L'ozio Nanè

Ovvero una personale piccola lotta di classe

di Saro Distefano

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    Data pubblicazione: 14 novembre 2018

 

Mio padre aveva due fratelli. Maggiori di lui. Il grande era Emanuele, il secondo Salvatore, lui il terzo ed unico ancora in vita.
Tra di loro cinque anni di distanza nella nascita: 1922, 1927, 1932.
Per me erano, ovviamente, “U ziu Nanè” e “U ziu Totò”.
Da grande, insomma, adolescente, introdotto in ambienti cittadini diversi dal mio e certamente più evoluti, dove si parlava in italiano e non in dialetto com’ero stato abituato a fare io per anni, scoprì che in italiano era “lo zio”. Ma in un tema di italiano la professoressa trovò l’errore: avevo scritto “l’ozio” anziché “lo zio”. E quella benedetta donna appartenente alla classe alta della città, ebbe gioco facile a prendere in giro il ragazzino proletario, figlio di operai. Nulla contava il fatto che a 13 anni avevo già e tanto “testato” la figlioletta diciassettenne della mia professoressa. Ero un inferiore e la classe si divertì moltissimo a sentire la professoressa prendermi in giro. Non solo. Siccome avevo scritto “l’ozio” con riferimento a mio zio Nanè, nella mia innocente e ingenua mente il ragionamento filava tutto e filava liscio: mio zio il grande, infatti, era ai miei occhi, un uomo amante dell’ozio. In realtà lui era un grande intellettuale, con studi superiori e passioni ricercatissime, con molte ore trascorse in approfondite letture, con la pipa e gli occhiali da miope, atteggiamenti riflessivi e ponderati, un very english gentleman. Ci stava definirlo ozioso.
Nel mentre l’altro mio zio era un vulcanico organizzatore, un perenne agitato e agitatore, capo di una banda di teppisti armati fino ai denti con quanto erano riusciti a rubare ai soldati tedeschi tra il 1940 e il luglio 1943.
Certo è che la professoressa si divertì tanto e con lei la classe scolastica di quel lontano 1976 (la gran parte della quale appartenente al suo stesso rango, con me e altri sei o sette desaparecidos perennemente emarginati, ma pur sempre con le mani lunghe sotto le gonne delle figlie del notaio medico professore dirigente….).
Per me si trattò allora (e anche adesso a pensarci anche solo un attimo) di una cocente umiliazione. Una mortificazione pubblica che tentai di recuperare con i soli mezzi che avevo a disposizione: nello sport facevo del male ai maschi di quella stessa classe sociale della professoressa, e alle femmine della medesima appartenenza mi approcciavo in modo talmente spiccio che se una buona metà al grido di “viddano” scappava via, l’altra metà si lasciava andare al fascino del proletario diretto e deciso, competente e coraggioso, e sempre agitato, mai ozioso. Di questo, quaranta e passa anni dopo mi è rimasto il solo essere agitato. Ma sovente in un fine a se stesso che dell’antica e trascorsa verde età conserva solo il ricordo sbiadito.