Le ville della Dolce Vita

Una passeggiata a ritroso nel tempo tra l' "otium" di Villa Ludovisi e quello degli Horti Sallustiani

di Maria Cristina Vecchiarelli

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    Villa Ludovisi


    Data pubblicazione: 14 novembre 2018

Volendosi prestare al facile giochino di Roma capitale dell'ozio per definizione, quale sarebbe il luogo simbolo da associare a quel concetto, comprensivo di tutte le sfumature di lussuria, mollezza, eccesso? Via Veneto, ovviamente, che ne è stereotipo per eccellenza. Pazienza se adesso pare aver perso anima e fascino, mostrandosi ancora bella, certo, ma sottotono, anodina, intaccata dal grigiore quotidiano, sfregiata dalla falcidia dei negozi chiusi per la crisi e dagli ingorghi di traffico né più né meno di qualsiasi altra via del centro, e se si nota quanto arranchi nello sforzo di offrirsi ancora agli occhi dei passanti con un aspetto in grado di evocare almeno alla lontana lo sfavillante kitsch a cui deve la sua fama planetaria.
A percorrere, a piedi o in auto, dall'imbocco di Porta Pinciana fino alla foce di Piazza Barberini il suo rettilineo pendente che, scavallato il lindo e pomposo palazzo Margherita, sede dell'ambasciata statunitense, si fa ansa ripida, ampia e tortuosa, costeggiando l'antico percorso di pecorai e vaccari calanti in città dalle campagne circostanti con le mandrie che s'accalcavano per l'abbeverata alla fontana del Tritone, viene il pensiero che questo celeberrimo stradone (il cui toponimo per esteso, cambiato nell'ottobre 1919, è Via Vittorio Veneto, e non allude dunque più alla regione del nord Italia bensì alla decisiva battaglia del Piave) abbia vissuto una ben effimera stagione di gloria, se si calcola che fin verso la fine dell'Ottocento non era stato ancora nemmeno progettato; perché, come forse non molti sanno, laddove poi avrebbe sgargiato lo splendore posticcio dei bar e hotel della Dolce Vita prima aleggiavano gli incanti del paradiso botanico e artistico di villa Ludovisi, "la perla di Roma" amatissima da poeti e letterati che facevano a gara per decantarla, e rasa al suolo tra l'esecrazione generale a partire dal 1886 in un'imponente lottizzazione post-unitaria per far spazio al quartiere che oggi porta, quasi beffardamente, il suo stesso appellativo.
La storia di questa villa comincia nel 1622, anno in cui il cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di papa Gregorio XIV e come molti alti prelati dell'epoca mecenate degli artisti, amante delle antichità e appassionato collezionista, dà incarico al Domenichino di ridecorare l'antico Palazzo Grande, appena rilevato dagli Orsini, a cui annetterà le adiacenti vigne Cavalcanti, Capponi e Altieri. Quello e il Casino del Monte, poi detto dell'Aurora, che ha già acquistato assieme alla vigna del Nero, vanno a costituire i corpi della tenuta, per la quale il porporato ha progetti assai ambiziosi.
Come buon augurio per l'esito dell'impresa durante i lavori di sbancamento dei terreni emerge dal sottosuolo un patrimonio marmoreo di valore inestimabile: il Galata morente, il Galata suicida dopo aver ucciso la moglie, il cosiddetto trono Ludovisi. Statue e trono tornati alla luce vanno a irrobustire la straordinaria collezione Ludovisi, composta da oltre 450 pezzi tra sculture e fregi, copie romane o originali ellenistici, restaurati secondo il gusto barocco con i decisi interventi di Alessandro Algardi e forse anche del Bernini. Riprendono così la funzione ornamentale alla quale erano già stati adibiti un millennio e mezzo prima, al tempo in cui in quello stesso luogo sorgevano gli Horti Sallustiani, il più grande parco monumentale di Roma antica, esteso per oltre trenta ettari dal Quirinale al Pincio, area del complesso secentesco compresa (come s'è definitivamente appurato al rinvenimento, durante lavori di sistemazione proprio di Via Veneto, di una pietra di granito egiziano che la Soprintendenza avrebbe identificato come la soglia d'accesso degli Horti da Porta Pinciana nel periodo della sua massima espansione, tra il I e il III secolo dopo Cristo).
