Ars vivendi

L'ozio per riavvicinarsi all'essere

di Laura Ciancio

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    Data pubblicazione: 14 novembre 2018

 

Quando non c’è burrasca Mauro si immerge nel silenzio che avvolge l’isola e rimane in ascolto. I libri e la natura sono i suoi compagni di vita. La mattina pratica Tai chi sulla spiaggia, coltiva un piccolo orto e vive in una casa-rifugio tra gli arbusti. Raccoglie tronchi di ginepro che il mare ha plasmato e ne fa sculture da vendere ai turisti in estate. Ciò che ne ricava lo destina alle ONG che operano nei Paesi poveri. Ogni due settimane, se il tempo lo permette, viene raggiunto da un amico che gli porta le provviste. Pulisce i sentieri nella macchia e controlla che non vi siano abusi da parte degli ospiti stagionali.
A 50 anni, Mauro toccava terra sull’isola di Budelli per un guasto al suo catamarano. Era in vacanza con gli amici, ma non è tornato a casa. Si è fermato qui ventinove anni fa. Il custode di Budelli andava in pensione e lui senza pensarci troppo si è offerto di sostituirlo. In pochi attimi, la sua vita ha subìto una svolta decisiva. Da insegnante di educazione fisica nella provincia di Modena ad unico abitante dell’isola dalla spiaggia rosa.
“Per tutto il giorno, svolgo il mio lavoro di custode dell’isola contemporaneamente a tutta una serie di piccole attività legate alla vita quotidiana e alla organizzazione stagionale. Riesco comunque ad avere molto tempo libero, durante il quale leggo, seguo la televisione, ascolto musica, passeggio, raccolgo funghi, vado a pesca, mi dedico alla cucina…Quando il tempo è buono, navigo spesso tra le isole. In primavera spesso vado a passeggiare tra la macchia bassa di Razzoli o passo a trovare Pietro, il pastore di Santa Maria.
Una vita di semplice sopravvivenza insomma, ma colma di piccoli e grandi piaceri. Ma la cosa più importante, ciò che fa la differenza, è che qui ho un rapporto sereno con il tempo, con l’ambiente, con il lavoro. Leggo con gusto, cucino volentieri, mi concentro senza sforzo. È per questi sentimenti e queste certezze che sono convinto di aver fatto la scelta migliore!”
Il lavoro nobilita l’uomo… solo il lavoro restituisce la dignità all’essere umano… Di che lavoro si sta parlando? Quante sono le persone soddisfatte del proprio lavoro? Quanti si sentono alienati e vorrebbero avere del tempo per sé, solo per fermarsi e guardarsi dentro o per interrompere la routine e, anche senza doversi dirigere verso un’isola deserta, invertire la rotta?
Francesco ha quasi quarant’anni e vive in un piccolo paesino del nord Italia immerso tra le montagne. Studi scientifici, una laurea in fisica, qualche lavoretto saltuario e quindici anni da impiegato in una grande azienda operante nel settore sanitario con uno stipendio da millecinquecento euro al mese e un glorioso contratto a tempo indeterminato. Una vita “normale”. Un privilegio, di questi tempi. Fino a qualche anno fa, quando ha deciso di cambiare vita e di dedicare tutte le sue energie per trovare il modo di smettere di lavorare e vivere una vita libera, per coltivare le sue passioni e scegliere ogni giorno come impiegare il proprio tempo.
“Ad un certo punto mi sono reso conto che la mia vita era solo l’insieme di azioni automatiche che eseguivo senza chiedermi perché, a cominciare dal caffè che assumevo cinque volte al giorno senza un vero motivo. Una vita affrontata senza spirito critico non poteva essere vita, doveva per forza esistere un modo di vivere diverso, fatto di consapevolezza e libertà decisionale. Il viaggio è iniziato allora, ma al tempo non avevo ancora idea di dove mi avrebbe portato.
L’aspetto più drammatico del modo “normale” di vivere è che apparentemente non manca nulla: ci riteniamo fortunati perché abbiamo un lavoro e un’automobile e ci possiamo comprare le scarpe da 200 euro; in questa condizione è molto difficile accorgersi di star buttando al vento l’opportunità di essere veramente liberi. Dunque non mi mancava nulla, penso solo di essere stato fortunato ad aver avuto un improbabile momento di lucidità durante il quale mi è parso assolutamente chiaro quanto fosse drammatica la condizione di schiavitù mentale in cui versavo. E’ stato lì che è emerso il bisogno di stravolgere tutto, relegare il lavoro all’ultimo dei miei pensieri, e fare di tutto per vivere una vita libera, coltivando le mie passioni e scegliendo ogni giorno come impiegare il mio tempo».
Avere tempo per l’immaginazione, per la cura dell’ambiente, per sé stessi in relazione alla natura, per giocare con i figli, per conoscere l’arte, la storia. L’arte del vivere in contrapposizione alla connotazione totalmente negativa del termine ozio, che lo confina ad essere sinonimo di pigrizia, inerzia, svogliatezza.
Ma ai tempi dei Romani otium faceva riferimento alla dedizione, alla contemplazione, alla riflessione, agli studi e si contrapponeva al termine negotium, "non ozio" inteso come attività lavorativa. Otium, concepito al modo degli antichi, non era infatti una fuga dal lavoro. Al contrario, coincideva con l'agire libero e più esattamente con il modo d'agire proprio degli uomini liberi.

