A ognuno così come gli pare

Fantasmi di cuore e penna

di Fabio Pinna

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    Data pubblicazione: 14 dicembre 2018

 

Figure dalla forma indistinta, come fantasmi, si aggirano tra le pagine dei libri, le abitano, le possiedono. Aspetta, addirittura le scrivono. Magari hai appena finito di leggerne una.  Non siamo in una sceneggiatura di Tim Burton, vero? No.
Parliamo del mondo sommerso di una letteratura che non ha nome, o meglio, che non rende noto, spesso, il vero nome di chi ne fa parte. A restare sospesa è quell’identità che comunemente associamo a una determinata copertina, al titolo di un libro o di un film, uno stile di narrazione, una citazione. Parliamo di fantasmi con la penna in mano: di ghostwriting. E lo facciamo con un Ghostwriter. Per avere delle risposte di prima mano su questa professione poco reclamizzata, per sfatare falsi miti e, come sempre, per interrogarci in maniera più consapevole. Non sulla evidente legittimità del Ghostwriter di scrivere a pagamento e nemmeno sull’altrettanta legittimità di commissionare un testo e successivamente usarlo o pubblicarlo a proprio nome per scopi commerciali, omettendo naturalmente, il particolare di non esserne l’autore. Sarebbe piuttosto più costruttivo interrogarsi sugli aspetti sociologici e sugli elementi pratici che ruotano attorno al fenomeno del ghostwriting.

Cercate di arrivare ad un perché, al vostro perché. Il perché esista questo tipo di domanda e della relativa offerta. Perché desiderare di vedere realizzata un’opera (con il proprio nome, meglio se scritto in grande) che si sa sfiorare solo con il pensiero e non si è in grado di realizzarla veramente? Si può ridurre tutto a esigenze di cultura e di business che si incontrano? Velleità, affari, competenze, il diritto di realizzare un sogno, passione per la scrittura, raggiungere uno status. Di cosa parliamo?

La risposta valida sarà la vostra, come sempre sosteneva qualcuno di nostra conoscenza e, di rimando, questa rubrica. Così è se vi pare. E qualcosa di certo vi parrà leggendo questa chiacchierata con la Ghostwriter Natalia Piemontese, che con molta cortesia si è resa disponibile a soddisfare le mie curiosità (e forse anche le vostre).

Cosa fa esattamente un Ghostwriter?
Chi scrive in ghostwriting si occupa di produrre contenuti per altre persone, senza però firmare a proprio nome: resta anonimo. Scrivere un libro cartaceo o un e-book in ghostwriting significa che è il committente a diventare autore di quel contenuto (e a mettere la propria immagine in copertina, nonché acquisire tutti i diritti di proprietà). Il termine in inglese, se lo traduciamo alla lettera, significa scrittore fantasma. È come se fosse trasparente ma la sua presenza si avverte: lascia sempre un po’ di anima in tutto quello che fa.

Chi si fa scrivere un testo. E perché?
I motivi per cui una persona decide di commissionare un testo sono tanti. In molti sognano di scrivere un libro ad esempio ma non riescono a organizzare le idee, tra le mille che hanno in testa! Oppure ne hanno già scritto uno e devono pubblicarne un altro (magari per contratto o accordi già presi) ma si sentono bloccati e non riescono. Per quanto mi riguarda, ho sempre curato la produzione di contenuti per conto di manager, imprenditori o docenti universitari: non si tratta di romanzi dunque ma di libri destinati alla formazione o all’attività promozionale di marketing. In questi casi, il motivo principale per cui questi professionisti si rivolgono a me, è la mancanza di tempo.

Probabilmente abbiamo letto e possediamo diversi libri scritti da Ghostwriter e neppure lo immaginiamo. Perché in Italia si parla poco di questa professione?
No, in effetti è difficile che chi legge un libro pensi che l’autore non l’abbia scritto di suo pugno (se invece il tono di voce stride e si ha l’impressione che non sia farina del suo sacco, vuol dire che il Ghostwriter non ha fatto un buon lavoro J). In Italia è ancora una professione poco conosciuta, considerando anche il fatto che fino a un paio di decenni fa erano davvero pochi i Ghostwriter di professione. I primi a “creare mercato” sono stati i Vip che commissionavano la propria autobiografia. Oggi invece la domanda è in aumento, un libro è anche uno strumento di marketing e comunicazione e diventa fondamentale all’interno di una strategia di personal branding o web reputation.

Quali sono le più grandi sfide per un Ghostwriter?
Se l’obiettivo è scrivere un libro denso, professionale, curato e in linea con le esigenze di chi l’ha commissionato, la sfida è far capire al cliente stesso che deve considerare quel contenuto “veramente” come se fosse suo. Non è così scontato che il cliente senta che quel testo gli appartiene davvero: capita spesso ad esempio che cerchi di intervenire per cambiare qualche frase, qualche parola, per trovare sinonimi…quasi a voler contribuire a tutti i costi per rivendicare alla fine la paternità di quanto scritto.