Hortus, in latino, significa giardino. E di queste residenze, ubicate in amene zone alla periferia dell'agglomerato urbano, i giardini - vasti come foreste, rigogliosi di piante modellate secondo l'arte topiaria e costellati di tempietti, terme, fontane, portici, ninfei - erano l'elemento precipuo, essenziale, indispensabile a cingere "seconde case" di svago e rappresentanza simili per magnificenza a vere e proprie regge, preferite alle ville di campagna per la loro posizione strategica, essendo in grado tanto di offrire una pace bucolica in relativa lontananza dalla caotica vita cittadina quanto, al contempo, di assicurare comunque la comodità della vicinanza ai centri del potere. Così non c'era notabile, nella Roma freneticamente votata al negotium, che non avesse i suoi horti - famosi, oltre a questi di Sallustio, quelli di Lucullo, di Cesare, i numerosi di Cicerone -, dove potersi rifugiare di tanto in tanto a praticare l'otium, e in questa momentanea pausa dall'attività pubblica godere di riposo e tempo libero da destinare esclusivamente al proprio privato o agli studi, per ristorare e riequilibrare il corpo e lo spirito; ma anche, talvolta, eleggendoli a dimora principale, temporanea o definitiva.
Il nucleo originario degli Horti di Sallustio, sul Quirinale, venne venduto da Cesare al potente e facoltoso ex senatore e tribuno della plebe quando questi, caduto in disgrazia dopo una tanto brillante quanto poco limpida ascesa al potere, proprio su consiglio (o forse comando) del dittatore di cui era stato sostenitore al tempo della guerra civile si ritirò dalla scena politica, votandosi alla storiografia nonché all'ampliamento e abbellimento di quella sontuosa tenuta. Lui defunto, la villa passò al nipote Sallustio Crispo, consigliere di Augusto e Tiberio; e alla morte di questi, nel 21 dopo Cristo, in mancanza di eredi finì nel demanio imperiale.
Ebbe così inizio il suo periodo d'oro, propiziato dal fatto che, anche per la particolare sicurezza offerta grazie alla vicinanza con i Castra Pretoria, parecchi imperatori la scelsero come abitazione temporanea in alternativa al Palatino. Vespasiano, come pure suo figlio Tito, vi soggiornò spesso volentieri, legato in modo speciale ai luoghi anche, probabilmente, poiché erano stati teatro della battaglia campale tra il suo esercito e quello di Vitellio, conclusasi con la morte dell'avversario e con la vittoria dei suoi, in seguito alla quale era asceso al trono; e per far partecipe il popolo del godimento di quelle delizie aprì al pubblico la parte di parco sul Quirinale. Nerva vi morì, dopo avervi trascorso gli ultimi anni della sua vita. Adriano vi promosse importanti lavori di ristrutturazione che le diedero la grandiosa fisionomia definitiva. Aureliano, che amava cavalcare, vi fece edificare un porticus miliarensis, sorta di ippodromo/maneggio sulla cui spina si innalzava l'obelisco oggi collocato a Trinità dei Monti, separato dal basamento originario finito nel giardinetto dell'Ara Coeli. Il portico "miliarense", cioè lungo mille passi, occupante tutta la lunghezza dell'odierna via XX Settembre, si aggiunse ad altre due costruzioni di spicco: il circo, talmente grande che si pensò di tenervi i giochi in occasione di una momentanea inagibilità del Circo Massimo per una piena del Tevere, e il tempio di Venere Ericina.
Poi, improvvisamente, il declino, a partire dal 410 dopo Cristo, quando i goti, capeggiati da Alarico, riuscirono ad espugnare per la prima volta nella sua storia l'Urbe entrando dalla vicina porta Salaria, e appena superate le mura si trovarono davanti lo spettacolo della villa. Colpiti da tanta meraviglia fermarono il loro assalto alla città per darsi immediatamente a saccheggiarla, devastando anche i giardini al punto che, secondo la testimonianza dello storico Procopio, non vi fu modo di ristrutturarli.
