In marcia

Riflessioni sulla scuola di oggi

di Donatella Ventura

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    Data pubblicazione: 14 ottobre 2018

 

È da sempre metafora della scuola e dell’insegnamento in genere. La cattedra. Un insieme di assi legno  da cui si guarda il mondo degli adolescenti , speranzosi di insegnare qualcosa, sperimentando sovente, l’inadeguatezza. L’inadeguatezza di una scuola che  non riesce sempre ad essere al passo con i tempi, scollata da una realtà fluida di cui sembra disconoscere le sembianze. La  scuola delle competenze, delle flipped rooms, di tutte le innovazioni partorite  dai moderni alambicchi della didattica, rappresenta uno sforzo, un tentativo di scendere dalla cattedra e di  avviarsi verso un cammino orientato alla costruzione di una comunità che vuole crescere non solo sul piano dei saperi ,  ma anche su quello dei  valori umani e sociali.   Centrale senz’altro è la figura   del docente, una persona che dovrebbe insegnare a vivere e ad orientarsi nel mondo. Se risulta fuor di dubbio che l’insegnante ideale è quello che fa emergere i suoi ragazzi, un catalizzatore, un enzima, che va a scuola con piacere ed ama i ragazzi, prova interesse per loro e voglia di comunicare con un senso di appartenenza,  risulta altrettanto       interessante la galleria dei ritratti dei docenti che la scuola di tutti i tempi offre, delineata da Vittorio Andreoli.  Si passa dal professore bello,  ma superficiale a quello brutto da ridicolizzare, da quello da palcoscenico, insegnante da curare, a quello samaritano che non insegna nulla e fa la crocerossina. La galleria continua con l’insegnante vittima, che si sente un genio incompreso e sprecato per la scuola  e continua con il professore cattivo che tende a compensare frustrazioni. Drammatico è il quadro del professore minimalista (menefreghista) che fa il minimo necessario, accontenta tutti perché nessuno si lamenti ed è incapace di legami affettivi. Il professore ingiusto mostra preferenze, considera il singolo e non la classe come un insieme di tante unità. Al di là delle facili banalizzazioni sull’attività educativa, possiamo affermare  che il mestiere dell’insegnamento sia uno dei  più difficili come diceva Freud, ma come sottolinea   Recalcati   i migliori sono quelli che hanno contattato la loro insufficienza. Sono quelli che hanno preso coscienza dell' impossibilità e del danno che provocherebbe porsi come gli educatori migliori.
Il prof migliore è chi, forse,  scende dalla cattedra di un’autorità superata per un incontro autentico con il moderno frequentatore della scuola, l’adolescente della Modernità, che non corrisponde al ritratto da sempre tracciato, ma è   frutto dei mutamenti della società all’interno della quale vive e agisce. Si tratta di un vero e proprio identikit quello che traccia Gustavo Pietropolli Charmet in Fragile e spavaldo. L’adolescente si mostra come un coacervo di fragilità e spavalderia.  La fragilità non è da intendersi nel senso patologico del termine, ma per sottolineare l’ambigua situazione in cui si trova l’adolescente che non è più sostenuto da leggi morali, ma schiacciato da ingiunzioni che gli prescrivono di essere bello,  prestante e accattivante.
Al contempo l’adolescente si dimostra spavaldo. Spavaldo perché non riconosce nessun ruolo sociale  all’adulto e alcun significato simbolico. Se gli adulti vogliono essere rispettati è importante che facciano qualcosa per meritarsi questo rispetto, in caso contrario non otterranno la stima e la confidenza degli spavaldi.
Ad ogni modo l’adolescente  non si dimostra   aggressivo, è indifferente per la realtà sociale e istituzionale,  la considera poco.  La spavalderia è un affatto difficile da gestire, rende incapaci di prevedere la consistenza dei pericoli. Gli adulti non possono far altro che  assistere amorevoli e aspettare che l’audacia adolescenziale si trasformi in prudenza adulta.
Un adolescente, orfano di futuro e di prospettive, che  vive in un eterno presente,  incapace di sognare e di pianificare un futuro che appare sempre più come minaccia.
Siamo nell’ Epoca delle passioni tristi sostengono gli psichiatri Miguel Benasayag e Gerard Schmit, l’età in cui  i problemi dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura moderna fondata sul futuro come redenzione  laica. Il futuro sguarnito della visione messianica, della fiducia nel progresso   è minaccia, paura. L’educazione non è più un invito a desiderare il mondo, si insegna a uscire indenni da pericoli. La  visione etica, in base alla quale  Il sacrificio e  la lotta dell’oggi  erano requisiti essenziali  per un domani migliore, risulta scalzata dalle mille incertezze che il futuro prospetta.  A questa sfida  della crisi dei valori tradizionali la società,  in campo educativo, risponde in maniera non appropriata. Assistiamo    ad una  formattazione dell’individuo e ad un continuo ricorso delle etichette. Con una concezione manichea si classificano  i buoni e i cattivi scolari, i talentuosi e gli incapaci, i normo-dotati e i diversamente-abili, noncuranti  delle infinite potenzialità della persona, del singolo.  Il riconoscimento delle pluralità e delle unicità  forse potrebbe costituire il primo passo per liberare energie, una giusta relazione educativa potrebbe costituire il momento essenziale dell’allontanamento della cattedra dell’inadeguatezza.