Ozio: il tempo che dedico a me

Una giornata particolare

di Ciccio Schembari

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    Data pubblicazione: 14 novembre 2018

 

Alla fine di questo ottobre ho avuto la ventura di trascorrere una giornata particolare, una giornata di ozio, una giornata tutta per me.
Ero a Milano per la laurea di mia figlia Silvia e dovevo recarmi a Montegrotto Terme per una tre giorni di biodanza, decisi così di fermarmi un giorno a Venezia dove ho vissuto per due anni:  1969-70 e 1970-71. Quasi cinquanta anni fa. C’ero ritornato una sola volta, per una giornata, con moglie e figli.
Nel tardo pomeriggio di martedì 30, arrivai a Mestre dove ho vissuto per due anni: 1971-72 e 1972-73. Decisi di trascorrere la serata a Mestre. Dall’albergo, vicino alla stazione, mi avviai a piedi lungo via Piave, verso Piazza Ferretto, il centro di Mestre. Camminavo e non riconoscevo, non ricordavo nulla.
Alla fine di via Piave ebbi una sorpresa. Una fontana. All’epoca inesistente. Semplice, lineare, senza spruzzi, con l’acqua che scorre sgorgando da tre gradini e sopra un gruppo di otto statue in bronzo fuso: tre donne che raccolgono uva; una donna in ginocchio ai piedi di un tronco; due donne che trasportano delle ceste; una donna con chitarra seduta sotto un albero; una famiglia: madre con bambino in braccio e padre dietro; due fabbri che battono l’incudine; una donna. Riconobbi subito lo stile dello scultore: Gianni Arricò. Controllai su internet ed ebbi la conferma. Gianni Arricò, marito di una mia collega. C’eravamo conosciuti. Realizzò in bronzo fuso la testiera del letto del mio primo matrimonio e con, un filo d’argento a sezione quadrata, dei braccialetti come bomboniere. Nella testiera avevamo voluto un Crocefisso al centro tra una panchina con due innamorati e una famiglia. La famiglia lui voleva farla come questa della fontana ma io volli padre, madre e due figli che si tenevano per mano in un giro tondo. Ricordai tutto questo con grande emozione. Fotografai e andai avanti.
Piazza Ferretto. La riconobbi a stento. Trasformata radicalmente. Molto bella. Trovai Il buso, l’osteria sotto la sede della sezione del PCI dove, nel 1973, presi la mia prima tessera del Partito. L’osteria si chiama ancora Il buso ma l’atmosfera è totalmente diversa. Della sezione del PCI nessuna traccia. Ovviamente. Mi fermai appena.
Ritornai verso l’albergo e cenai in un ristorante accanto: moscardini in umido con polenta. E vino, ovviamente! Una delizia.  
Mercoledì 31, giornata senza pioggia e con sole tiepido dopo l’inondazione. Presi il treno per Venezia e poi il vaporetto lungo il Canal Grande e verso le 11 scesi al Ponte di Rialto. Feci un giro attorno. Comprai una statuina di vetro con cui, sono sicuro, chiuderò in positivo una amara incomprensione con Silvia risalente a quella gita a Venezia con la famiglia. La cosa mi creò una sensazione di benessere che mi accompagnò per tutta la giornata.

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Là accanto ritrovai la Rosticceria San Bartolomeo tale e quale come allora. Ci andavo spesso a mangiare il piatto più economico: baccalà mantecato, polenta. E vino, ovviamente! A Venezia scoprii il piacere del vino a tavola. Ordinai baccalà mantecato, polenta e vino. Li trovai squisiti. Mangiai lentamente, gustando ogni frammento, accarezzato dal ricordo.
Mi avviai verso San Marco e poi lungo la fandamenta oltrepassando il Ponte dei Sospiri e costeggiando l’hotel Danieli verso i giardini della Biennale. Era pieno zeppo di turisti. Mi internai nel sestiere di Castello dove ho insegnato e risieduto. Non cercai né la scuola né l’abitazione, non volevo ricordi precisi. Poche persone in giro, ero fuori dagli itinerari turistici. Trovai un piccolo campo con delle comode panchine, poche persone sedute, mi sedetti anch’io e, baciato dal sole mi appisolai. Mi rinfrescai il viso con l’acqua di una fontanella, bevvi un caffè e ripresi a camminare senza una direzione, senza una destinazione, perdendomi tra le calli. Andavo a zonzo ed emergevano, non ricordi e neanche emozioni, solo sensazioni, stati d’animo. Mi riconciliavo col mio passato e con me stesso. Mi perdonavo.
Arrivai al Ponte di Rialto. Lo attraversai e andai a Campo San Polo. Il campo più grande di Venezia, secondo solo a piazza San Marco. C’erano panchine, gente seduta, gente che passava, bambini che giocavano. C’era la casa della mia prima moglie. Curiosai nel campanello: trovai il suo nome accanto ad un altro. Mi sedetti su una panchina. Stetti un bel po’ a riposare a guardare ad ascoltarmi.   
Avevo una meta per la cena, me l’aveva consigliata Silvia: l’osteria La Zucca. Non era distante. La trovai. Aprivano alle 19,30. Erano le 17,30. Cominciava a far fresco, mi rifugiai in una chiesa. Alle 18 ci fu la messa. Alle 19 fui all’osteria. Un solo tavolino libero, fuori ma riscaldato. Nel tavolino accanto, ma proprio attaccato, gomito a gomito, si sedette una giovane con, di fronte, un giovane. Parlavano in inglese, ma lei sapeva anche l’italiano. Attaccai bottone. Erano australiani, lei di origine italiana. Tra una portata e l’altra dell’ottima cena presi a raccontare alcune delle mie storie. La ragazza le gradì molto traducendole immediatamente al suo compagno. Anche la famiglia del tavolino accanto fu attratta dai miei racconti, solo i genitori, i figli tutto il tempo impegnati con la playstation.
Non poteva esserci conclusione migliore per una giornata splendida in cui l’ozio mi aveva nutrito e arricchito. 
Con animo pacato e appagato mi avviai alla Ferrovia.