Degli Horti Sallustiani, distrutti dai barbari e dall'incuria, restano al giorno d'oggi ben poche vestigia, in quella che si chiama proprio piazza Sallustio. Ma ancor meno ne rimangono della Villa Ludovisi, meticolosamente smantellata, buttata giù pezzo a pezzo secondo le asettiche disposizioni di un contratto stipulato tra civilissimi aristocratici in nome dei rispettivi interessi. La storia insegna, soprattutto a Roma, che i devastatori non sono sempre o solo violenti invasori dagli atti eclatanti. Possono anche avere le fattezze rispettabili di rappresentanti del potere costituito, che non agiscono con furia sanguinaria ma con calma, ordine e metodo, senza sporcarsi le mani.
La villa era andata presto in agonia. Nel XIX secolo era già in decadenza; i Ludovisi, per incapacità gestionali e rovesci di fortuna, l'avevano già persa e riconquistata tre volte, e avevano già in parte disperso la collezione del cardinal Ludovico. Eppure era ancora incredibilmente bella, ammiratissima per gli interni e gli ampi viali progettati da André Le Nôtre, l'architetto della reggia di Versailles, e per le decorazioni del casino dell'Aurora, opera di Agostino Tassi e del Guercino. Henry James nel 1883 usa per descriverla toni elegiaci: "Non c'è nulla di meglio a Roma e forse nulla di così bello. Là dentro v'è tutto: viali oscuri sagomati da secoli con le forbici, vallette, radure, boschetti... I prati e i giardini sono immensi e il grande e arrugginito muro della città si stende dietro ad essi e fa che Roma appaia vasta senza che essi siano precisi. Nulla può essere più pittoresco della vista dei bastioni della città che innalzano le loro fantastiche merlature sopra gli alberi e i fiori. Essi sono tappezzati di piante rampicanti; quelli che furono un tempo truci baluardi di difesa, ora servono come soleggiate spalliere di frutta".
A quei tempi era pure arduo visitarla, per via dei suoi proprietari poco ospitali. E questo accresceva il piacere nei fortunati che ci riuscivano. È quello esattamente il termine usato da Stendhal: "Abbiamo errato con delizia negli immensi viali alberati del giardino che ha un miglio di perimetro... Cosa chiediamo a un posto così bello? Piacere", che si esalta poi nel ricordare il suo incontro ravvicinato col ratto di Proserpina del Bernini, donato al Ludovisi dal cardinal Scipione Borghese proprio nell'anno 1622 e rimasto nella villa fino alla sua demolizione. Piacere è anche il titolo del famoso libro di D'Annunzio nelle cui pagine viene menzionata: "... e la Villa Ludovisi, un po' selvaggia, profumata di viole, consacrata dalla presenza della Giunone cui Wolfgang adorò, ove in quel tempo i platani d'Oriente e i cipressi dell'Aurora, che parvero immortali." Giunone qui non è la dea, ma una sua effigie marmorea, e Wolfgang è Goethe, che lasciò traccia di quella sua passione, culminata nella gioia di poter averne tutti i giorni sotto gli occhi una riproduzione, in queste parole: "Con mio grande giubilo, ieri ho collocato nel salotto una copia della testa colossale di Giunone, il cui originale è esposto a Villa Ludovisi. È stata il mio primo amore a Roma, e ora la posseggo. Non ci sono parole, che possano renderne un'idea: è un canto di Omero."
E poi, improvvisamente, la fine. È tempo di febbre edilizia, intorno alla villa si concentrano brame affaristiche fameliche, e l'ultimo della dinastia Boncompagni Ludovisi, il principe Rodolfo, ha bisogno di quattrini. L'anno prima si è fatto avanti persino il governo, tramite il ministero dell'interno, offrendosi d'acquistare parte del giardino per realizzarvi il nuovo Parlamento. Ma la trattativa va troppo per le lunghe, e il principe ha fretta di concludere, di realizzare. Così pensa di rivolgersi altrove.

