoprire mi farebbe perdere la faccia nei confronti di Clelia. Ti immagini che figura di m ...
Arriviamo al piano rialzato, ci fermiamo. La costruzione è attraversata per tutta la sua lunghezza da un lungo corridoio – a destra e a sinistra stanze e corridoi secondari – alla fine del quale c’è un’ampia finestra che dà su un cortile interno. È contro quella finestra, illuminata dalla luna piena che questa notte brillerà in cielo, che Vittorio dovrà svolazzare coperto dal lenzuolo. Il piano prevede che dopo un paio di minuti di svolazzi e di lamenti mugolati a bocca chiusa, dovrà scomparire nelle stanze laterali e di nascosto andare via, lasciandomi solo con lei nella casa. La mia speranza è che Clelia mi abbracci (per lo spavento o per la contentezza non lo so bene) e si stringa a me per averle fatto vedere un fantasma vero. Spero che avendole dato questa opportunità capisca finalmente  quanto ci tenga a lei e che si innamori definitivamente di me.
“Per amore tuo ho scovato questo fantasma.”
Le dirò, sperando che questo la commuova e mi ami. Il finale non regge molto, vero? Eppure ci spero. Perché da quando le ho promesso di portarla a vedere il fantasma, oltre ad essere eccitata è stata  molto più espansiva con me. Sì, ci spero proprio.
Avanziamo di alcuni metri nel corridoio. Dalla finestra giunge la tenue luce bianco-rosata della luna che iniziala sua scalata al cielo; calcolo che si trovi ad una trentina di metri.
“Fermiamoci qui.”
Dico, pensando che da quella distanza e nel buio schiarito appena sarà difficile accorgersi del trucco. Questo spero, almeno.
“Quando l’ ho visto tanti anni fa, io ero proprio qui e lo spirito è comparso contro la finestra. Appoggiamoci in questa nicchia.”
La prendo per il braccio e la costringo con delicatezza in una nicchia del muro. Lo spazio è poco e ci andiamo stretti. Siamo accostati l’uno all’altra; meglio, mi rallegro. Lei non si stacca, anzi si attacca con entrambe le mano al mio braccio e mi poggia il viso sulla spalla, è troppo eccitata per l’emozione. Anch’io, per la sua vicinanza. Speriamo che vada tutto bene. Intanto che il tempo passa, nel cortile interno alle nostre spalle, la chiaria della luna che sta salendo dall’orizzonte, si sta sostituendo al buio della notte. Avanti a noi la luminosità che arriva dalla grande finestra è sufficiente a farci intravedere l’un l’altra, anzi mi sembra anche troppa per il mio progetto. Involontariamente abbiamo abbassato la voce, sussurriamo parole afone, ci parliamo quasi nell’orecchio e siamo pericolosamente vicini. Adesso stiamo immobili, ho il corpo di Clelia appressato, ne avverto la delicata consistenza e lei non sembra assolutamente infastidita da questa vicinanza. Malgrado la distrazione che mi procura il corpo di Clelia, mi domando dove sia nascosto Vittorio e sono curioso di vedere come reciterà la parte del fantasma. Finalmente un fruscio, un lamento verso la fine del corridoio, un’ombra bianca oscillante e ondeggiante, come smossa dal vento, esce dalla stanza di sinistra, si muove contro la luce della finestra, guarda verso di noi – ci ha visti? – fa come per ritornare indietro, si blocca, poi prosegue verso di noi per un paio di passi. Si ferma ancora, sembra indeciso. Stiamo incuneati nella nicchia, immobili. Sento Clelia che mi si stringe addosso, mi pressa, mi morde la spalla. Però sta recitando bene Vittorio. Se non sapessi che c’è il mio amico sotto il lenzuolo mi farei prendere dalla paura. A questo punto il dolore è aumentato, Clelia per l’emozione mi ha piantato i denti nella carne e mi sta facendo male. Le prendo il viso con la mano libera, le sollevo il mento. Le sussurro all’orecchio.
“Stai tranquilla, ci sono qui io con te.”
“Ma non ho paura,” bisbiglia lei, “sono emozionatissima, sono felice.”
