L'ozio

Racconto

di Nick Neim

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    Data pubblicazione: 14 novembre 2018

 

Oziare. L’ozio è il padre dei vizi. Ma chi lo diceva?
Non me ne intendo molto di vizi ma da qualche tempo sono diventato un esperto dell’oziare; sono sicuro che il non far niente favorisca la fantasia, stimoli la creatività,.
Amo oziare? Non so se mi piace veramente, ma da qualche tempo, stare sdraiato nella mia poltrona preferita, è la mia occupazione principale.
In questo momento me ne sto sul divano del soggiorno col telecomando in mano; è come se le dita mi prudessero, per calmare lo stimolo devo premere il tasto che cambia canale. Mi somiglio a Clint Eastwood quando, in L’uomo dagli occhi di ghiaccio,premeva il grilletto delle sue pistole facendone fuori due alla volta. Esagero? Beh!, di sicuro uno al colpo lo faceva fuori. Bene, ad ogni mia pressione un canale salta col risultato di cambiare continuamente programma alla ricerca di qualcosa che mi interessi, che mi incuriosisca almeno. Il cambiare continuo fa incazzare – scusate, si può scrivere incazzare? Ma ormai mi è scappato – Gina che non lo sopporta, si lamenta che la distrae da quello che sta facendo; e lei di cose ne fa un’infinità. È un moto perpetuo, non può stare ferma. Anche quando sta a guardare un qualche programma seduta vicino ame, deve fare qualcosa, deve tenere la mani perennemente occupate. Ecco, siamo l’opposto: io sto in ozio, lei no; io sto fermo, lei no; io non faccio niente, lei è perpetuamente occupata. Se non ha niente da fare si inventa qualcosa, io se ho qualcosa da fare m’invento come non farla. Eppure stiamo bene insieme, credo che ci amiamo. Ma questo non c’entra con l’oziare.
Dunque me ne sto seduto sul divano e aspetto che il tempo trascorra, aspetto che qualche amico mi chiami e se non mi chiama nessuno è meglio perché così resto solo. Intanto continuo a cambiare canale alla ricerca di un programma un poco intelligente o interessante: impresa impossibile questa mattina. A dire il vero quasi sempre. Ho la sensazione che l’intelligenza stia abbandonando le teste dei programmatori televisivi. Spengo il televisore, lascio il telecomando da parte e mi rilasso sul divano. Immagino il sollievo di Gina: ‘finalmente,’ avrà detto, e intanto che mi figuro il suo sollievo, un sorriso di comprensione mi stende lievemente le labbra; tutto sommato la capisco.
Non so se per ringraziarmi dell’interruzione della tortura – per lei – del continuo cambiare canale o perché ha deciso di riposare un attimo, sta di fatto che vedo giungere Ginetta – così la chiamo ogni tanto e lei ogni volta che lo faccio sorride – con un vassoio dove è posata una teiera, due tazze, la zuccheriera e un pugnetto di dolci . Ha trent’anni Gina, è minuta, è la mia ragazza. Si viene a sedere accanto a me. La teiera è colma di tisana. Poggia il vassoio sul tavolinetto e con la sua mano, tiepida di traffici in cucina e odorosa di cibi e di un lontano sentore del suo profumo preferito, mi aggiusta il ciuffo sulla fronte. Dice.

  • – È bella calda, beviamola che ci fa bene e ci rilassa.

