Dolce far niente

Quasi un editoriale

di Carlo Blangiforti

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    Aaro Hellaakoski

     


    Data pubblicazione: 14 novembre 2018

In origine fu Plinio il Giovane a rammaricarsi di non poterne godere nella nona epistola nell’ottavo libro del suo Epistularum libri decem. Scrisse a Urso: “È un pezzo che non so che cosa sia né ozio, né quiete, né infine quel neghittoso sì, ma pur beato non fare e non esser nulla”.

Il dolce far niente non è esattamente il godere dell’inattività, ma resta una scelta cosciente. Si contrappone all’agire fattivo ed efficiente, perché nel fare “qualcosa” manca quel piacevole languore. Come si diceva non necessariamente è immobilità, nel dolce far nulla c’è la decisiva volontà di godere in modo pervicace del non agire, c’è l’ostinazione morbida a godere del tempo che ci è concesso, del tempo tutto per noi.

Come da vocabolario il dolce far niente indica “uno stato di ozio felice e spensierato”, non apatico e sterile, ma al contrario una sorta di nirvana in cui tutti i desideri si smorzano in uno solo, il non far nulla di utile. Ecco, questo è il nodo cruciale il dolce far niente ha soprattutto una dimensione temporale più che spaziale, qualità più che quantità: non è il non agire, ma il godere dell’agire senza scopo alcuno. È bighellonare, tabbasiari (direbbe Montalbano), è muoversi in uno spazio familiare e fare cose assolutamente infruttuose.

Ma non è semplice: bisogna avere la vocazione, esserci portati, non a caso questa è una delle espressioni italiane (e questo non si è in tanti a saperlo) che ha avuto più successo nelle lingue straniere, specie quelle dell’Europa settentrionale: pregiudizio per pregiudizio, forse, per i viaggiatori del Gran Tour si trattava di qualcosa di così profondamente radicato nell’animo italiano, da non poter esser tradotto. Sweet idleness tentano di tradurre gli inglesi, ma è evidentemente un patetico tentativo vocato al fallimento. Per saper esprimere e descrivere il dolce far niente bisogna saperlo vivere.

 

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Aaro Hellaakoski, Dolce far niente, (1928)

 

Ora prima di passare oltre sorprenderà forse il lettore italiano che novanta anni fa, un geografo finnico allampanato e con la passione della poesia, Aaro Hellaakoski, impose la nostra “espressione nazionale” come titolo di un suo componimento. Per quanto gradevoli, sono versi che non sono passati alla storia letteraria mondiale, ma che conservano un certo grado di originalità per il titolo e per la composizione tipografica delle strofe…

Va bene, ora vi lascio che ho altro da fare, anzi non ho nullissimo da fare.