Vjagg bla periklu

Corto in Sicilia - V

di Carlo Blangiforti

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    Data pubblicazione: 14 novembre 2018


Paolo Orsi è una persona dal temperamento anomalo: lui uomo di montagna, dell’Alta Italia, che ha deciso di vivere qui, in questa terra, tra queste persone dal passato più grande del loro futuro, mi sorprende. Per resistere a questa indolenza, dice lui, ci vuole un carattere fuori dal comune. Lo osservo mentre proclama a bassa voce questa sua visione del mondo. Tra me sorrido pensando a cosa direbbe un siciliano costretto a vivere a Rovereto. Lo capisco, non sono, però, d’accordo. Io sono un ebreo di Spagna, i miei avi hanno vissuto un po’ ovunque nel Levante, e noi viviamo a Malta da quasi un secolo: queste storie sull’indolenza, l’ozio, l’inappetenza bulimica delle genti del Sud mi pare si ripetano ovunque e sempre uguali, si tratta di contingenze e luoghi comuni. Coltivare questo pregiudizio, del resto, è comodo. Cava d’impiccio in parecchie situazioni, cava d’impiccio tutti.

Il caffè è semivuoto: a parte noi, un paio di tavolinetti più in là, ci sono due signori dall’aspetto distinto. L’aria si riempie di tanto in tanto con il tintinnio dei cucchiaini contro le tazze di ceramica. Un altro tintinnio: si apre la porta e entrano due giovanotti, sembrano liceali con i loro calzoni a quadretti e la paglietta sulle ventitré.

«Hai finito la tua granita, Corto?»
«Sì, era buonissima!»
«Ti dispiace se ti metti fuori e dai un’occhiata al carrettino? Ho visto delle brutte facce.»
La nostra conversazione è in maltese, ma il professore capisce lo stesso. Capisce che ho voglia di parlare con lui, senza distrazioni. Capisce che il ragazzino dovrebbe tornarsene a casa.
Gli spiego chiaramente qual è la mia idea, cosa vorrei farne di questa cosa. Non è d’accordo, c’è troppo in ballo, dice, ed è pericoloso. Tira una brutta aria sia nella Turchia Europea sia in Palestina.
«Ezra, sono tornato il mese scorso da Salonicco, una conferenza, noiosissima tra l’altro, la città non è tranquilla. Finirà per saltare in area tutta la Macedonia. Ed è questione di giorni, settimane… Greci, bulgari, turchi, armeni c’è una grande confusione. Poi ci si mettono pure i tedeschi, gli inglesi, i russi, gli austriaci e i francesi a tirare la coperta da una parte o dell’altra. E ci sono pure gli italiani che vogliono sedersi al tavolo degli adulti. Per non parlare dei Genç Türkler, li chiamano, i Giovani Turchi, che gettano olio sul fuoco. Un consiglio, Ezra, restane fuori.»
Io lo ascolto distrattamente, osservo Corto appoggiato al carrettino che gioca con le monete vinte ai suoi nuovi amici. Forse non è una buona idea trascinare un ragazzino in questa storia, ma ho buonissime ragioni per portarlo con me, mi serve e serve anche a lui andare a Salonicco.
«E della Bet-Aharon,[1] che mi dici?»
«Ho visto rabbi Muxi de Zaccuni, beh, lo chiamano Moise Ben Itzak, mi dice che gli ebrei sono tanti, tantissimi e cominciano ad avvertire una pressione indefinibile. Si sentono usati. Certo agli inglesi farebbe comodo un altro Sabbatai Zevi,[2] un falso messia che li trascini tutti in Palestina. Come se non bastassero i sionisti di Herzl. Già laggiù la situazione non è calma e a Costantinopoli non piace affatto che si destabilizzi l’area. Per questo, ti scongiuro, lascia perdere, quella cosa là fuori non farebbe che accendere gli animi e a pagarne il prezzo sarebbe proprio la vostra comunità. Portatela a La Valletta e amen.»
Lo guardo con distacco, so già che i suoi consigli, onesti e sinceri, cadranno nel vuoto. Lui questo lo sa e lo accetta. Lo fa solo per dovere, nei miei confronti e nei confronti della sua coscienza.
«Sono originali?»
«Anche il tak è del xiv secolo. Con discrezione, quasi senza dargli troppo peso, l’ho descritto a Muxi. Sai quei tipi di cassette sono molto rari. Pensa sia proprio quello del Purim di Siracusa…»
Corto è accanto a me, me ne accorgo solo adesso. Ha un’espressione singolare: ascolta cercando di afferrare le parole del professore e le mie. Mi si avvicina con discrezione, temo voglia chiedermi di Salonicco. Lui sa solo della visita a Rav Farkas a Catania. Per fortuna non è così.
«Rav Ezra. Devo andare in bagno. La granita era buona ma…»
«Chiedi pure al cameriere. Fa in fretta, non lasciare solo il carrettino!»
Sorrido, mi affido al senso del dovere del ragazzo. Come un soldatino mi risponde “Signorsì” e corre al bancone dove lo zoppo è intento ad asciugare alcuni bicchieri. Corto, lo vedo scomparire dietro una porta di noce. 
È un attimo. È impercettibile. Come un lampo negli occhi. Il cameriere fa un lieve cenno ai liceali che si alzano di colpo e schizzano all’esterno, verso il carrettino.
Le mie vecchie ossa mi consentono solo gridare un urlo strozzato mentre i due trascinano via il carrettino: «Corto!»

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[1] La Bet-Aharon, fondata nel 1575, era la più recente delle tre scolae siciliane di Salonicco.

[2] Sabbatai Zevi nella seconda metà del xvii secolo fu considerato il nuovo Messia. Fu il protagonista, e, insieme a Nathan di Gaza, l’iniziatore del più grande movimento messianico nella storia dell'ebraismo.