Un cammino lungo... lunghissimo

Qualche parola sul "barbone" gentile di Bruscè

di Saro Distefano

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    Data pubblicazione: 14 ottobre 2018

 

Cammino.
Chissà quanti e quali chilometri avranno percorso quei piedi, credo un quaranta, al massimo quarantuno. Sufficienti per sopportare cinquanta chili scarsi di un omino basso e magro. Certo almeno quattro chilometri al giorno, negli ultimi cinque o sei anni. Quelli necessari per andare da via Ettore Fieramosca, luogo di lavoro, a via Mongibello, dov’è il supermercato di fiducia con la birra a prezzo bassissimo in confezioni da sei.
E chissà quanti chilometri per arrivare a Ragusa partendo dalla Romania. Da quale città non saprei, come non saprei se con tappe intermedie altrove, in altri Paesi, quando ancora l’Europa era in fieri e i confini erano sul punto di diventare un ricordo.
Certo camminava quell’omino basso e magrissimo, con addosso vesti usate da ragusani che allo stop di via Fieramosca all’angolo con la via Germania lasciavano sempre qualcosa a quel “barbone”, scritto anche senza virgolette, orgoglioso di una foltissima barba ormai quasi del tutto bianca dall’alto dei sui sessantadue anni. Almeno questo dicono i documenti, ché a vederlo ne dimostrava venti in più.
Un rumeno, appartenente all’etnia più presente da queste parti e credo nel resto del Paese. Etnia mal sopportata, per non dire odiata dagli indigeni.
Ma quell’omino faceva eccezione, e non sapremo mai perché. Forse perché non chiedeva: porgeva la mano col bicchiere di plastica al semaforo rosso. Forse perché non parlava e però sorrideva sempre. Forse perché, quando si ubriacava (e tutti quelli che abbiamo lasciato il mezzo euro in quel bicchiere sapevamo che arrivato a dieci euro le monetine finivano nella cassa del supermercato a fronte della confezione da sei) si limitava a dormire, anche sul ciglio della strada, cose che forse gli è stata fatale.
Un barbone che tutti, e dico tutti, avevamo in simpatia. Conosciutissimo, tanto da stimolare storie raccontate al bar e in panificio, al supermercato, tutte smentite dai documenti in mano alla polizia al momento dello schianto col paraurti della macchina di uno che non si è nemmeno fermato a vedere se fosse ancora vivo. Storie di antiche violenze, di guerra civile…
Una sola volta lo incontrai in condizioni diverse dal solito, che erano poi due e solo due: al semaforo a chiedere l’elemosina e con la bottiglia di birra in mano semiaddormentato o già allungato sul marciapiede dove ogni tanto gli infermieri del 118 lo raccoglievano per una manciata di ore al pronto soccorso in stato di quasi coma etilico.
Fu proprio un paio di mesi fa, nella torrida estate dell’altopiano quando, passandogli accanto in moto, lo vidi seduto sul marciapiede colla bottiglia in mano. Gesticolava animatamente, gridava, ed era la prima volta che sentivo la sua voce, e alzandosi di scatto frantumò la bottiglia sull’asfalto.
Il suo cammino si è fermato in contrada Bruscè, oggi periferia cittadina di questo ultimo capoluogo di provincia europeo, pardon, italiano. Era da Bruscè (ma non si chiamava ancora così) che i ragusani di tremila anni fa avevano costruito le loro capanne in pietra canne e legno e da dove raggiungevano il mare prima dei Greci.