Non ha finito di sussurrare che si gira completamente verso di me, mi mette le braccia attorno al collo e si appiccica come un francobollo. L’estasi. Non ci interessa più del fantasma, ci dedichiamo a noi. Alza il viso e incolla le sue labbra alle mie. M’infila la lingua nella bocca, sospira, mi pressa col bacino, si muove come presa da passione irrefrenabile cercando il godimento. Alla fine si ferma languida e accaldata contro di me che la sorreggo stretta. Restiamo così per un poco. Con la coda dell’occhio ho seguito l’ombra bianca spostarsi, fermarsi, ritornare indietro, fare pochi passi verso di noi. Devo riconoscere che Vittorio sta facendo le cose per bene: ho addirittura l’impressione che si muova come volasse, ma non posso guardare bene. Grazie amico mio.
È già trascorsa quasi una mezz’ora e stiamo ancora appiccicati, è a questo punto che mi giro verso la finestra e vedo ancora l’ombra bianca che, seduta sul bordo del davanzale, ci sta scrutando. ‘Ma tu guarda quello stronzo di Vittorio, sta a fare il guardone.’ Penso. E per evitare che uno di noi due si tradisca, prendo la mano di Clelia e mi avvio, sussurrando:
“Ormai l’abbiamo visto, andiamo via.”
Anche Clelia si è girata dalla parte della finestra.
“Ci sta guardando. Chi sa cosa sta pensando.”
“Non glielo chiedo di sicuro.”
Faccio io. E intanto la conduco verso la scalinata. Mentre scendiamo ci giriamo entrambi e vediamo l’ombra bianca che si è spostata fin quasi la metà del corridoio, ci sta seguendo. Penso irritato: ‘Ma cosa sta facendo Vittorio, vuole rovinare tutto?’ Scendiamo le scale, attraversiamo il cortile e arriviamo al portone che dà sulla via Manzoni. Ci giriamo come per accertarci che la casa sia ancora lì e vediamo il lenzuolo bianco, leggermente smosso dall’aria della notte, che ci osserva dal balcone. Ci guardiamo e usciamo nella strada. Clelia resta attaccata al mio braccio e ogni tanto alza la testa per baciarmi. ‘Fantastico,’ penso, ‘il mio piano ha funzionato.’ Poi rifletto che l’indomani dovrò ringraziare Vittorio per la sua recitazione. Molto bravo.
Non sto a dire qui come finisce la serata con Clelia, in fin dei conti sono un cavaliere e lei ormai è la mia ragazza.
Quando rientro a casa, intanto che mi tolgo la giacca, riaccendo il telefonino. L’avevo spento e poi, preso dallo sviluppo della situazione, avevo dimenticato di riaccenderlo. Lo faccio adesso. Quasi immediatamente giunge il messaggio che Vittorio mi ha cercato.
“Bene,’ dico, ‘così potrò ringraziarlo subito.”
“Ciao, Vittorio. Grazie.” 
“Non sei arrabbiato?”  
“No. Perché dovrei essere arrabbiato ?Sei stato un fenomeno.”  
“Perché non sono venuto. Mi sembrava troppo ridicolo fare il fantasma. Di sicuro mi sarei messo a ridere e ti avrei rovinato tutto.”
“Ma che vai dicendo. Sei stato perfetto, sei entrato in scena a tempo perfetto, recitazione magistrale.”
“Ma che vai dicendo tu. Guarda che non sono venuto.”
“Smettila di scherzare, un grazie te lo sei meritato. La cosa più indovinata è stato il seguirci per il corridoio fino a quando non siamo scesi giù. E poi quel guardarci dal balcone, una trovata da maestro.”
“Michele, lo so che sei arrabbiato e non mi vuoi dare soddisfazione, ma ti dico che questa sera non sono venuto alla vecchia casa. Mi dispiace, ma è così.”
Per un attimo mi sto zitto. Rifletto sulle parole di Vittorio e, siccome lo conosco bene, mi rendo conto che sta dicendo la verità: non è venuto alla vecchia casa a fare il fantasma.
“Ma allora chi c’era sotto il lenzuolo?”
Chiedo. Ma so già che Vittorio non me lo saprà dire.