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Foto di uno dei "giardini segreti" della Villa, 1883


Un giorno del 1885 convoca Theodor Mommsen, il grande storico tedesco. Gli apre i cancelli della "perla di Roma", e col volto atteggiato a grande afflizione gli consegna una raccolta di dagherrotipi dei viali ombreggiati da lecci e cipressi, le statue pagane, i giardini segreti e i casini, dicendogli: "conservi queste immagini perché la mia villa dovrà scomparire". È in procinto di firmare, con la mediazione del sindaco, il nobile papalino Leopoldo Torlonia, una lucrosa convenzione con la Società Generale Immobiliare per l'edificazione un quartiere residenziale sui suoi terreni: un quartiere di lusso, alto borghese, da far sorgere sulle ceneri della villa.
Il 29 gennaio 1886 la convenzione triangolare fra il principe, il Comune e la Generale Immobiliare viene stipulata. Pochi giorni dopo irrompono squadre d'operai che cominciano a mettersi all'opera senza batter ciglio: livellano i prati, demoliscono le fontane, distruggono i boschi, accendono fuochi, scavano trincee, lavorano la calce.
La sistematica procedura di annientamento va avanti sotto gli occhi esterrefatti del mondo, suscitando una riprovazione mista ad orrore. Gabriele D'Annunzio si duole nel suo solito stile aulico, da cui traspare uno sgomento reale: "I giganteschi cipressi ludovisii, quelli dell'Aurora, quelli medesimi i quali un giorno avevano sparsa la solennità del loro antico mistero sul capo olimpico del Goethe, giacevano atterrati... Sembrava che soffiasse su Roma un vento di barbarie e minacciasse di strapparle quella raggiante corona di ville gentilizie a cui nulla è paragonabile nel mondo delle memorie e della poesia."
L'abbattimento di Villa Ludovisi fu la più esecranda di una serie lunghissima di devastazioni dei parchi urbani e suburbani innescata dalla fame edilizia dei nuovi padroni dell'Italia, i "buzzurri" torinesi scesi nella capitale al seguito della corte dei Savoia. Sotto i colpi delle immobiliari, una ad una, caddero tutte le ville della cinta patrizia, tramutatasi in un unico, enorme, osceno cantiere: Massimo, Capizucchi, Nari, Magnani, Patrizi, Altieri, Albani, Gonzaga, Olgiati, Strozzi, Bolognetti, Rondanini. Il massacro dei giardini romani divenne un caso internazionale. Sui giornali stranieri si parlava degli italiani come dei nuovi Vandali che stavano compiendo un delitto contro l'umanità. Lo storico dell'arte Herman Grimm diede alle stampe un pamphlet che è una sorta di inno romantico in morte della Villa, da lui definita "il luogo più bello della terra". "Predire che sotto il nuovo Governo la villa dovesse andare distrutta, come oggi accade, e gli alberi, le querce, i pini abbattuti, come oggi li vedi abbattere, sarebbe stata allora certamente un'offesa che neanche il più acerbo nemico dell'Italia avrebbe osato recarle, perché sarebbe sembrata un'enorme follia". Per ironia della sorte, il ricavato della speculazione, che portò nel giro di trent'anni alla nascita di uno dei più eleganti quartieri romani, fu assai inferiore alle aspettative: appena cinque milioni e mezzo, dei quali tre quinti all' Immobiliare, il resto ai Boncompagni Ludovisi. E anche lo Stato aggiunse il suo beffardo suggello allo scempio, proclamando a distruzione avvenuta villa Ludovisi monumento nazionale. Di Villa Ludovisi rimangono oggi solo il Casino dell'Aurora, attuale residenza dei discendenti del principe; la facciata del Palazzo Grande, incorporata nel palazzo Margherita; una fontana, all'interno dello stesso palazzo, ora di proprietà del governo degli Stati Uniti; e centoquattro pezzi della collezione Ludovisi, acquistati nel 1910 dallo Stato, conservati tra i distaccamenti del Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps e centrale Montemartini eccetto il Galata morente, finito ai Musei Capitolini.

Per ironia della sorte, il ricavato della speculazione, che avrebbe portato nel giro di trent'anni alla nascita di uno dei più eleganti quartieri romani, fu assai inferiore alle aspettative: appena cinque milioni e mezzo, dei quali tre quinti all' Immobiliare, il resto ai Boncompagni Ludovisi. E anche lo Stato aggiunse il suo beffardo suggello allo scempio, proclamando a distruzione avvenuta villa Ludovisi monumento nazionale.
Di Villa Ludovisi rimangono oggi solo il Casino dell'Aurora, attuale residenza dei discendenti del principe; la facciata del Palazzo Grande, incorporata nel palazzo Margherita; una fontana, all'interno dello stesso palazzo, ora di proprietà del governo degli Stati Uniti; e centoquattro pezzi della collezione Ludovisi, acquistati nel 1910 dallo Stato, conservati tra i distaccamenti del Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps e centrale Montemartini eccetto il Galata morente, finito ai Musei Capitolini.