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I Greci lo intendevano come riposo, quiete e soprattutto possesso del proprio tempo libero, skolé, tempo dedicato a sé.
Oggi l’espressione oziare rimanda allo spreco del proprio tempo e il tempo, si sa, è denaro. La società contemporanea ci obbliga a produrre per farci poi comprare e consumare. Quindi la parola ozio è bandita e si preferisce la definizione svago o vacanza, che esiste solo in funzione di un rientro al lavoro ancora più produttivo. Perché i ritmi di lavoro frenetici sono stressanti e necessitano di una momentanea sospensione dalla fatica.
1984. Flavio ha sette anni e guarda una fila di formiche che si avvicenda instancabilmente in un foro del muro. Aiuta la mamma a preparare l’impasto per la pizza, mette le lenticchie sull’ovatta dentro un barattolo di vetro e ogni giorno va a vedere se è spuntato qualche filo dai semi. Dopo i compiti gioca con la Lego o, se il tempo è bello, va in cortile a giocare a palla con gli amichetti. In estate, quando sta per piovere, guarda le nuvole e poi le disegna con forme bizzarre oppure simula con un gran vociare nel corridoio una gara tra le macchinine su una pista creata dalla sua fantasia.
2018. Giada e Tommaso sono fratelli. Età: sette e cinque anni. La loro vita è programmata nei minimi particolari. Tommaso ha già imparato a scrivere e i genitori ne sono molto orgogliosi. Va in piscina tre volte alla settimana e ha iniziato a fare qualche gara. Giada frequenta una scuola elementare bilingue, prende lezioni di danza classica due volte alla settimana e di pianoforte una volta alla settimana (ma poi si deve esercitare per conto suo). Quando tornano a casa, prima di cena, Tommaso vede un cartone in dvd e Giada fa i compiti. Oppure, quando viene loro permesso, possono giocare ai videogame. Entrambi i genitori lavorano e sono convinti di fare il meglio per i loro figli.  Tommaso a volte soffre di emicrania e Giada di insonnia.
Nella nostra società anche i bambini hanno l’orario continuato. Non hanno pause e, anche se la loro attività cerebrale è iperstimolata, ne risente la creatività e l’autonomia. Non fantasticano più perché non hanno il tempo di oziare.
Riempire tutti gli spazi vuoti è quasi un obbligo per gli adulti che, ossessivamente, la ripropongono nel loro nucleo familiare, un po’ per abitudine e un po’ per paura dei tempi morti, considerati un grande buco nero nel quale si può cadere senza scampo.
Ma accade che un giorno qualcuno non voglia più oliare questo ingranaggio, a costo di rimetterci l’agognata sicurezza economica. Freni, rallenti o si fermi. Vada in bicicletta o a camminare, abbandoni le grandi città per la campagna e diventi meno consumista, condivida un pezzetto di terra o il volontariato. Si allinei a ritmi più naturali e non aspetti di andare in pensione a settant’anni per migliorare la propria esistenza. Accade che qualcuno reinventi il proprio stile di vita.
Avere tempo per sé è l’unico l’antidoto al vuoto. E il vuoto può diventare una grande pagina bianca da riempire.