Quali sono, invece, le più grandi soddisfazioni per un Ghostwriter?
Mi sento soddisfatta quando il cliente dice che è “esattamente quello che voleva dire” e poi mi regala una copia del libro, quando viene pubblicato (anche questo non è scontato, in alcuni casi se vuoi avere una copia per la tua biblioteca personale, la devi comprare :) ).

Se potesse cambiare qualcosa all’interno del suo ambiente lavorativo, cosa cambierebbe?
Ma, in realtà a volte leggo interviste in cui il Ghostwriter vuole assolutamente restare nell’anonimato, come se fosse a disagio, come se subisse il giudizio di chi dice “ma perché non lo scrivi per te un libro, invece?”. Io rispetto comunque la scelta, pur non condividendola. Solo in un caso però la comprendo: quando il Ghostwriter ha un rapporto di dipendenza con una casa editrice. Per quanto riguarda la mia storia professionale invece, il ghostwriting è stata una evoluzione/specializzazione del fatto di essere una copywriter. E poi lavorando come freelancer, il mio portfolio clienti è variegato, non è possibile associarmi ad un unico editore.

È solo una mia opinione: credo che oltre i tecnicismi e la capacità di “montare con le parole” ciò che il cliente ha sotto forma di idee esista un risvolto psicologico in questo mestiere. Mi riferisco al momento della separazione: chiunque scrive qualcosa sente la paternità del suo lavoro, immagino lo senta proprio anche se adattato e destinato a qualcun altro. Come riesce a separarsi da un testo affidandolo ad un altro “genitore”, diciamo così, che non ha fatto nulla per crescerlo? Come ci si sente? 
Il risvolto psicologico di questo mestiere c’è, esiste ed è spesso ingombrante! Devi saper ascoltare, entrare in empatia con il cliente, capirlo al volo (non c’è bisogno di sentire la voce al telefono, io mi accorgo anche da un messaggio scritto in chat se la giornata è cominciata bene o no per il mio clienteJ). Per quanto riguarda il momento della separazione invece no, non sento questo peso, anzi in alcuni casi è una liberazione! Battuta a parte, mi gratifica concludere un lavoro e consegnarlo nelle mani di chi l’ha tanto desiderato e atteso. Ho un background formativo e lavorativo nelle risorse umane, adoro contribuire anche solo per una piccolissima parte allo sviluppo del potenziale e del talento di una persona.

Ed è vero che il committente non fa mai nulla o invece possono nascere vere e proprie sinergie indirizzate alla realizzazione del lavoro finale?
Per quanto riguarda la mia esperienza di Ghostwriter di testi e manuali destinati alla formazione, il contributo del committente è essenziale per essere certi di veicolare informazioni corrette e trasferire nel testo la personalità e il carisma del professionista, manager o docente che sia.

Quali sono, al contrario, le esigenze di autonomia del Ghostwriter rispetto al cliente che si fa commissionare un testo?
Ecco come dicevo…una volta verificata l’aderenza alle linee guida e fissati appuntamenti periodici per monitorare il lavoro, il Ghostwriter deve poter lavorare in autonomia e senza pressioni. I testi di norma vengono commissionati a progetto e l’impegno deve essere al massimo per rispettare le scadenze: ad esempio, lunedì stabiliamo che per il fine settimana faremo il punto sulla bozza del primo capitolo. Perché mi chiami lunedì pomeriggio per sapere se ho cominciato a scrivere?

Come si sceglie un Ghostwriter? Cosa deve avere?
Se alla prima call con il Ghostwriter, quest’ultimo ascolta il doppio di quanto parla, è già un buon inizio… Il Ghostwriter non deve prestare attenzione solo alle parole ma al wording generale del proprio cliente: il linguaggio, lo slang, le espressioni tipiche, i termini usati/abusati, quelli che invece non userebbe mai semplicemente perché non gli appartengono, i tic verbali se ci sono. E poi deve essere empatico, capire cioè se è il momento opportuno per “spingere” ancora, se è meglio fermarsi, come formulare una domanda più specifica o delicata.
Dal punto di vista delle competenze, ovviamente deve essere accurato e preciso nella stesura del testo, ma deve poter mostrare anche i frutti del proprio lavoro! È evidente che non posso inserire nel mio portfolio i libri o gli e-book scritti per conto terzi.  Ma devo avere un sito web e mostrare articoli o altri contenuti che portano la mia firma.
Infine diamo per scontata la riservatezza, che deve essere un pre-requisito: ci sono tante professioni top secret, come quella dell’investigatore privato ad esempio. Anche quello del Ghostwriter, non è un mestiere per chi non resiste alla tentazione di fare gossip. :)

Quali sono i segreti, le buone abitudini e gli errori da evitare secondo lei per essere un buon Ghostwriter?
Abbiamo parlato di competenze e abilità del Ghostwriter, quindi direi che tutto ciò che si discosta da questo modo di operare diventa errore, caduta di stile e perdita di credibilità. Un lavoro ben fatto dona sempre grandi soddisfazioni, non necessariamente legate alla notorietà. Un buon Ghostwriter si arricchisce delle storie che ascolta, non deve mai giudicare chi ha di fronte ma solo cercare di capire il più possibile le scelte di vita compiute, i percorsi, gli obiettivi di carriera e le ambizioni del proprio cliente.