La guardo. È bella Gina. Viso sorridente, occhi neri come il carboncino che uso a volte per schizzare paesaggi o abbozzare un quadretto, labbra sottili che sembrano intagliate con un trincetto, tanto sono perfette e precise nel disegno, capelli neri e lunghi fino alle spalle, braccia esili ma forti, seno … Ma perché perdo tempo a descrivere la donna che amo?  Lei finge di non accorgersi del mio guardarla e continua a riempie le tazzine, mette lo zucchero, mescola, mi porge la tazza. Cominciamo a bere. Osservo la sua figura seduta accanto a me: mi piace. Finiamo di bere e posiamo le chicchere. Intanto mi ha preso il desiderio di lei e lentamente ma con decisione infilo la mano sotto la minigonna. In un primo momento lei fa finta di non gradire la mia invasione dal basso, mi trattiene il polso ma non allontana la mano, allora tento un aggiramento, l’assalto dall’alto: l’abbraccio, la stringo e la bacio. Lei ci sta, capitola, si arrende, ricambia.
Quando nel pomeriggio tardi se ne va, resto solo nella stanza. Ha sciacquato la teiera e le tazze, ha rimesso tutto in ordine, mi ha salutato, ha aperto il portoncino d’entrata, ha mandato un ultimo bacio sulla punta delle dita ed è scomparsa dietro la porta che si è chiusa sulla sua figura. Andata. Adesso sono solo, avrei potuto fermarla pregandola di restare ancora, ma a cosa sarebbe servito? Più tardi sarebbe dovuta comunque andare; allora, meglio adesso. In ogni modo sono sicuro che non mi annoierò, ho una cosa importante da fare. Mi distendo bene e comincio a vagare con la mente, a pensare, a riflettere, mi figuro cose, faccio progetti. È oziare questo? Dopo alcuni minuti abbandono ogni gironzolare mentale e decido di andare: da qualche mese è questo che faccio all’insaputa di tutti, anche di Gina.
Ormai sono diventato pratico, mi basta poco per prepararmi, anzi quasi niente: mi stendo bene sulla schiena e allungo più che possibile il corpo. Adesso che sono ben steso devo allentare i muscoli delle braccia e quelli del collo soprattutto, in modo che la testa sembra pesare una tonnellata e sprofondare nel cuscino. Dopo alcuni minuti tutti i muscoli sono rilassati, privi di ogni tensione, come corde di violino spezzate che non si possono tendere. Fatto. Ora comincio a pensare di non avere un corpo, inizio a immaginare che le mie membra non esistano, che non siano mie, che siano sganciate dallo spirito, in modo che io stesso non possa avvertirmi fisicamente. Lentamente comincio ad uscire dalla corporeità, divento crisalide che abbandona la corazza: lo spirito si fa farfalla. Ci sono riuscito, mi sento privo di muscoli, ossa, tendini, privo di me stesso materia, e allora comincio a levitare, a sollevarmi nell’aria come se una forza mi stesse agganciando e mi stesse trasportando in alto. Non con uno strappo violento ma con un movimento progressivo, lento, continuo, sempre più deciso. Non oppongo resistenza, mi abbandono e allora lo spostamento diventa più veloce e sicuro: mi sto librando nell’aria.
Quando, circa sei mesi fa, mi successe la prima volta, quando riuscii quasi per caso, a levitare nell’aria, fui assalito dal panico, e la paura – di botto – interruppe l’ascensione; fu come se fossi ruzzolato da qualche metro di altezza. Eppure non avvertii l’impatto, solo la sensazione della caduta senza le conseguenze del corpo che cade e precipita. È questo il segreto, non avere paura ma, soprattutto, credere che puoi volare, che stai volando, che lo stai facendo, ecco. Ho cominciato a sperimentare circa un anno fa – del resto, tempo ne avevo, il mio non far niente me lo permetteva – e in poco tempo ho imparato a levitare, a sollevarmi, a uscire dal mio corpo, a guidarmi in volo come fossi un volatile, ma più leggero, una piuma portata dal vento. Ho capito subito che potevo anche spostarmi nello spazio, viaggiare. Sì, è così: dal mio oziare sono riuscito a ottenere – direi distillare, come mosto dall’uva – la capacità di viaggiare nello spazio.
Mi sono sentito come Billy Pilgrim.  
Le prime volte sono stati spostamenti timidi, di pochi metri. Ricordo che sono riuscito a giungere sino in cucina, al bagno e mi sono pure affacciato al balcone per guardare giù. Fu una brutta sensazione quella che mi prese in quel momento, ho dovuto ritirarmi di botto: la paura del vuoto. Una volta ho anche seguito Gina, volevo sapere dove andava e cosa faceva quando usciva da casa mia. L’ho raggiunta a un centinaio di metri, ferma ad una vetrina che guardava delle scarpe, mi sono messo buono dietro di lei e l’ho seguita. Se si fosse girata mi avrebbe scorto? Potevo essere visto? Ho potuto osservare come la guardavano sia gli uomini che le donne. Noi uomini guardiamo le donne in modo strano, non per vederle ma quasi per possederle: le nostre prede. Lo sapevate? Le donne invece esaminavano la mia ragazza come per soppesarla, come per valutare la sua vitalità e la sua pericolosità di donna: la loro avversaria. Ho visto che salutava qualche conoscente, che andava tranquilla per la sua strada. D’improvviso mi sono reso conto che non mi interessava sapere cosa facesse e dove andasse la mia ragazza quando era lontano da me, non volevo saperlo, non mi sarebbe piaciuto di sicuro scoprire qualcosa di non piacevole. Sono subito volato via e non l’ho più rifatto.
Col tempo ho cominciato a raggiungere i posti che mi erano familiari: il bosco, la collina con le orchidee, il vecchio quartiere della città. Era piacevole giungere sin dove non potevo in quel momento andare.  In breve tempo ho allargato sempre di più i miei giri e aumentato la distanza: Catania, Siracusa, Agrigento, Palermo, Napoli, Roma, Venezia. Tutti posti nei quali ero già stato, non sono ancora riuscito a visitare posti che non ho mai visitato. Non ho ancora capito perché questa impossibilità di giungere fino a luoghi a me sconosciuti, ma così è.
Ecco, ora sono già in aria. Sto iniziando un nuovo viaggio, dove andrò oggi? Vedremo, forse proverò a raggiungere Aix-en-Provence dove, nella campagna lì intorno, potrò volare sui violacei campi della lavanda. Prima di uscire dalla stanza guardo in giù verso il divano dove stavo – dove sto in realtà – vedo il mio corpo sdraiato, immobile, inanimato. Non mi meraviglio, il corpo non può viaggiare con me, è lo spirito che si muove e si sposta, portandosi appresso tutte le sensazioni fisiche. Che gusto c’è, voi direte, a viaggiare senza il corpo, lasciandolo abbandonato su un divano? Forse voi avete ragione ma per me è un vantaggio; che me ne farei del corpo paralizzato nelle gambe? Mi sarebbe d’impiccio, impedirebbe i miei movimenti, così invece, riacquisto la percezione e tutte le sensazioni, è come se riprendessi l’uso degli arti inferiori che ho perso per la frattura alla spina dorsale. Quel maledetto incidente mi ha tolto l’impiego delle gambe costringendomi a letto e alla sedia a rotelle, ma io l’ho fregato, sono riuscito a muovermi e spostarmi nello spazio, libero da ogni impedimento, anche se non ho più l’uso gli arti inferiori: ma volando le gambe non servono. Oziare mi ha dato la libertà, mi ha permesso, mi permette e mi permetterà di viaggiare. Intanto che mi sposto nello spazio mi giunge un pensiero improvviso che mi mette in eccitazione: e se provassi a sposarmi anche nel tempo? Sbalordisco all’idea di un tale viaggio: esplorare il tempo come se mi muovessi da una stanza all’altra d’un immenso palazzo posto su diversi piani.
Come, o forse meglio, di Geronimo Stilton.