Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - VI

di Carlo Blangiforti

    img

    Data pubblicazione: 14 dicembre 2018

Il ragazzo si precipita fuori, non ha i calzoni nemmeno allacciati. Sembra un grillo che salta tra i tavolinetti e irrompe nello spazio abbacinante della piazza. Lo seguiamo prima con gli occhi e poi, per quel che possiamo, a piedi. Sentiamo la voce di Corto gridare ai due ladri di fermarsi. Sono giovani in forma, ma il tak è troppo voluminoso e li rallenta. Sbuffano e parlottano tra di loro, un’improvvisa folata di vento inattesa porta via il cappello del più alto, quello che ha le mani libere. Sono spazientiti.
Si fermano. Per quanto distanti, distinguo chiaramente che il secondo tira fuori un revolver dalla tasca e lo punta verso Corto. Il ragazzo pare non se ne curi: corre loro incontro zigzagando. D’un tratto si ferma e puntando l’indice contro di loro grida – «Fermateli!»
Ha un aspetto terribilmente minaccioso. Non so se è più incosciente o coraggioso, ma fatto sta che quello sguardo fiero, quel caban che lo avvolge, quel tono di voce che fare di un uomo fatto, gli danno un’aurea di fierezza inquietante. I due ladri se ne rendono conto restano impietriti, uno con la pistola abbassata e l’altro con il tak tra le braccia come fosse un neonato.
«Fermate quei due!» – grida ancora una volta il ragazzo. Sul momento non capisco verso chi, poi scorgo un nugolo di marmocchi sciamare da un cortile e dal vicolo opposto. Circondano i due giovanotti, mentre, richiamati, dagli spari, cominciano ad accorrere turisti e negozianti. A momenti arriveranno pure i Regi Carabinieri, per i due non c’è scampo. Preso dal panico, quello con la pistola, la punta contro i ragazzi piroettando come un’étoile del Bol’šoj. Suda freddo. Riabbassa la rivoltella: «Haydi gidelim!» L’altro annuisce, posa la scatola, segue l’amico che si fa largo tra la folla a pistola spianata, hanno ancora tempo prima che arrivino i carabinieri. La gente sembra imbambolata il tipo grida qualcosa di incomprensibile e spara in aria. Fuggono verso il tempio d’Apollo, si perdono nei vicoli, non sarà facile scovarli.
Corto si avvicina ai ragazzi e li ringrazia, ripete mille volte grazzi! Loro sorridono con quelle facce sporche di mocciosi di strada, senza scarpe e con scarpe quasi immacolate, sorridono e gli fanno un gesto come per schernirsi, a modo si sono affezionati a questo maltese mezzo inglese e mezzo judío. Ne sono orgoglioso. Il professor Orsi, raccoglie la scatola di legno e la avvolge con il sacco di juta, ringrazia come può tutti i presenti. Pensa bene che sia il caso di tagliare la corda, non ha proprio voglia di perder tempo con i Carabinieri, dare spiegazioni sul tak, andare in caserma per stendere il verbale, spiegare cosa ci facciano a Siracusa un vecchio ebreo e un ragazzo che non è nemmeno suo parente. No, no, è meglio svignarsela, tornare in ufficio prima possibile. «Grazie, grazie, qui è tutto a posto… Saranno stati i soliti delinquenti catanesi. Grazie...» Sorridendo, ci allontaniamo.

«Te lo avevo detto che portare questa cosa a Salonicco non fa molto piacere alla Sublime Porta. Li hai sentiti?»
«Sì: Haydi gidelim.»
«Turchi?!»
«Già.»
«Come avranno fatto?»
«Un’idea me la sono fatta. Mi sa che in questa partita a carte stanno venendo fuori compagni inattesi.»
«Giovanni?»
«Mi avevano detto che era uno che passava informazioni ai Carabinieri. Ma i turchi?»
«E il cameriere dell’Adua. Te ne sei accorto?»
«No! Lo zoppo?»
«L’ho visto fare un segnale ai due. Mi sa che si sono aggiunti anche i vostri a questa mano di carte!»

Corto trema come una foglia. Credo che abbia capito solo ora il rischio corso. Ha la voce rotta. No, non piangerà questa volta non può farlo, davanti a me, davanti ai suoi amici. Inghiotte le lacrime e mi guarda fisso come mi rimproverasse: “Perché mi hai portato in questo posto, Rav Ezra?”. No, non mi chiederà mai del perché ho messo in pericolo la sua giovane vita. Mi sento in colpa, ma non me lo posso permettere. Spero un giorno possa capire. Cerco di tranquillizzarlo, lo fa anche Paolo. Sminuiamo di proposito il pericolo, ma si capisce che mentiamo. Il ragazzo poteva rimanere ferito, se i due non fossero stata gente del mestiere. Militari dei servizi segreti? Giovani turchi? Poco importa, Corto ha rischiato molto, tanto.

Dieci minuti e una gazzosa al bar Santa Lucia (Santa Lucia ché all’Adua Paolo non metterà più piede) lo hanno calmato.
Siamo ancora seduti al tavolinetto quando il ragazzo. Si posa il bicchiere e solennemente, con voce ferma, mi chiede:
«Rav Ezra, che diavolo è il Purim di Siracusa?»