Prete senza scorta

Il disco di don Rino Farruggio dedicato a don Pino Puglisi

di Giuseppe Traina

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    Data pubblicazione: 14 ottobre 2018

 

Si avvicina il venticinquesimo anniversario dell’omicidio mafioso di don Pino Puglisi (25 settembre 1993) e non mancheranno le opportune celebrazioni, ricordi, testimonianze.
Don Rino Farruggio, sacerdote di Vittoria da molti anni attivo anche in campo musicale come autore e cantante di fascinose composizioni a tema religioso, ha voluto ricordare la figura di don Puglisi con qualche mese di anticipo incidendo il cd Prete senza scorta e rappresentandolo in forma di teatro-canzone in diverse città, tra le quali Ragusa, dove l’ho ascoltato.
Come ha insegnato Giorgio Gaber, il teatro-canzone non richiede chissà quali effetti speciali o specialissime scenografie; bastano tre ingredienti fondamentali: l’accompagnamento degli strumenti musicali (e bisogna sottolineare la particolare efficacia della fisarmonica di Stefano Indino), una presenza sobria ma incisiva del commento (o racconto che sia) a legare le canzoni tra loro e un minimo di inventiva interpretativa. E a proposito di quest’ultimo aspetto: chi conosceva da tempi lontani la voce bellissima di don Rino non necessariamente avrebbe scommesso sulle sue doti attoriali, che emergono invece, sia pure con un filo di autoironia che non gli ha mai fatto difetto, e anche con l’uso di mezzi semplicissimi come uno scialle, che ci potremmo aspettare (secondo antico stereotipo) identifichi la madre di don Puglisi e invece – sorpresa! – rimarca la voce del padre, e suggerisce (se non ho equivocato) un complesso gioco di rispecchiamenti a catena tra padre e figlio, tra la vocazione alla paternità di San Giuseppe e la vocazione diaconale di un giovane uomo di nome Giuseppe che fonderà un centro di accoglienza intitolato “Padre Nostro” (e così via…).
Nelle otto canzoni che riascolto nel cd, don Farruggio trova il modo di esprimere nei confronti di don Puglisi la riconoscenza dei siciliani che non hanno perso la speranza di vivere in una terra migliore, in cui le strutture di asservimento al potere mafioso vengano divelte dall’interno dei meccanismi antropologici e sociali sui quali si fondano. Credo di non stare esagerando: una canzone come Picciotti sta lì a dimostrarlo, con la sua capacità di evocare per brevissimi tocchi di colore una condizione sociale – quella dell’aspirante leader mafioso che sa quanto la sua scalata al potere dipenda dalla sua capacità di imporsi con la violenza ma, nell’attesa, svolge coscienziosamente il suo ruolo subalterno ma indispensabile: “Siamo la manovalanza / noi siamo i tentacoli”. Ruolo che si può giocare soltanto nel corpo della piovra, all’interno di una totale identificazione in una mentalità che considera un provocatore il prete che “fa le prediche” e “crede nei miracoli” esprimendo soltanto “le sue minchiate solite”.
Eppure, come la cronaca dei fatti successivi all’omicidio Puglisi insegna, c’è spazio per una possibile redenzione: ad esempio per l’evoluzione spirituale di Salvatore Grigoli, uno dei due suoi assassini, vicenda alla quale don Farruggio dedica la canzone Domando il perdono e sulla quale si può leggere in rete una toccante intervista pubblicata su “Famiglia Cristiana”. Nella polifonia creata dall’autore, in questa canzone a parlare è lo stesso mafioso, che chiede il perdono come “il più ricco dei doni / dalle vostre mani”, rivolgendosi a una coralità di destinatari che si riassume nell’universo intero. Ma soprattutto “al sorriso che ho spezzato ed al respiro”, quelli appunto di don Puglisi.

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Don Rino Farruggio con il Coro Polifonico Cantus Novo


Il tema del disco, ovviamente, si presterebbe a far grondare molta retorica. Don Farruggio evita questo rischio imboccando la strada più difficile, quella della semplicità che non è semplificazione ma è una scelta innanzitutto linguistica: un linguaggio popolare, nei testi e nelle musiche (ecco perché ci sembra così importante la fisarmonica!), perché capace di parlare al cuore senza scadere nel sentimentalismo e all’intelletto senza scadere nell’intellettualismo. Si ascolti, a conferma, la canzone conclusiva, Il testamento, con quel refrain “Se si dovesse andare via” che è una scelta precisa nel segno dell’understatement.
Ma si ascolti, in realtà, tutto il disco: a me, antico allievo di don Rino, ha ricordato sonorità forse dimenticate dall’odierna musica italiana, quelle di certi cantautori non necessariamente celeberrimi degli anni Sessanta, ma ben amalgamate con la tradizione del canto popolare siciliano: e infatti sono in dialetto (un dialetto leggibile com’è appunto quello di Vittoria) due delle otto canzoni, particolarmente efficaci nell’orchestrazione corale: soprattutto Palermu ma non sottovaluterei l’ossatura ossimorica di Biniditta chista terra maliditta, titolo che prosegue, in ritornello, con il verso speculare “Maliditta chista terra biniditta”.
Dall’intero progetto di don Rino Farruggio emerge, insomma, non un “santino” celebrativo (“Messo tra i Santi, ancora uno / nel mezzo busto di un santino / saresti un martire perfetto / a cui si deve un po’ di tutto”, ascoltiamo ne Il testamento) che sarebbe di certo dispiaciuto al protagonista, ma un quadro mosso, vivo, articolato, non retorico e soprattutto non disperato di un’esistenza mai disgiunta dal contesto (Palermo, Brancaccio…) in cui si è dispiegata l’azione di padre Puglisi. Un contesto di cui don Farruggio non tace la violenza e i soprusi ma dal quale non riesce a congedarsi senza una parola di serena fiducia nella “dignità”  con cui “campa la genti” siciliana. Magari, proprio le parole con cui racconta l’omicidio: “E come nebbia col suo velo / anche la tenebra verrà / ci addormenterà / morte sembrerà…”.